“La guerra più breve della storia”

Episodio n. 65

Il palazzo del sultano dopo il bombardamento

Contesto storico

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’Europa fu teatro di un fenomeno epocale destinato a modificare radicalmente la geografia e le dinamiche di potere del mondo moderno: la cosiddetta Scramble for Africa, la corsa all’Africa.

A partire dagli anni ’70 del XIX secolo, le grandi potenze europee – Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Portogallo e Italia – intrapresero una sistematica e spesso brutale conquista territoriale del continente africano, giustificata ideologicamente dal darwinismo sociale, dal mito della “missione civilizzatrice”, e soprattutto da interessi economici e strategici. Un momento cruciale di questo processo fu la Conferenza di Berlino del 1884-85, voluta dal cancelliere tedesco Otto von Bismarck. Lì si sancirono le regole per spartirsi l’Africa, riconoscendo l’autorità delle potenze coloniali nei territori occupati, pur senza consultare alcuna autorità locale africana.

Una mappa dei possedimenti europei in Africa nel 1884

In questo clima di aggressiva espansione, l’Africa orientale divenne uno dei principali teatri della competizione coloniale. Il Regno Unito, che già controllava Egitto e Sudan e puntava a un dominio continuo “dal Cairo a Città del Capo”, rivolgeva ora il proprio sguardo verso la regione dei Grandi Laghi, il Kenya e i territori insulari dell’Oceano Indiano, come Zanzibar. Zanzibar, in particolare, non era un territorio qualsiasi. Era il cuore commerciale della costa swahili, un crocevia strategico per il traffico di spezie, avorio e schiavi. Formalmente governato da un sultano, era però da tempo controllato indirettamente dalle potenze europee, in particolare Gran Bretagna e Germania, che nel Trattato di Helgoland-Zanzibar del 1890 avevano sancito i rispettivi ambiti d’influenza: i britannici su Zanzibar, i tedeschi sulla vicina Tanzania continentale (Africa Orientale Tedesca).

L’Evento

Nel 1896, la morte del sultano Hamid bin Thuwaini aprì una crisi politica nel già fragile equilibrio di potere tra le autorità locali e il protettorato britannico. Hamid, figura conciliatrice e favorevole alla presenza britannica, fu sospettosamente trovato morto nel palazzo reale. Alcuni storici, seppur con cautela, ipotizzano che il suo avvelenamento possa essere stato orchestrato da Khalid bin Barghash, suo cugino, che non attese l’approvazione britannica e si proclamò nuovo sultano il giorno stesso della morte del predecessore, il 25 agosto.

Khalid bin Barghash

I britannici, guidati dal console Sir Basil Cave, considerarono l’azione una violazione del trattato che prevedeva l’approvazione britannica per ogni successione al trono. Cave reagì con estrema fermezza, ordinando il blocco del porto e l’invio di rinforzi navali. Al contempo, intimò a Khalid di abbandonare il palazzo entro le 9:00 del 27 agosto, altrimenti ci sarebbe stato un attacco militare.

Khalid rifiutò l’ultimatum e radunò una forza composta da circa 2.800 uomini, molti dei quali armati solo di fucili antiquati e senza alcun addestramento militare. Aveva anche a disposizione alcuni pezzi di artiglieria leggera e la HHS Glasgow, una vecchia cannoniera a vapore ormeggiata nel porto. La flotta britannica, al contrario, schierava tre incrociatori da guerra (HMS St. George, HMS Philomel e HMS Racoon), una cannoniera (HMS Thrush) e un battaglione di marines, tutti sotto il comando del contrammiraglio Harry Rawson.

La HMS St George e la HMS Philomel

Alle 9:02 del 27 agosto 1896, allo scadere dell’ultimatum, i britannici aprirono il fuoco contro il palazzo del sultano, centrando subito le strutture principali. In pochi minuti l’edificio fu devastato e incendiato. Le artiglierie locali furono distrutte, e la Glasgow affondata. Alle 9:40 circa, la battaglia era finita.

Durata totale: 38 minuti.
Vittime: circa 500 tra morti e feriti nel campo zanzibarino, un solo ferito tra i britannici.

Dopo la guerra, i britannici insediarono un sultano a loro favorevole, Hamoud bin Mohammed, mantenendo un controllo di fatto fino all’indipendenza nel 1963. L’episodio divenne simbolo dell’imperialismo britannico e della sua potenza navale, ma anche dell’ineguaglianza tra potenze coloniali e stati locali. Khalid riuscì a fuggire rifugiandosi nel consolato tedesco, che rifiutò di consegnarlo. Dopo alcuni giorni, venne trasportato in segreto a bordo della nave tedesca SMS Seeadler, che lo condusse nella colonia tedesca dell’Africa Orientale, dove visse in esilio fino alla cattura da parte britannica durante la Prima Guerra Mondiale.

Schiavi zanzibarini in catene

La guerra anglo-zanzibarina del 1896, pur nella sua brevità, è emblematica della logica imperiale dell’epoca: un potere locale che tenta un atto di autonomia viene rapidamente e brutalmente schiacciato da una superpotenza europea in nome dell’”ordine” e del “progresso”. Questo episodio, documentato anche nei rapporti ufficiali dell’Ammiragliato britannico e nella British Blue Book Series, resta il più breve conflitto armato mai registrato.

Oggi, il palazzo distrutto è stato parzialmente ricostruito e ospita il Palace Museum di Stone Town, che ricorda la storia del sultanato. Ma la memoria di quell’evento, per quanto marginale nella grande narrazione storica europea, è ancora viva nei racconti e nelle ferite dell’identità zanzibarina.

Palace Museum di Stone Town, veduta dal mare


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