Episodio n. 19

Contesto storico
Il Regno longobardo ricomprende un periodo che va tra il 568-569 (invasione dell’Italia bizantina) e il 774 (caduta del Regno a opera dei Franchi di Carlo Magno), con capitale Pavia. L’effettivo controllo dei sovrani sulle due grandi aree che costituivano il regno, la Langobardia Maior nel centro-nord (a sua volta ripartita in un’area occidentale, o Neustria, e in una orientale, o Austria) e la Langobardia Minor nel centro-sud (composta dai due grandi ducati semi-autonomi di Spoleto e di Benevento), non fu costante nel corso dei due secoli di durata del regno. Da un’iniziale fase di forte autonomia dei numerosi ducati che lo componevano, si sviluppò con il tempo una sempre maggior autorità del sovrano, anche se le spinte autonomiste dei duchi non furono mai del tutto domate.

I Longobardi, prima dell’invasione del 568 erano federati dell’Impero Bizantino e parteciparono nel 552, con 5000 uomini, alla lotta contro gli Ostrogoti in Italia, al servizio del generale Narsete. Costretti dagli Avari ad abbandonare le regioni danubiane si diressero verso l’Italia dove Bizantini e Longobardi si divisero la penisola con confini soggetti a continue variazioni nel corso del tempo in base ai rapporti di forza. I nuovi venuti si ripartirono tra Langobardia Maior (l’Italia settentrionale gravitante intorno alla capitale del regno, Ticinum, oggi Pavia, da qui il nome dell’odierna regione Lombardia) e Langobardia Minor (ducati di Spoleto e Benevento), mentre i territori rimasti sotto controllo bizantino erano chiamati “Romània” (da qui il nome dell’odierna regione Romagna) e avevano come fulcro l’Esarcato di Ravenna. Re Alboino era alla guida dei Longobardi nel periodo dell’invasione italiana ed affidò il controllo delle Alpi Orientali a uno dei suoi più fidi luogotenenti, Gisulfo, che divenne il primo duca del Friuli. Il ducato, con sede a Cividale del Friuli (allora Forum Iulii), sempre in lotta con le popolazioni straniere avrebbe mantenuto, fino al regno di Liutprando, una maggiore autonomia nei confronti degli altri ducati della Langobardia Maior, giustificata dai suoi eccezionali bisogni militari.

La moltiplicazione dei ducati, che avevano esigenze di controllo e sicurezza dei territori, furono però la causa della debolezza del potere regio longobardo. Come già discusso nel precedente Episodio nel 572, dopo la capitolazione di Pavia, e la sua elevazione a capitale del Regno, Re Alboino cadde vittima di una congiura ordita a Verona dalla moglie Rosmunda, in combutta con alcuni guerrieri Gepidi e Longobardi. L’aristocrazia longobarda, comunque, non avallò il regicidio e costrinse Rosmunda alla fuga presso i Bizantini, a Ravenna.

Più tardi, in quello stesso 572, i trentacinque duchi riuniti in assemblea a Pavia acclamarono re Clefi. Il nuovo sovrano estese i confini del regno, completando la conquista della Tuscia e cingendo d’assedio Ravenna. Anch’egli, però, nel 574 cadde vittima di un regicidio, sgozzato da un uomo del suo seguito forse istigato dai Bizantini. In seguito a questo fatto vi fu un decennio di anarchia, durante il quale non venne nominato un altro re e i duchi regnarono da sovrani assoluti nei rispettivi ducati, non senza lotte intestine. A questo stadio dell’occupazione i duchi erano semplicemente i capi delle diverse fare del popolo longobardo;
L’Evento
Dopo dieci anni di anarchia, la necessità di una forte monarchia centralizzata era ormai chiara anche ai più indipendentisti dei duchi; Franchi e Bizantini premevano e i Longobardi non potevano più permettersi una struttura del potere troppo debole. Così nel 584 i duchi si accordarono per incoronare re il figlio di Clefi, Autari.

