Il lungo viaggio di un popolo prima della conquista
Episodio n. 18

Introduzione
Quando nella primavera del 568 i Longobardi attraversarono le Alpi Giulie e penetrarono in Italia, non erano più il piccolo popolo germanico che le fonti romane avevano incontrato secoli prima lungo il corso dell’Elba. Alle loro spalle c’era un viaggio lunghissimo, fatto di migrazioni, guerre, alleanze e continui mutamenti. Davanti a loro si apriva invece una penisola stremata, appena riconquistata dall’Impero romano d’Oriente dopo quasi vent’anni di guerra contro gli Ostrogoti.
L’invasione dell’Italia fu dunque soltanto l’ultimo nodo di un groviglio iniziato molto tempo prima. Per comprenderlo dobbiamo tornare alle lontane origini dei Longobardi, separando ciò che appartiene alla storia da ciò che essi stessi vollero raccontare sul proprio passato.
I Winnili e il mito delle lunghe barbe

La tradizione longobarda faceva risalire le origini del popolo a una regione settentrionale chiamata Scadanan, generalmente identificata con la Scandinavia. Da lì, a causa dell’eccessiva popolazione, una parte degli abitanti sarebbe partita sotto la guida dei fratelli Ibor e Aio e della loro saggia madre Gambara. A raccontarlo sono soprattutto l’Origo gentis Langobardorum, composta nel VII secolo, e la successiva Historia Langobardorum di Paolo Diacono, scritta alla fine dell’VIII secolo.

Secondo questa narrazione, il popolo si chiamava in origine Winnili. Quando dovette affrontare i Vandali, Gambara e i suoi figli invocarono la protezione della dea Frea, moglie di Godan, il corrispondente germanico di Odino. La dea suggerì alle donne di sciogliere i capelli e portarli davanti al volto, così da sembrare guerrieri provvisti di lunghe barbe. Al mattino, vedendoli schierati, Godan avrebbe domandato: «Chi sono questi dalle lunghe barbe?». Frea gli rispose che, avendo concesso loro un nome, avrebbe dovuto concedere anche la vittoria. Da quel momento i Winnili sarebbero stati chiamati Longobardi, cioè uomini dalle lunghe barbe. È una leggenda e non una cronaca attendibile delle loro origini. Tuttavia, come spesso accade, il mito rivela qualcosa dell’immagine che un popolo costruì di sé: una comunità guerriera, capace di affidarsi non soltanto alla forza, ma anche all’astuzia, alla coesione e alla protezione divina.

