Episodio n. 52

Contesto storico
Chi non ha mai sentito dire: “Ha fatto il portoghese”? In Italia, è un’espressione ben nota per indicare chi approfitta di un servizio senza pagarlo, come salire su un autobus senza biglietto o intrufolarsi a un evento senza invito. Ma pochi conoscono le vere origini di questa frase, che affonda le radici nella Roma del Settecento e coinvolge, sorprendentemente, un ambasciatore del Regno del Portogallo. Una vicenda curiosa che, da episodio mondano, si è trasformata in proverbio popolare.
Roma, XVIII secolo. La città eterna è al centro della vita culturale e diplomatica europea. Mentre i papi governano con autorità spirituale e temporale, la nobiltà e le corti straniere si muovono tra ricevimenti, incontri politici e spettacoli teatrali. I teatri, in particolare, sono luoghi nevralgici della socialità: vere “vetrine” di prestigio, dove si assiste alle opere più in voga e si mettono in mostra status e relazioni. In questo ambiente elegante e vivace, le ambasciate straniere hanno un ruolo importante: rappresentano i loro paesi e godono di privilegi riservati, come l’accesso gratuito a eventi pubblici di particolare rilievo.
Tra i protagonisti dell’epoca c’è anche il Portogallo, all’epoca una monarchia ben inserita nello scacchiere europeo. La sua rappresentanza diplomatica presso la Santa Sede era affidata a figure di alto rango, spesso ben introdotte nei circoli romani.
L’Evento

Fu proprio in occasione di uno spettacolo teatrale, a Roma, che si verificò l’episodio all’origine del detto “fare il portoghese”. L’ambasciatore del Portogallo, in virtù del suo rango, ricevette il permesso di accedere gratuitamente alla rappresentazione, insieme a tutto il suo seguito. Il gesto era usuale per i tempi, un atto di cortesia verso un ospite importante. Ma qualcosa andò storto. La voce di questo trattamento privilegiato si sparse in fretta, e ben presto numerosi cittadini iniziarono a presentarsi all’ingresso del teatro dichiarando, con disinvoltura: “Sono portoghese.” I custodi, non sapendo distinguere i veri membri della delegazione dagli imitatori, cominciarono a lasciar entrare tutti. In breve, “essere portoghese” divenne sinonimo di “non pagante”.
Da quel momento, l’espressione si fissò nell’immaginario collettivo. E mentre la vicenda reale veniva dimenticata, il detto sopravvisse nei secoli, trasformandosi in una critica ironica verso chi approfitta di una situazione, pur senza malizia. Una sorta di furberia all’italiana, che però affonda le radici in un atto di cortesia diplomatica.
In Portogallo non esiste un equivalente dell’espressione, e anzi, il detto italiano è stato motivo di discussione diplomatica in alcune occasioni. Alcuni linguisti suggeriscono che la fama dei portoghesi come ospiti di riguardo (e quindi trattati con favore) si sia cristallizzata in Italia, trasformandosi poi in stereotipo.

La tradizione non tramanda con precisione il nome dell’ambasciatore coinvolto, ma gli storici tendono a identificarlo con Dom Manuel de Portugal e Castro, uno dei rappresentanti portoghesi più noti presso la Santa Sede nella prima metà del XVIII secolo. Uomo colto, legato agli ambienti aristocratici romani, Manuel de Portugal godeva di grande stima tra i contemporanei. La sua delegazione era numerosa e attiva, e le cronache dell’epoca riportano che partecipasse regolarmente a eventi pubblici, culturali e religiosi.
È plausibile che l’episodio del teatro sia avvenuto durante il suo incarico, tra il 1730 e il 1740, periodo in cui le relazioni tra Roma e Lisbona erano particolarmente cordiali. Tuttavia, è bene ricordare che il detto si diffuse più come aneddoto popolare che come fatto documentato. Nessuna fonte ufficiale conferma con certezza il nome dell’ambasciatore, ma il contesto storico e le testimonianze successive rendono credibile questo collegamento.
Da piccolo episodio di cronaca diplomatica a proverbio nazionale, “fare il portoghese” è un esempio perfetto di come le parole possano viaggiare nei secoli, caricandosi di significati nuovi. Un atto di cortesia si trasformò, nel tempo, in sinonimo di furbizia; un gesto nobile divenne simbolo di un comportamento discutibile. Eppure, dietro quella frase che oggi usiamo con leggerezza, c’è una storia affascinante che parla di teatri, ambasciatori e di un’Italia sempre pronta a sorridere con ironia anche delle proprie piccole astuzie.



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