Episodio n. 61

Contesto storico
Come ho raccontato nell’episodio precedente, insieme alla mia famiglia a tinte rosa ho fatto un tour per la Provenza che è durato dieci giorni. L’ultima tappa è stata Marsiglia, una città di mare, affascinante, multietnica e piena di vita. Marsiglia è la città più antica di Francia, ricca di storia, che si legge sulle sue facciate e in tutta la città. Visitare Marsiglia significa innanzitutto lasciarsi conquistare da questa grande signora dall’architettura millenaria, ma aperta al Mediterraneo e ai suoi tramonti ammalianti.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, Marsiglia si afferma come uno dei più grandi porti commerciali del Mediterraneo. La città cresce a ritmi vertiginosi grazie all’espansione coloniale francese, all’industria marittima e ai traffici con il Nord Africa, l’Oriente e l’Italia. Questo sviluppo attira migliaia di immigrati in cerca di lavoro e futuro. Tra questi, una parte consistente arriva dall’Italia, soprattutto dal Mezzogiorno: napoletani, calabresi, lucani, che trovano impiego nei cantieri navali, nei magazzini del porto, nei mercati.

È in questo clima che nasce la “Petite Naples”, un quartiere spontaneo e pulsante nel cuore del Vieux-Port, delimitato dalle vie storiche che salgono verso Le Panier, tra l’antica chiesa di Saint-Laurent e il municipio cittadino. Qui si parla il napoletano come fosse lingua franca, si mangiano piatti familiari, si conserva una vita popolare fortemente radicata nei costumi italiani. Il quartiere diventa un simbolo di integrazione e di identità mista, un angolo di Napoli trapiantato sulla costa francese, animato da venditori ambulanti, artigiani, pescatori e bottegai.
Ma l’equilibrio s’incrina con l’avvento del Fascismo in Italia e della crescente tensione europea. La presenza italiana, prima accolta con diffidenza ma tollerata per il suo contributo economico, inizia a diventare sospetta agli occhi delle autorità francesi. Si diffonde un sentimento ambivalente: da un lato la riconoscenza verso una manodopera affidabile e laboriosa, dall’altro la preoccupazione verso una comunità straniera compatta e talvolta percepita come “non assimilata”.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo il novembre 1942, quando anche la Francia meridionale viene occupata dai nazisti in seguito allo sbarco alleato in Nordafrica, la situazione precipita. Marsiglia, città fiera, cosmopolita e ribelle, viene vista dai tedeschi come un focolaio di disordine. Il Vieux-Port, con la sua trama stretta di vicoli e la forte presenza di stranieri, è considerato “zona a rischio”: inospitale per le truppe e potenzialmente rifugio della Resistenza francese.
A questa lettura ideologica si somma la visione urbanistica autoritaria del regime di Vichy, che sogna di “ripulire” le città dai quartieri popolari, ritenuti malsani, disordinati, sovversivi. È così che si arriva alla decisione di colpire proprio lì, nel cuore pulsante di Marsiglia, dove culture e lingue si erano intrecciate per generazioni.
L’Evento
Nel febbraio del 1943, le autorità naziste, con il supporto diretto della polizia francese collaborazionista, diedero il via a una delle operazioni repressive più brutali condotte su suolo francese: la “bonifica” del quartiere del Vieux-Port, cuore storico e popolare di Marsiglia, abitato in larga parte da immigrati, tra cui una nutrita comunità italo-napoletana.
Tra il 1° e il 19 febbraio, oltre 20.000 persone vennero evacuate con la forza. Circa 6.000 furono arrestate, interrogate e schedate. Per almeno 600 di loro, tra cui ebrei, oppositori politici, migranti italiani e armeni, il destino fu tragico: vennero deportati nei campi di concentramento nazisti, come Dachau, Mauthausen e Buchenwald.
Le testimonianze raccolte negli anni, in assenza di documentazione completa, parlano di oltre 200 deportati mai tornati. Una cifra tragicamente incerta, resa ancora più drammatica dalla perdita o distruzione degli archivi durante la ritirata tedesca del 1944.

Molti tra gli italiani della Petite Naples, non essendo cittadini francesi e spesso non regolarmente registrati, risultarono invisibili agli occhi dello Stato: alcuni vennero rimpatriati forzatamente in Italia fascista, altri furono internati in campi nel sud della Francia, come Rivesaltes o Les Milles, altri ancora deportati direttamente verso la Germania.
L’operazione aveva come pretesto la volontà di smantellare una presunta rete di resistenza e di ripulire un’area considerata “malsana”. Nei fatti, si trattò di un’azione ideologicamente e razzialmente motivata, volta a cancellare un quartiere simbolo della convivenza popolare e della presenza straniera in città.
Oltre 1.500 edifici furono demoliti con la dinamite: case, botteghe, scale, cortili, memorie. La Petite Naples, una delle più vivaci comunità multiculturali del Mediterraneo, fu letteralmente spazzata via.
Solo Place de Lenche, per motivi storici e urbanistici, fu in parte risparmiata.

La Petite Naples non è soltanto un quartiere distrutto: è un simbolo di quanto fragile possa essere la vita di una comunità, e di quanto potente possa essere la memoria quando si fa racconto. Parlare di questa storia oggi significa restituire dignità a chi fu cancellato, e offrire uno specchio alla nostra epoca, che pure si misura ogni giorno con l’identità, l’appartenenza e l’incontro tra culture.
Significa ricordare che nessuna città è davvero viva se dimentica chi l’ha abitata con amore, fatica e speranza.

E allora sì, come recita la targa, “per non dimenticare mai”.
Perché la memoria, se condivisa, non è solo dovere: è resistenza!


Lascia un commento