Episodio n. 68

Contesto storico
Alla fine dell’Ottocento, la Cina imperiale viveva una fase drammatica. Dopo le guerre dell’oppio e i trattati ineguali imposti dalle potenze europee, il Paese si trovava in una posizione di dipendenza e umiliazione: territori ceduti, porti aperti al commercio forzato, concessioni a potenze straniere. La popolazione cinese era esasperata: carestie, disoccupazione e l’invadenza degli occidentali alimentavano un forte sentimento nazionalista e xenofobo. A fomentare la rabbia era anche la crescente presenza dei missionari cristiani e dei convertiti locali, percepiti come simboli della penetrazione straniera.

In questo clima nacque una società segreta chiamata “Pugni giusti e armoniosi”, soprannominata dagli occidentali Boxer per gli allenamenti marziali dei suoi membri. Il movimento univa arti marziali, credenze popolari e nazionalismo: molti adepti credevano di essere invulnerabili alle armi straniere grazie a rituali e pratiche esoteriche.
L’evento: la rivolta (1899-1901)
Nel 1899 iniziarono le prime violenze contro missionari e convertiti cristiani. Ben presto la rivolta dilagò in diverse province del Nord e raggiunse la capitale, Pechino, dove i Boxer assediarono il quartiere delle legazioni straniere. L’imperatrice vedova Cixi, che inizialmente aveva cercato di reprimere il movimento, finì per appoggiarlo, sperando di sfruttare l’energia patriottica contro gli invasori stranieri.
La risposta internazionale fu rapida e brutale: un’alleanza di otto nazioni (Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Giappone, Italia, Austria-Ungheria e Stati Uniti) organizzò una spedizione militare. L’assedio di Pechino durò 55 giorni (giugno-agosto 1900) e si concluse con l’intervento delle truppe alleate, che sconfissero i Boxer e inflissero saccheggi e violenze sulla popolazione civile.

Conseguenze e memoria
La rivolta terminò ufficialmente con la firma del Protocollo dei Boxer (1901), che impose alla Cina durissime condizioni:
- il pagamento di una pesante indennità alle potenze straniere,
- la presenza permanente di truppe straniere a Pechino,
- la proibizione di importare armi,
- l’esecuzione o l’esilio dei funzionari che avevano sostenuto la rivolta.

Si stima che finirono uccise fino a 100.000 persone, tra civili cinesi (spesso cristiani) e combattenti Boxers, insieme a circa 200-250 occidentali. Ad alcune battaglie come quella di Tianjin persero la vita 750 tra soldati alleati.

Per la Cina fu una nuova umiliazione, che aggravò il sentimento di risentimento verso l’Occidente. Tuttavia, la Rivolta dei Boxer rimane anche uno dei primi esempi di reazione collettiva contro l’imperialismo straniero, anticipando i movimenti nazionalisti che avrebbero poi guidato la Cina nel XX secolo. Politicamente, la rivolta segnò l’avvio della fine per la dinastia Qing: scemò l’autorità imperiale e si rafforzò il movimento nazionalista (che culminerà nella rivoluzione del 1911).
Oggi, in Cina, l’episodio è ricordato con un duplice volto: da un lato la tragedia di un popolo piegato dalla superiorità militare delle potenze, dall’altro il simbolo di una lotta per la dignità nazionale.

Fonti specifiche
- Jonathan Spence, In Search of Modern China, W.W. Norton, 1990.
- Paul Cohen, History in Three Keys: The Boxers as Event, Experience, and Myth, Columbia Univ. Press, 1997.
- Enciclopedia Treccani – voce Rivolta dei Boxer.
- Britannica, Boxer Rebellion.


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