Dal punto di vista militare, Autari seppe fronteggiare sia i Franchi che i Bizantini, occupando anche l’ultimo bastione bizantino in Italia settentrionale: l’Isola Comacina nel Lago di Como. Fallito il tentativo di sposare una principessa franca, avendo l’obiettivo di garantire stabilità, decise di rivolgersi ai Bavari, tradizionali nemici dei Franchi, sposando Teodolinda. Il periodo di Autari segnò la conquista di una prima stabilità interna al regno longobardo. Autari morì nel 590, probabilmente avvelenato in una congiura di palazzo e fu la giovane regina vedova Teodolinda, bavara ma portatrice del sangue dei Letingi, a scegliere l’erede al trono e suo nuovo marito: il duca di Torino, Agilulfo. L’anno successivo Agilulfo ricevette l’investitura ufficiale da parte dell’assemblea dei Longobardi, riunita a Milano.

L’influenza della regina sulla politica di Agilulfo fu notevole e determinante. Agilulfo riuscì ad ottenere una tregua con i Franchi, mentre i Bizantini, impegnati contro i Persiani in Anatolia e contro Avari e Slavi nella regione Balcanica, non avevano sufficienti risorse per fronteggiare i Longobardi, per questo decisero finalmente di riconoscere il Regno Longobardo, comprendente il Nord Italia (tranne la Liguria e la costa veneta), l’Umbria, le Marche, la Tuscia, e molti territori a Sud, in particolare i ducati di Spoleto e Benevento, che però erano fortemente indipendenti.

La concezione territoriale del regno longobardo era basata sulla stabile divisione in ducati, per questo motivo ogni ducato era guidato da un duca, non più solo capo di una fara ma funzionario regio, depositario dei poteri pubblici. Agilulfo rinforzò i confini e ridusse il potere dei duchi lombardi, rinforzando il controllo sull’Italia. Sotto il suo regno i Longobardi iniziarono a collaborare in modo più significativo con ciò che rimaneva della vecchia aristocrazia romana, entrando in particolare in contatto con il papa, Gregorio Magno. La capitale fu spostata nella più romanica Milano e il Palazzo reale di Monza divenne la residenza estiva. In questa direzione mosse anche la forte pressione, svolta soprattutto da Teodolinda, verso la conversione al cattolicesimo dei Longobardi, fino a quel momento ancora in gran parte pagani o ariani.

Alla morte di Agilulfo, nel 616, il trono passò al figlio minorenne Adaloaldo. La reggenza (che di fatto proseguì anche dopo l’uscita del re dalla minorità) fu esercitata dalla regina madre Teodolinda, che proseguì la sua politica filo-cattolica e di pacificazione con i Bizantini, suscitando però una sempre più decisa opposizione da parte della componente ariana e guerriera dei Longobardi. Teodolinda morì a Monza il 22 gennaio del 627.
Il conflitto esplose nel 624 e fu capeggiato da Arioaldo, duca di Torino e cognato di Adaloaldo (aveva sposato sua sorella Gundeperga, figlia di Teodolinda). Adaloaldo fu deposto nel 625 e al suo posto si insediò Arioaldo.

Il “colpo di Stato” ai danni della dinastia Bavarese di Adaloaldo e Teodolinda, che portò al trono Arioaldo, aprì una stagione di conflitti tra le due componenti religiose del regno, in quanto opponeva i fautori di una politica di pacificazione con i Bizantini e con il Papato e ai promotori di una politica più aggressiva ed espansionista. Il regno di Arioaldo (626-636), che riportò la capitale a Pavia, fu travagliato da questi contrasti, oltre che dalle minacce esterne; Alla sua morte la leggenda narra che, con procedura identica a quella seguita con sua madre Teodolinda, la regina Gundeperga ebbe il privilegio di scegliersi il nuovo sposo e re. La scelta cadde su Rotari, duca di Brescia e anch’egli ariano. Rotari regnò dal 636 al 652 e condusse numerose campagne militari, che portarono quasi tutta l’Italia settentrionale sotto il dominio del regno longobardo. In ambito interno, Rotari rafforzò il potere centrale a danno dei ducati della Langobardia Maior, mentre al sud anche il duca di Benevento Arechi I riconobbe l’autorità del re di Pavia.