Anche la provenienza scandinava non può essere considerata un fatto storicamente dimostrato. Le prime testimonianze più solide collocano infatti i Longobardi tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. nella regione del basso Elba, nell’attuale Germania settentrionale. Strabone li ricorda tra le popolazioni soggette al dominio del re marcomanno Maroboduo, mentre Velleio Patercolo li incontrò durante le campagne condotte da Tiberio in Germania nel 5 d.C. Tacito, nella Germania, li descrisse come un popolo poco numeroso che riusciva a difendere la propria indipendenza grazie al valore militare. È da queste regioni, più che dalle nebbie leggendarie della Scandinavia, che possiamo iniziare a seguirne il cammino storico
Un popolo in movimento
Per alcuni secoli le notizie sui Longobardi diventano frammentarie. Quando ricompaiono nelle fonti, tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, si trovano molto più a sud-est, tra la Boemia, la Moravia e le regioni a nord del Danubio. Il loro spostamento non deve essere immaginato come la marcia ordinata di una popolazione rimasta immutata nel tempo. Durante il viaggio i Longobardi entrarono in contatto con altri gruppi, ne accolsero alcuni al proprio interno, ne combatterono altri e modificarono progressivamente la propria organizzazione. Quello longobardo non era dunque un blocco etnico perfettamente compatto. Come accadde ad altri popoli delle grandi migrazioni, la sua identità si costruì durante il movimento. Accanto al nucleo dominante si aggregarono guerrieri e famiglie di diversa provenienza, uniti dalla fedeltà ai capi, dalla partecipazione alle guerre e dalla condivisione di tradizioni comuni.
Un ruolo importante nell’organizzazione della società era svolto dalle fare, gruppi nei quali si intrecciavano legami di parentela, solidarietà militare e dipendenza da un capo. La loro esatta natura è ancora discussa dagli studiosi, ma esse costituirono certamente una delle strutture attraverso le quali i Longobardi si spostarono e occuparono i nuovi territori. Al vertice si trovavano i duchi, comandanti militari dotati di grande autonomia, mentre il re doveva esercitare la propria autorità mediando con i principali capi guerrieri. Anche dal punto di vista religioso il popolo non era uniforme. Accanto alle antiche credenze germaniche si erano diffuse diverse forme di cristianesimo. Al momento dell’ingresso in Italia molti Longobardi erano ariani, altri erano ancora pagani e non mancavano gruppi già vicini al cattolicesimo. Questa varietà avrebbe influenzato profondamente i loro rapporti con la popolazione romana e con la Chiesa.
Dalla regione del Danubio alla Pannonia
All’inizio del VI secolo i Longobardi raggiunsero le regioni danubiane. Sotto il regno di Vacone estesero la propria influenza attraverso un’abile politica di matrimoni e alleanze, entrando stabilmente nel sistema politico sorto ai confini dell’Impero romano d’Oriente. La loro forza non dipendeva più soltanto dalle armi, ma anche dalla capacità di inserirsi nei conflitti che opponevano Bizantini, Ostrogoti, Franchi e altri popoli germanici.
Verso la metà del secolo, durante il regno di Audoino, si stabilirono più saldamente in Pannonia, una regione corrispondente in parte all’attuale Ungheria e alle aree circostanti. Fu l’imperatore Giustiniano a favorire il loro insediamento a sud del Danubio, cercando di utilizzarli come alleati contro i Gepidi, il popolo germanico che controllava territori strategici nella pianura danubiana. Il rapporto con Costantinopoli era però fondato sull’interesse e non su una fedeltà duratura. Nel 552 migliaia di guerrieri longobardi combatterono in Italia nell’esercito bizantino del generale Narsete contro gli Ostrogoti. L’esperienza ebbe un’importanza decisiva: alcuni di loro videro direttamente la ricchezza della penisola, ne conobbero le strade e poterono constatare le devastazioni prodotte dalla lunga guerra. Narsete dovette poi allontanarli a causa delle violenze e dei saccheggi compiuti durante la campagna, ma il ricordo dell’Italia rimase certamente vivo.
La tradizione successiva raccontò che sarebbe stato lo stesso Narsete, caduto in disgrazia presso la corte imperiale, a invitare i Longobardi a invadere la penisola per vendicarsi. La notizia, riportata da fonti tarde, è considerata poco attendibile. È però plausibile che le precedenti campagne militari avessero fornito ai Longobardi informazioni preziose sulla vulnerabilità dell’Italia.
Alboino, i Gepidi e l’alleanza con gli Avari
Alla morte di Audoino, intorno al 560, il trono passò al figlio Alboino. Il nuovo re ereditò soprattutto il conflitto contro i Gepidi, guidati da Cunimondo. La rivalità tra i due popoli coinvolse inevitabilmente l’Impero bizantino, che cercava di impedire la nascita di una potenza troppo forte lungo il Danubio. Dopo alterne vicende, nel 567 Alboino concluse un’alleanza con gli Avari, cavalieri provenienti dalle steppe eurasiatiche e da poco insediatisi nell’Europa centrale. L’accordo prevedeva che, in caso di vittoria, essi avrebbero ricevuto i territori dei Gepidi. L’attacco combinato distrusse il loro regno e Cunimondo morì durante la guerra.

