Episodio n. 92

Contesto storico
Per comprendere davvero la battaglia di Fornovo bisogna partire da un’illusione: quella di un’Italia forte perché ricca, raffinata, politicamente esperta. Alla fine del Quattrocento la penisola era ancora il cuore artistico e finanziario d’Europa, ma sotto la superficie mostrava una fragilità sempre più evidente. Milano, Venezia, Firenze, Napoli e il papato vivevano dentro un sistema di equilibri delicatissimi, costruiti più sulla diplomazia e sul calcolo che su una reale capacità di difesa comune. Bastava poco per incrinare quell’assetto, e quel poco arrivò con la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492, con i nuovi contrasti dinastici e con l’ambizione di potenze straniere ormai pronte a inserirsi nelle fratture italiane. Così si spiega il tramonto della stabilità della penisola e il riemergere delle rivalità che avrebbero aperto la strada all’intervento francese.

In questo quadro si colloca l’iniziativa di Ludovico il Moro, signore di Milano, che per contrastare i propri avversari interni ed esterni favorì la discesa di Carlo VIII di Francia, deciso a rivendicare i diritti angioini sul Regno di Napoli. Ma la spedizione francese non fu un’avventura improvvisata. Carlo VIII si mosse dopo aver costruito una rete diplomatica che gli garantì la neutralità o il non intervento delle principali potenze europee, e calò in Italia con un esercito potente, moderno e dotato di un’artiglieria che mise subito a nudo l’arretratezza militare degli Stati italiani, ancora troppo dipendenti da eserciti mercenari e da una guerra spesso più manovrata che risolutiva. Evidente fu la superiorità militare francese e la rapidità con cui il sovrano attraversò la penisola tra il settembre del 1494 e il febbraio del 1495.

L’avanzata di Carlo VIII fu quasi sconcertante. Pavia lo accolse amichevolmente; a Firenze, l’atteggiamento di Piero de’ Medici gli costò la caduta e la città si avviò verso una nuova stagione repubblicana; Roma fu raggiunta senza che si producesse una resistenza capace di fermarlo; Napoli fu conquistata con una rapidità che lasciò senza parole i contemporanei. Carlo entrò a Napoli il 22 febbraio 1495, dopo una marcia verso sud di impressionante efficacia. Quella facilità, tuttavia, non era il segno della forza francese soltanto, ma era soprattutto la prova della vulnerabilità italiana. Gli Stati della penisola si erano illusi di poter usare il re di Francia come uno strumento momentaneo nella loro politica di potenza, ma finirono per scoprire di aver introdotto nella penisola una forza che nessuno, da solo, era più in grado di controllare.

Fu proprio il successo di Carlo VIII a cambiare tutto. Milano, Venezia, il papato, l’imperatore Massimiliano e la Spagna compresero che la conquista del Regno di Napoli rischiava di alterare in modo irreversibile il quadro politico italiano. Nacque così la Lega antifrancese, o Lega di Venezia, che costrinse Carlo VIII a mutare i propri piani. Quella che sembrava una marcia trionfale verso la gloria si trasformò in una ritirata strategica. Il re lasciò parte delle sue truppe nel Mezzogiorno e riprese la via del Nord, deciso a riguadagnare la Francia prima di restare intrappolato in una penisola diventata all’improvviso ostile.
L’ evento
Lo scontro decisivo di quella ritirata avvenne il 6 luglio 1495, presso Fornovo sul Taro, non lontano da Parma. Qui l’esercito della Lega, guidato da Francesco Gonzaga, tentò di bloccare il passaggio dei francesi. Fornovo è di fatto la prima vera battaglia delle guerre d’Italia. Non si trattò quindi di una battaglia isolata, ma del momento in cui la spedizione francese entrò brutalmente in collisione con la nuova realtà politica che essa stessa aveva prodotto.

