“Il gioco non vale la candela”

Quando una partita costava più della posta

Episodio n. 7

Introduzione

Ci sono modi di dire che utilizziamo quasi automaticamente, senza fermarci a pensare all’immagine che custodiscono. «Il gioco non vale la candela» è uno di questi. Oggi lo diciamo quando uno sforzo, una spesa o un rischio ci sembrano sproporzionati rispetto al risultato che potremmo ottenere. In altre parole, quando semplicemente non ne vale la pena. Ma perché proprio una candela? E soprattutto: di quale gioco stiamo parlando? Per trovare il bandolo della matassa dobbiamo tornare in un’Europa nella quale, una volta calato il sole, persino continuare a divertirsi aveva un costo.

Un’Europa tra crisi e trasformazione

Il XIV secolo rappresentò una profonda cesura nella storia europea. Dopo secoli di crescita demografica ed economica, il continente fu investito da una successione di calamità. Tra il 1315 e il 1317 la Grande Carestia colpì soprattutto l’Europa settentrionale. Piogge insistenti, cattivi raccolti e difficoltà nell’approvvigionamento provocarono un forte aumento dei prezzi dei cereali e aggravarono le condizioni di una popolazione già sottoposta a una forte pressione sulle risorse.

‘Trionfo della Morte’, del pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio. Olio su tavola, 1562 circa. Museo del Prado, Madrid

Non fu che l’inizio. Alle difficoltà alimentari si aggiunsero guerre lunghe e devastanti: dal 1337 Francia e Inghilterra furono coinvolte nella Guerra dei Cent’anni, mentre nella penisola iberica si susseguirono conflitti dinastici e in Italia continuarono gli scontri fra potenze regionali e le contese tra Angioini e Aragonesi. Rivolte urbane e rurali contribuirono ad accentuare l’instabilità.

Poi arrivò la Peste Nera.

La morte strangola una vittima della peste. Dal codice lucido, XIV secolo

Tra il 1347 e il 1353 l’epidemia travolse l’Europa provocando una mortalità enorme e modificando profondamente gli equilibri demografici, economici e sociali del continente. La popolazione europea diminuì drasticamente e in alcune regioni occorse molto tempo prima che i livelli precedenti alla crisi fossero nuovamente raggiunti. Eppure, proprio da quella tragedia nacquero anche trasformazioni destinate a lasciare il segno. La scarsità di manodopera contribuì in molte aree all’aumento dei salari; numerosi terreni marginali furono abbandonati; i rapporti tra proprietari e lavoratori iniziarono lentamente a cambiare. Le città, i commerci e le attività artigianali continuarono a svilupparsi in un’Europa che, tra XIV e XVI secolo, sarebbe diventata molto diversa da quella dei secoli precedenti. Anche gli svaghi facevano naturalmente parte della vita quotidiana. Nelle case, nelle taverne e nelle locande si giocava ai dadi, a giochi da tavolo e, con la loro progressiva diffusione in Europa dalla fine del Medioevo, anche alle carte.

Ed è qui che entra in scena la nostra candela.

Quando anche giocare aveva un costo

Oggi basta premere un interruttore. Per secoli, invece, prolungare qualsiasi attività dopo il tramonto significava consumare una risorsa: olio, sego o cera. Una partita che continuava durante la notte richiedeva quindi illuminazione. Ed è proprio questo elemento materiale che viene tradizionalmente posto all’origine dell’espressione: se la posta era troppo modesta, o il possibile guadagno non compensava neppure il costo necessario a illuminare il tavolo, continuare a giocare non era conveniente.

In senso letterale, dunque, il gioco non valeva la candela.

È un’immagine talmente efficace da sembrare quasi costruita apposta per diventare proverbiale. Ma qui è necessario fare una distinzione importante: possiamo spiegare con ragionevole sicurezza il significato dell’immagine, molto meno indicare il momento esatto nel quale qualcuno la pronunciò per la prima volta. Attribuire la nascita del detto direttamente al Trecento sarebbe infatti eccessivo. La prima attestazione autorevole che possiamo seguire ci conduce più avanti, nella Francia del Cinquecento.

Da un tavolo da gioco a Montaigne

La forma francese le jeu ne vaut pas la chandelle è documentata nel XVI secolo. Il CNRTL, il grande dizionario storico della lingua francese, ne registra l’attestazione prima del 1592 e rimanda a Michel de Montaigne. Ed effettivamente la frase compare negli Essais, nel libro II, capitolo XVII, De la présomption. Montaigne scrive: «Le jeu ne vaut pas la chandelle

Ritratto di Michel de Montaigne di pittore sconosciuto conservato al Musée Condé

Poche parole, ma decisive per la nostra storia. La frase viene utilizzata ormai in senso figurato: l’interesse dell’impresa non giustifica i fastidi e le preoccupazioni che essa comporta. Il passaggio dalla concreta convenienza di una partita al lume di candela alla metafora della vita quotidiana era dunque già compiuto. C’è poi un particolare particolarmente significativo per noi italiani. Il Vocabolario Treccani definisce infatti «il gioco non vale la candela» una traduzione del francese le jeu ne vaut pas la chandelle.

Non abbiamo quindi bisogno di immaginare un preciso oste medievale, un gruppo determinato di giocatori o il momento esatto nel quale venne pronunciata per la prima volta. Questi particolari appartengono alla spiegazione tradizionale e non sono documentabili. Ciò che possiamo affermare è più solido: il detto nasce dal confronto immediato fra il valore del gioco e il costo della luce necessaria per giocarlo, è attestato in francese almeno nel XVI secolo e da quella lingua è passato nell’italiano.

Dalla candela alle nostre scelte

Con il tempo le candele sono scomparse dai tavoli da gioco, ma l’espressione è sopravvissuta perché il ragionamento che contiene è universale. Ogni volta che diciamo che «il gioco non vale la candela» compiamo, in fondo, la stessa valutazione di chi doveva decidere se continuare una partita mentre una candela lentamente si consumava: mettiamo su due piatti della bilancia ciò che possiamo ottenere e ciò che dovremo spendere per ottenerlo. Non necessariamente denaro. Può trattarsi di tempo, fatica, rischio, pazienza o energie.

Miniatura dal Libro del axedrez dados et tablas (Libro degli scacchi, dei dadi e delle tavole ) di Alfonso X , c. 1283. Alfonso X fu re di Castiglia, León e Galizia dal 30 maggio 1252 fino alla sua morte nel 1284. Il libro è conservato presso la chiesa di St. Lorenze del Escorial, Madrid.

Ed è forse proprio questa la ragione della straordinaria longevità del detto. Il mondo nel quale nacque è scomparso: non abbiamo più bisogno di una candela per continuare una partita dopo il tramonto, ma continuiamo ogni giorno a domandarci, davanti alle nostre piccole e grandi decisioni, se il gioco valga davvero la candela.

Fonti specifiche

  • Michel de Montaigne, Essais, libro II, cap. XVII, De la présomption. La formula è effettivamente presente nel testo. Testo dell’Exemplaire de Bordeaux
  • CNRTL – Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales, voce Chandelle: attestazione storica dell’espressione francese anteriormente al 1592. Scheda
  • Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, voce Candela: registra la locuzione italiana come traduzione del francese. Scheda
  • William Chester Jordan, The Great Famine: Northern Europe in the Early Fourteenth Century, Princeton University Press, 1996. JSTOR
  • David Herlihy, The Black Death and the Transformation of the West, Harvard University Press, 1997.
  • Ole J. Benedictow, The Complete History of the Black Death, Boydell Press.


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