Secondo la tradizione, Alboino fece trasformare il cranio del re sconfitto in una coppa e costrinse in seguito Rosmunda, figlia di Cunimondo e divenuta sua moglie, a bere da quel macabro recipiente. Il racconto fu messo per iscritto molto tempo dopo e contiene evidenti elementi letterari; non può quindi essere accettato in ogni dettaglio come un fatto certo. Esso conserva però il ricordo della violenza che accompagnò la sconfitta dei Gepidi e della profonda ostilità che separava Rosmunda dal marito.
La vittoria rese Alboino più potente, ma creò anche una situazione pericolosa. Gli Avari occupavano ormai i territori lasciati dai Gepidi e la loro crescente forza minacciava direttamente i Longobardi. Restare in Pannonia avrebbe significato convivere con un alleato molto più temibile del nemico appena sconfitto. L’Italia, al contrario, appariva vulnerabile. La guerra greco-gotica, combattuta dal 535 al 553, aveva devastato città e campagne, ridotto la popolazione e indebolito le strutture difensive. A questa distruzione si erano aggiunte carestie ed epidemie. L’Impero bizantino aveva riconquistato la penisola, ma non disponeva delle risorse necessarie per proteggerla in modo efficace.

I fili del groviglio cominciavano così a ricongiungersi: la pressione degli Avari, la distruzione dei Gepidi, la conoscenza dell’Italia maturata durante le precedenti campagne e la debolezza della presenza bizantina indicarono ai Longobardi una nuova direzione.
568: l’ingresso in Italia
Nella primavera del 568 Alboino lasciò la Pannonia e condusse il suo popolo verso l’Italia. Paolo Diacono colloca la partenza nel periodo pasquale, ma la cronologia esatta rimane discussa e alcune ricostruzioni pongono l’ingresso nella penisola tra il 568 e il 569. Non si trattava di un esercito composto soltanto da Longobardi. Alla spedizione partecipavano Sassoni, Gepidi, Bulgari, Sarmati e altri gruppi aggregati nel corso delle guerre danubiane. Insieme ai guerrieri viaggiavano donne, bambini, servi, animali e beni. Era un’invasione, ma anche una migrazione collettiva destinata a creare un nuovo insediamento. Prima di partire, Alboino avrebbe concluso con gli Avari un accordo che lasciava loro la Pannonia, conservando però la possibilità di ritornarvi entro un certo periodo. Anche questo particolare è conosciuto attraverso fonti posteriori e deve essere accolto con prudenza. La partenza, in ogni caso, segnò un distacco quasi definitivo dalle regioni danubiane.

Attraverso la valle del Vipacco e le Alpi Giulie, i Longobardi entrarono nel Friuli. Il primo centro importante fu Forum Iulii, l’attuale Cividale del Friuli, affidata da Alboino al nipote Gisulfo, che divenne duca. Da lì l’avanzata proseguì lungo le antiche strade romane. Aquileia fu abbandonata dal patriarca e da parte della popolazione, mentre numerosi abitanti cercarono rifugio nelle zone costiere e lagunari rimaste sotto il controllo bizantino. L’invasione non incontrò una resistenza organizzata paragonabile a quella affrontata dai Bizantini durante la guerra contro gli Ostrogoti. I Longobardi avanzarono nella pianura padana occupando progressivamente Verona, Vicenza e altre città. Milano venne conquistata nel settembre del 569, mentre Pavia resistette per quasi tre anni prima di arrendersi nel 572. La città sarebbe diventata in seguito la capitale del regno.