Il piano della Lega era chiaro sulla carta: colpire i francesi mentre attraversavano l’area del Taro, spezzarne la colonna e possibilmente catturare Carlo VIII. Nella realtà, però, lo scontro degenerò presto in un intreccio disordinato di assalti, contrassalti e occasioni perdute. Una parte delle forze italiane, invece di stringere il nemico fino in fondo, si disperse sul bottino e sulle salmerie francesi. Questo dettaglio, apparentemente secondario, fu in realtà decisivo: proprio mentre la Lega avrebbe dovuto trasformare il vantaggio numerico in una vittoria conclusiva, perse compattezza e lasciò ai francesi lo spazio per forzare il passaggio. Carlo VIII riuscì così a salvarsi e a proseguire la ritirata verso la Lombardia e quindi verso la Francia.

Sul piano strettamente tattico, i francesi riuscirono nell’obiettivo essenziale: non furono annientati, non persero il re e riuscirono a rompere l’accerchiamento. Da questo punto di vista poterono rivendicare di aver aperto con le armi la via del ritorno. Ma sul piano politico e strategico la situazione era molto meno brillante: Carlo VIII aveva sì salvato l’esercito, ma aveva perso il controllo della sua impresa italiana. Il sogno di una conquista stabile del Regno di Napoli si stava già dissolvendo.

La Lega, al contrario, non riuscì a ottenere ciò che si era prefissata, cioè catturare o distruggere il re di Francia. Eppure poté presentare Fornovo come una vittoria, perché aveva fermato l’immagine di una Francia irresistibile e aveva recuperato sul terreno bottino, materiali e prestigio. Questa doppia lettura spiega perché la battaglia venga ricordata come uno scontro dal risultato controverso ma dal peso storico enorme. A Fornovo, più che vincere uno dei due eserciti, perse soprattutto l’illusione italiana di poter gestire le grandi potenze straniere con la sola diplomazia. Da quel momento la penisola entrò stabilmente nella stagione delle guerre d’Italia, diventando per decenni il teatro di contesa tra Francia, Spagna e Impero.
Gli Effetti
L’effetto più immediato della campagna del 1494-1495 fu la distruzione dell’antica politica dell’equilibrio. Carlo VIII si inserì nelle crepe del sistema italiano, sfruttando conflitti dinastici, politici ed economici che da tempo dividevano gli Stati della penisola, e la successiva ricomposizione antifrancese si rivelò presto illusoria. In altre parole, dopo Fornovo non era più possibile fingere che tutto potesse tornare come prima. Gli italiani avevano respinto un pericolo contingente, ma non avevano risolto la fragilità strutturale che lo aveva reso possibile.

Il secondo effetto fu ancora più profondo: l’Italia cessò di essere soltanto un sistema regionale e divenne il campo principale della competizione europea. Le guerre d’Italia come una lunga serie di conflitti combattuti soprattutto da Francia e Spagna, ma con il coinvolgimento di gran parte dell’Europa, e conclusi con il predominio degli Asburgo di Spagna sulla penisola. In questa prospettiva, Fornovo appare come il primo segnale di una trasformazione destinata a durare decenni: la politica italiana non si sarebbe più potuta spiegare soltanto con Firenze, Venezia, Milano, Napoli e Roma, perché da quel momento la partita sarebbe stata giocata anche e soprattutto da monarchie molto più vaste e potenti.
Conclusione

Fornovo sembrava dover fermare l’invasore, ma in realtà aprì un’epoca. Il re di Francia tornò oltre le Alpi, ma l’Italia non tornò più quella di prima. Da quella prima spedizione nacque un ciclo di guerre che, con fasi alterne, si sarebbe prolungato fino al 1559, quando la pace di Cateau-Cambrésis avrebbe sancito la supremazia asburgico-spagnola sulla penisola. Per questo Fornovo va letta meno come una conclusione e più come un inizio: non la fine di una campagna, ma l’alba di una lunga stagione in cui l’Italia sarebbe stata insieme premio, passaggio e campo di battaglia delle grandi potenze europee.
Fonti specifiche
- Treccani, Le guerre d’Italia;
- Treccani, Le guerre d’Italia e il sistema degli stati europei;
- Treccani, Fornovo di Taro;
- Treccani, Carlo VIII;
- Encyclopædia Britannica, Italian Wars;
- Encyclopædia Britannica, Battle of Fornovo;
- Encyclopædia Britannica, Italy: The first French invasion;
- Encyclopædia Britannica, Charles VIII.


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