A Rotari è legato il celebre Editto; promulgato nel 643, era scritto in latino nonostante fosse rivolto soltanto ai Longobardi, secondo il principio della personalità della legge. I Romanici restavano soggetti al diritto romano. L’Editto ricapitolava e codificava le norme e le usanze germaniche, ma introduceva anche importanti novità. L’Editto infatti, proibì la faida a favore del guidrigildo (risarcimento in denaro) e conteneva anche drastiche limitazioni all’uso della pena di morte.
Dopo il brevissimo regno del figlio di Rotari, Rodoaldo (652-653), i duchi elessero re Ariperto I, duca di Asti e nipote di Teodolinda. Ritornava così sul trono la dinastia Bavara, segno del prevalere della fazione cattolica su quella ariana; il regno di Ariperto si segnalò infatti per la dura repressione dell’arianesimo. Alla sua morte (661) il testamento di Ariperto divise il regno tra i due figli, Pertarito e Godeperto. La procedura era usuale tra i Franchi, ma tra i Longobardi rimase un unicum. La partizione entrò immediatamente in crisi: tra Pertarito, insediato a Milano e Godeperto, rimasto a Pavia, si accese un conflitto che coinvolse anche il duca di Benevento, Grimoaldo. Il duca intervenne con consistenti forze militari per sostenere Godeperto, ma appena giunse a Pavia uccise il sovrano e ne prese il posto. Pertarito, in evidente inferiorità, fuggì presso gli Avari.

Grimoaldo ottenne l’investitura dei nobili longobardi, e ottenne dagli Avari la restituzione del sovrano deposto Pertarito, che non appena entrò in Italia, dovette fare atto di sottomissione a Grimoaldo prima di riuscire a fuggire presso i Franchi di Neustria, che nel 663 attaccarono Grimoaldo, che li sconfisse. Grimoaldo, che nello stesso 663 aveva respinto un tentativo di riconquista dell’Italia da parte dell’imperatore bizantino Costante II, esercitò i poteri sovrani con piena autorità, grazie alla fedeltà del suo ducato di Benevento, affidato al figlio Romualdo, aggiunse quella dei ducati di Spoleto e del Friuli, dove impose duchi a lui leali.
Grimoaldo fu un re importante per i longobardi, infatti fu un saggio legislatore (Grimoaldo aggiunse nuove leggi all’Editto), mecenate (eresse a Pavia una chiesa intitolata a sant’Ambrogio, fondò la basilica di San Michele Maggiore, sede futura delle incoronazioni regie) e valente guerriero.

Alla morte di Grimoaldo, nel 671, Pertarito rientrò dall’esilio e pose fine all’effimero regno di Garibaldo, figlio di Grimoaldo e ancora bambino. Si accordò immediatamente con l’altro figlio di Grimoaldo, Romualdo I di Benevento, al quale impose fedeltà in cambio del riconoscimento dell’autonomia del suo ducato. Pertarito cercò e ottenne la pace con i Bizantini, che riconobbero la sovranità longobarda su gran parte dell’Italia. Inoltre, sviluppò una politica in linea con la tradizione della sua dinastia e sostenne la Chiesa cattolica a danno dell’arianesimo. Dovette subire la ribellione del duca di Trento Alachis, che ottenne per sé anche il Ducato di Brescia.
Nel 688, alla morte di Pertarito, Alachis tornò a sollevarsi, coalizzando intorno a sé gli oppositori alla politica filo-cattolica dei Bavaresi. Suo figlio e successore Cuniperto fu inizialmente sconfitto e costretto a rifugiarsi sull’Isola Comacina; soltanto nel 689 riuscì a venire a capo della ribellione, sconfiggendo e uccidendo Alachis nella battaglia di Coronate, presso l’Adda.

La crisi derivava dalla divergenza che vedeva la contrapposizione delle due regioni della Langobardia Maior: da un lato le regioni occidentali (Neustria), fedeli ai sovrani Bavaresi, filo-cattoliche e sostenitrici della politica di pacificazione con Bisanzio e Roma; dall’altra le regioni orientali (Austria), legate alla tradizione longobarda che, favorevole all’adesione a paganesimo e arianesimo, non si rassegnava a una mitigazione del carattere guerriero del popolo. La fronda dei duchi d’Austria contestava la crescente “latinizzazione” di costumi, pratiche di corte, diritto e religione, che accelerava la disgregazione e la perdita d’identità germanica della gente longobarda. La vittoria consentì tuttavia a Cuniperto, di proseguire nell’opera di pacificazione del regno, sempre in chiave filo-cattolica.



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