Episodio n. 7

Contesto storico
Il XIV secolo fu un’epoca di crisi profonda per l’Europa. Dopo tre secoli di espansione economica, demografica e culturale, il Trecento segnò una vera e propria frattura. La grande carestia del 1315-1317 fu il primo campanello d’allarme: dovuta a un clima più freddo e umido e all’eccessiva crescita della popolazione, ridusse drasticamente i raccolti. I prezzi dei cereali salirono alle stelle, mentre la popolazione, già indebolita, fu esposta a malattie e denutrizione.

Non si trattò di un episodio isolato. Tra il 1340 e il 1350 nuove carestie aggravarono il quadro, e le stime demografiche mostrano un crollo impressionante: dagli 80 milioni di abitanti dell’Europa di fine Duecento si scese a circa 50-55 milioni a metà Trecento, e a 35 milioni verso la fine del secolo. In alcune aree il vuoto di popolazione richiese addirittura tre o quattro secoli per essere colmato. Alle catastrofi alimentari si sommarono guerre lunghe e logoranti, come la Guerra dei Cent’anni (1337-1453), gli scontri dinastici in Spagna, il conflitto tra Angioini e Aragonesi, oltre alle innumerevoli guerre tra stati regionali italiani. A ciò si aggiunsero le rivolte urbane e rurali, provocate dal peggioramento delle condizioni di vita, e disastri naturali come terremoti ed epidemie.

Il colpo finale arrivò con la Peste Nera (1347-1353), la più devastante pandemia della storia: partita dall’Asia centrale e diffusa lungo le rotte commerciali, in pochi anni sterminò decine di milioni di europei. Le strutture sociali ed economiche collassarono. Eppure, a medio termine, la drastica riduzione della popolazione aprì un’epoca di rinnovamento: i salari aumentarono per la scarsità di manodopera, le terre meno fertili vennero abbandonate e la produttività migliorò. Nelle città rifiorirono commerci, arti e cultura, ma anche un nuovo gusto per il piacere e la vita quotidiana, quasi a esorcizzare la precarietà dell’esistenza.

L’Evento: l’origine del detto
In questo scenario di lenta rinascita, tornarono a prosperare locande e osterie, frequentate da operai e artigiani che, finalmente più benestanti, potevano concedersi momenti di svago. I giochi di carte e di dadi erano diffusissimi, ma per giocare nelle ore serali era indispensabile la luce delle candele, che non erano certo a buon mercato.
Accadeva così che, quando la posta in gioco era troppo bassa, i giocatori professionisti stessi commentassero ironicamente: “Il gioco non vale la candela“.

Significato oggi
L’espressione ha perso nel tempo il suo riferimento letterale, ma il significato è rimasto intatto: non conviene affrontare un’impresa se i costi (economici, di tempo o di energie) sono superiori ai benefici. È un detto ancora molto vivo e universale, usato nei contesti più diversi: dal lavoro alla politica, dalla vita quotidiana allo sport.
Fonti specifiche
- Oxford Reference – voce The game is not worth the candle.un utile proporzionato.
- Michel de Montaigne, Essais, libro I (1580) – diffusione in Francia della formula “le jeu ne vaut pas la chandelle”.
- Dizionario dei Modi di Dire, Enciclopedia Treccani.


Lascia un commento