Episodio n. 87

Contesto storico
Per comprendere la nascita di Taranto bisogna tornare alla Sparta dell’VIII secolo a.C., una polis rigidamente strutturata, fondata su un equilibrio sociale fragile e fortemente militarizzato. Sparta non era una città incline alla colonizzazione: al contrario di Atene o Corinto, guardava con sospetto l’espansione oltremare. Eppure, proprio Sparta darà vita all’unica colonia ufficiale della sua storia.

Secondo la tradizione riportata da Antioco di Siracusa e successivamente da Strabone, durante le guerre messeniche un gruppo di uomini, i cosiddetti Parteni, nati da unioni considerate irregolari, si trovò escluso dai pieni diritti civici. La tensione sociale che ne derivò minacciava la stabilità interna della polis. La soluzione fu drastica e tipicamente spartana: allontanare il problema trasformandolo in opportunità.
Quegli uomini furono inviati lontano, sotto la guida dell’ecista Falanto, con il compito di fondare una nuova città. Non un esilio, ma una proiezione del modello spartano in Occidente.
L’evento fondativo: La nascita di Taras
La colonia sorse sulle rive del golfo ionico, in una posizione strategica straordinaria. Il luogo non era disabitato, ma offriva condizioni ideali: un porto naturale, terre fertili, vie di comunicazione verso l’entroterra. La città prese il nome di Taras, dal mitico eroe figlio di Poseidone, a suggellare un’origine tanto sacra quanto politica.
A differenza delle altre poleis della Magna Grecia, Taras non importò un modello culturale ionico o attico, ma uno spartano, adattato alle nuove condizioni. Non una città dell’arte e della filosofia, ma dell’organizzazione militare, della disciplina e del controllo del territorio. Questa impronta iniziale segnerà profondamente il suo sviluppo.
Eppure, fin dall’inizio, vive una contraddizione: è greca, ma diversa dai Greci; spartana, ma lontana da Sparta; potente, ma isolata.

La Taranto greca: potenza, ricchezza e contraddizioni
Nel giro di pochi secoli Taranto divenne una delle città più potenti della Magna Grecia. La sua flotta dominava lo Ionio, la sua economia prosperava grazie all’agricoltura, alla porpora, alla pesca e ai traffici commerciali. La città seppe anche evolversi, accogliendo influenze culturali greche più ampie, senza mai perdere del tutto la propria identità originaria. Taranto cresce, ma cresce in equilibrio instabile. La sua struttura oligarchica, l’uso massiccio di mercenari, il rapporto conflittuale con le popolazioni italiche, la rendono una potenza vulnerabile.
Mentre Taranto guarda al proprio glorioso passato greco, a nord una nuova potenza sta costruendo qualcosa di diverso. Roma non è una polis come le altre. Non combatte per prestigio, ma per integrazione territoriale. Non vince per colpi decisivi, ma per logoramento.

L’alleanza con Pirro: scelta coerente, esito fatale
Quando una flotta romana entra nel golfo di Taranto, violando, secondo i Tarantini, precedenti accordi, la reazione è violenta. Le navi vengono attaccate, l’ambasceria romana umiliata. È un gesto simbolico, ma irreversibile: la guerra è inevitabile. Messa alle strette, Taranto fa ciò che ha sempre fatto nella sua storia: cerca un campione esterno. La scelta cade su Pirro, re dell’Epiro, generale carismatico, erede del mondo ellenistico di Alessandro.

Pirro arriva in Italia nel 280 a.C. e vince. A Heraclea e ad Ascoli Satriano sconfigge le legioni romane grazie alla falange e agli elefanti. Ma sono vittorie che consumano uomini ed energie che Pirro non può rimpiazzare. Roma, invece, sì.
Qui nasce la celebre “vittoria di Pirro”, che non è una sconfitta mascherata, ma una vittoria incompatibile con una guerra lunga. Pirro combatte come un re ellenistico; Roma combatte come uno Stato. Con il passare del tempo Pirro smette di essere un alleato e diventa un occupante. Impone guarnigioni, limita l’autonomia cittadina, pretende risorse. Quando decide di spostarsi in Sicilia, l’intero fronte anti-romano si sfalda. Al suo ritorno, Roma è più forte di prima. Nel 275 a.C., a Benevento, Pirro viene fermato definitivamente. Poco dopo lascia l’Italia. Taranto resta sola.

La conquista romama
Nel 272 a.C. Taranto cade sotto il controllo di Roma. Non viene distrutta, ma ridimensionata. La città perde progressivamente il suo ruolo politico centrale e viene inglobata in un sistema più vasto, più efficiente, ma anche meno disposto a tollerarne l’autonomia.
Da questo momento in poi Taranto entra in una lunga fase di trasformazioni: romana, bizantina, normanna, aragonese. Cambiano i dominatori, cambiano le funzioni, ma la città resta. Non più protagonista, spesso marginale, talvolta dimenticata, ma mai cancellata.

Conclusione
Taranto arriva fino a noi portandosi addosso tutte le sue vite precedenti. La città spartana, nata come soluzione a un conflitto interno, ha imparato fin dall’inizio che la propria esistenza sarebbe dipesa da scelte calate dall’alto, spesso necessarie, quasi mai indolori. È una costante che ritorna, secoli dopo, sotto altre forme.
La Taranto di oggi vive un nuovo paradosso storico. Come allora, è posta al centro di un equilibrio fragile: lavoro e salute, sviluppo e tutela del territorio, identità e sopravvivenza economica. Non è più l’avamposto militare di Sparta, né la potenza della Magna Grecia, ma resta una città chiamata a pagare un prezzo altissimo per decisioni che la superano, e che ancora una volta la trasformano in frontiera. Eppure Taranto ha già dimostrato, più volte nella sua lunghissima storia, di saper attraversare il declino senza scomparire. È stata conquistata, ridimensionata, marginalizzata, ma mai cancellata. Il vero nodo, oggi come allora, non è la crisi in sé, ma la capacità di ridefinire il proprio ruolo senza rinnegare la propria storia. Forse è questo il filo che attraversa i secoli: Taranto non è una città destinata alla pace dell’equilibrio, ma alla fatica del cambiamento. Figlia di Sparta non perché condannata alla guerra, ma perché costretta, ciclicamente, a reinventarsi nel conflitto tra ciò che è e ciò che potrebbe diventare.

Fonti specifiche
- Strabone, Geografia, Libro VI.
- Plutarco, Vita di Pirro.
- Polibio, Storie, Libri I–II.
- Tito Livio, Ab Urbe Condita (epitomi).
- Ettore Lepore, Pirro e l’Occidente greco.
- Giovanni Brizzi, Roma e l’Italia.
- Oxford Classical Dictionary, voci “Taras”, “Pyrrhus”, “Sparta”.


Lascia un commento