La conquista, tuttavia, non seguì un progetto unitario. I vari duchi si muovevano spesso autonomamente, occupando i territori nei quali incontravano minore resistenza. Per questo motivo il dominio longobardo assunse fin dall’inizio una forma discontinua. L’Impero bizantino conservò Ravenna, Roma, parte delle coste, la Liguria per alcuni decenni e vaste aree dell’Italia meridionale. La penisola venne così divisa tra territori longobardi e territori imperiali, separati da confini instabili e spesso frammentati. Alcuni gruppi si spinsero rapidamente lungo l’Appennino e diedero origine ai ducati di Spoleto e Benevento. Le circostanze e le date precise della loro fondazione non sono del tutto chiare, ma entro gli anni Settanta del VI secolo la presenza longobarda nell’Italia centrale e meridionale era ormai consolidata.
La morte di Alboino e il potere dei duchi
Nel 572, poco dopo la conquista di Pavia, Alboino venne assassinato a Verona. Secondo Paolo Diacono, la congiura fu organizzata da Rosmunda con la complicità di Elmichi, fratello d’armi del re, e maturò dopo l’umiliazione della regina, costretta a bere dalla coppa ricavata dal cranio del padre. La vicenda è divenuta uno degli episodi più celebri della storia longobarda, ma la sua ricostruzione deriva da una tradizione scritta molto tempo dopo gli avvenimenti. La partecipazione di Rosmunda alla congiura è plausibile; i dettagli più drammatici devono invece essere considerati con cautela.

Dopo la morte di Alboino venne eletto re Clefi, anch’egli assassinato dopo un breve regno. Per circa dieci anni, dal 574 al 584, i duchi non elessero un nuovo sovrano e governarono autonomamente i territori conquistati. Fu il periodo che la storiografia ha tradizionalmente chiamato anarchia ducale. L’assenza di un’autorità centrale non significava però l’assenza di potere. Ogni duca controllava una città e il territorio circostante, disponeva di guerrieri e conduceva una propria politica. Di fronte alla crescente pressione dei Franchi e dei Bizantini, questa frammentazione si rivelò pericolosa. Nel 584 i duchi decisero pertanto di restaurare la monarchia ed elessero Autari, figlio di Clefi, cedendogli una parte dei propri beni per permettergli di ricostruire un potere regio effettivo.
Un nuovo equilibrio per l’Italia
Quando entrarono in Italia, i Longobardi non erano più i Winnili del mito e neppure una semplice tribù germanica. Erano il risultato di secoli di spostamenti, incontri, conflitti e aggregazioni. Il loro popolo si era formato lungo il cammino, assorbendo elementi diversi e adattando le proprie strutture alle necessità della guerra e della migrazione. L’invasione del 568 aprì una fase nuova nella storia della penisola. Per la prima volta dopo la riconquista giustinianea, l’Italia venne divisa stabilmente tra poteri differenti: da una parte il regno e i ducati longobardi, dall’altra i territori rimasti sotto l’autorità bizantina, ai quali si sarebbe progressivamente affiancato il crescente potere politico della Chiesa di Roma.

Non sarebbe corretto attribuire soltanto all’autonomia dei duchi longobardi la frammentazione politica che caratterizzò l’Italia nei secoli successivi. Essa nacque piuttosto dall’intreccio tra una conquista rimasta incompleta, la sopravvivenza delle regioni bizantine, la forza dei poteri locali, l’ascesa del papato e le successive ingerenze di Franchi, imperatori e altre potenze. I Longobardi contribuirono però in modo decisivo a spezzare definitivamente l’antica unità amministrativa della penisola. Il loro arrivo non fu soltanto la conclusione di una migrazione: fu l’inizio di un nuovo equilibrio politico, destinato a cambiare per secoli la geografia e la storia dell’Italia.
Fonti specifiche
- Origo gentis Langobardorum, VII secolo.
- Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Fondazione Lorenzo Valla–Mondadori, Milano, 1992.
- Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, Einaudi, Torino, 2002.
- Neil Christie, I Longobardi. Storia e archeologia di un popolo, ECIG, Genova, 1997.
- Stefano Gasparri, Italia longobarda. Il regno, i Franchi, il papato, Laterza, Roma-Bari, 2012.
- Marcello Rotili, I Longobardi, in Il Mondo dell’Archeologia, Treccani, 2004.
- Stefania Picariello, I Longobardi in Italia, Treccani, 2014.
- UNESCO Italia, I Longobardi in Italia. I luoghi del potere.


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