Episodio n. 86

Ad Anagni, nei primi giorni di settembre del 1303, l’aria non sa di tragedia. È una cittadina papale come tante, protetta dalle mura, lontana dai grandi teatri di guerra e dalle capitali del potere. Bonifacio VIII vi soggiorna convinto di trovarsi in un luogo sicuro, quasi domestico. È nato poco lontano, conosce quelle strade, quelle case, quelle famiglie. Nulla lascia presagire che proprio lì, e non a Roma o a Parigi, si consumerà uno degli episodi più simbolici del Medioevo europeo.
Contesto storico
All’inizio del XIV secolo l’Europa non è più quella dei secoli precedenti. I re si stanno rafforzando, le monarchie si strutturano, il denaro e il diritto contano quanto – se non più – della consacrazione divina.

Bonifacio VIII, giurista raffinato e pontefice convinto della superiorità assoluta del potere spirituale, rappresenta l’ultimo tentativo di affermare un papato sovrano anche sulla politica. Con la bolla Unam Sanctam sostiene che ogni autorità, compresa quella dei re, debba sottomettersi al Papa.
Dall’altra parte c’è Filippo IV il Bello, sovrano moderno, freddo, determinato, deciso a non accettare ingerenze. A mandare avanti l’operazione è il suo consigliere più spregiudicato, Guillaume de Nogaret, uomo di legge, non di spada. È una guerra nuova, combattuta con accuse, propaganda, delegittimazione. Anagni non è un improvviso scatto d’ira. È il punto di arrivo di uno scontro lungo, lucido, pianificato.

La curiosità così come è arrivata fino a noi
Il racconto tradizionale è netto, teatrale, facile da ricordare. Un Papa anziano, fiero, vestito dei paramenti pontifici. Un nobile romano armato, Sciarra Colonna, che irrompe nella residenza papale insieme a uomini d’arme. Un gesto improvviso: uno schiaffo. Il volto del Vicario di Cristo colpito come quello di un uomo qualunque.
È un’immagine potentissima. Talmente potente da sopravvivere ai secoli, da diventare un nome proprio: lo Schiaffo di Anagni. Non un assedio, non una battaglia, non un processo. Uno schiaffo. Un gesto semplice, universale, carico di disprezzo.

L’irruzione: cosa accadde davvero ad Anagni
Quando gli uomini di Sciarra Colonna e del giurista francese Guillaume de Nogaret entrano ad Anagni, non sono lì per improvvisare. L’azione è pianificata, politica, chirurgica. Bonifacio VIII viene accusato formalmente di eresia, simonia, abuso di potere. Non sono accuse casuali: sono quelle che, nel diritto medievale, permettono di colpire un papa senza negare l’ordine cristiano.

Il pontefice viene circondato, isolato, privato della sua autorità effettiva. Gli viene intimato di abdicare. Le cronache parlano di insulti, di minacce, di giorni di prigionia all’interno della sua stessa residenza. Bonifacio resiste. Secondo alcune fonti si presenta ai suoi aggressori vestito dei paramenti papali, come a voler ribadire che non stanno affrontando un uomo, ma un’istituzione.
È in questo spazio ambiguo – tra violenza fisica e violenza simbolica – che nasce lo “schiaffo”. Forse nessuna mano colpì davvero il volto del Papa. Ma tutto, in quei giorni, equivalse a uno schiaffo.
Nessuna fonte coeva è inequivocabile sul gesto fisico. I grandi cronisti medievali parlano dell’oltraggio, non del colpo. Eppure la memoria collettiva ha scelto di fissare l’evento in quella forma. Perché?
Lo schiaffo è la sintesi perfetta di ciò che accadde: un potere che si riteneva intoccabile viene trattato come vulnerabile. Non serve il sangue, non serve la morte. Basta l’umiliazione pubblica. Basta dimostrare che è possibile.

Un dettaglio spesso trascurato rende l’episodio ancora più significativo: Anagni non è una capitale nemica, ma una città legata al Papa. Colpire Bonifacio lì significa colpirlo fuori dal conflitto apparente, nel luogo in cui si sente al sicuro. È un messaggio sottile, modernissimo: nessun luogo è davvero inviolabile se il potere che lo protegge vacilla.
A muovere i fili, sullo sfondo, c’è Filippo IV il Bello. Un sovrano che incarna già un’idea nuova di Stato: centralizzato, amministrativo, fondato sul diritto e sulla fiscalità. Non un re guerriero, ma un re che colpisce con atti giuridici, delegittimazioni, operazioni mirate.
La liberazione e la fine
Dopo pochi giorni, la popolazione locale insorge e libera Bonifacio. Formalmente il Papa vince. Ma è una vittoria vuota. Tornato a Roma, il pontefice appare profondamente segnato. Morirà poche settimane dopo. Non per le percosse, ma per qualcosa di più difficile da curare: la perdita dell’autorità.
Con lui si chiude una stagione. Nessun papa, dopo Anagni, tenterà più con la stessa sicurezza di imporsi come sovrano assoluto sopra i re d’Europa. Da lì a poco, il papato si sposterà ad Avignone. La centralità politica di Roma entrerà in crisi. Le monarchie nazionali inizieranno a parlare con voce propria.

Perché ricordiamo ancora questo episodio
Forse nessuno alzò davvero la mano.
Ma dopo Anagni, il mondo iniziò a comportarsi come se qualcuno l’avesse fatto. Ed è spesso così che funziona la storia: non conta tanto ciò che accade, ma ciò che diventa possibile immaginare. Ad Anagni, nel 1303, l’Europa imparò che anche un Papa poteva essere colpito. E da quel momento, lentamente, nulla fu più davvero sacro come prima.

Fonti specifiche
- Jacques Le Goff, Il Medioevo spiegato ai ragazzi (Laterza)
- Giorgio Cracco, Il papato nel Medioevo (Il Mulino)
- Raffaello Morghen, Medioevo cristiano (Laterza)
- Malcolm Barber, The Two Cities: Medieval Europe 1050–1320 (Routledge)
- Enciclopedia Treccani, voce Bonifacio VIII
- Treccani – Dizionario di Storia, voce Schiaffo di Anagni
- Giovanni Villani, Nuova Cronica


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