Dopo l’8 settembre 1943, gli ufficiali italiani che avevano resistito ai tedeschi furono separati dai propri uomini, condannati senza un vero processo e fucilati in segreto
Episodio n. 17

Il dominio italiano nel Dodecaneso
La presenza italiana nel Dodecaneso ebbe inizio nel 1912, durante la guerra italo-turca. L’Italia, impegnata nella conquista della Libia, occupò anche le isole dell’Egeo appartenenti all’Impero ottomano. Quella che avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria divenne definitiva nel 1923, quando il trattato di Losanna riconobbe formalmente la sovranità italiana sull’arcipelago.

Kos, chiamata Coo dagli italiani, entrò così a far parte del Possedimento Italiano delle Isole dell’Egeo. Durante il governatorato di Mario Lago, le diverse comunità presenti nell’arcipelago conservarono una certa autonomia e le isole conobbero anche una fase di sviluppo economico. La situazione cambiò radicalmente nel 1936, con l’arrivo del governatore Cesare Maria De Vecchi. L’italianizzazione assunse allora i caratteri di una vera fascistizzazione: le autonomie locali furono progressivamente soppresse, l’italiano imposto nella vita pubblica e le leggi razziali del 1938 estese anche al Dodecaneso, colpendo le comunità ebraiche di Rodi e Kos.
L’Italia che, dopo l’8 settembre 1943, sarebbe divenuta vittima della violenza tedesca era dunque la stessa che per trent’anni aveva governato quelle terre come potenza coloniale. Tenere insieme questi due aspetti non attenua le responsabilità dell’eccidio ma restituisce alla vicenda tutta la sua complessità storica.
L’armistizio e il caos nell’Egeo
Quando venne annunciato l’armistizio con gli Alleati, sull’isola si trovavano circa quattromila militari italiani, in gran parte appartenenti al 10º Reggimento fanteria della Divisione “Regina”, comandato dal colonnello Felice Leggio. A essi si aggiungevano reparti di artiglieria, Marina, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza e Milizia.

I pochi tedeschi presenti presso l’aeroporto di Antimachia furono disarmati. Da Rodi, prima della resa dell’isola ai tedeschi, giunse l’ordine di opporsi a un eventuale sbarco germanico e di favorire l’arrivo delle forze britanniche. Il 13 settembre iniziarono quindi ad affluire a Kos reparti del Commonwealth, che alla fine del mese raggiunsero quasi millecinquecento uomini.
L’aeroporto di Antimachia rendeva l’isola strategicamente importante. Per Winston Churchill il controllo del Dodecaneso avrebbe potuto aprire agli Alleati una via verso l’Egeo orientale, indurre la Turchia a entrare in guerra e minacciare le posizioni tedesche in Grecia e nei Balcani. Gli Stati Uniti, tuttavia, non condividevano questa strategia e non volevano sottrarre mezzi alla campagna d’Italia e alla preparazione dello sbarco in Normandia. Italiani e britannici tentarono così una delle prime forme concrete di cobelligeranza, ma lo fecero in condizioni estremamente difficili. Tra gli ex nemici regnavano diffidenza e incomprensioni; i reparti italiani erano male equipaggiati e poco addestrati, mentre i britannici disponevano di forze insufficienti. Soprattutto, il piano difensivo venne preparato nell’errata convinzione che i tedeschi avrebbero attaccato prevalentemente dal cielo.
L’operazione “Eisbär”
Il 29 settembre il generale Friedrich-Wilhelm Müller, comandante della 22ª Divisione di fanteria tedesca, ricevette l’ordine di conquistare Kos. Müller si era già guadagnato il soprannome di “macellaio di Creta” per le rappresaglie e le violenze compiute contro la popolazione dell’isola.

L’operazione, denominata Eisbär, “Orso polare”, cominciò nelle prime ore del 3 ottobre 1943. Circa un migliaio di tedeschi sbarcarono in più punti dell’isola, sostenuti da un’intensa azione aerea, e colsero completamente di sorpresa i difensori. Gli ordini confusi, lo scarso coordinamento tra italiani e britannici e l’assenza di adeguati rinforzi permisero alle truppe di Müller di avanzare rapidamente. Non tutti, però, deposero immediatamente le armi. Diversi reparti italiani combatterono fino all’esaurimento delle munizioni. La 12ª Compagnia mitraglieri, comandata dal tenente Franco Di Giovanni, rifiutò per due volte la resa e continuò a resistere fino al tardo pomeriggio del 4 ottobre.
Accanto a questi episodi si verificò anche il passaggio dalla parte tedesca della 62ª batteria, comandata dal capitano Camillo Nasca. Secondo le testimonianze raccolte nel dopoguerra, Nasca e il sottotenente Pyerraimond imposero alla batteria di rivolgere le armi contro italiani e britannici e intervennero personalmente quando gli uomini si rifiutarono di sparare. Nasca sarebbe poi divenuto il principale promotore della collaborazione con gli occupanti, denunciando anche alcuni tentativi di fuga dei propri connazionali.

La sera del 4 ottobre la battaglia era terminata. Le perdite tedesche ammontavano a quindici morti e settanta feriti; i prigionieri erano 4.533: 1.388 britannici e 3.145 italiani. La vittoria consegnò alla Germania l’aeroporto di Antimachia e preparò il successivo attacco contro Lero. Ma la battaglia era soltanto il principio.
Prigionieri per gli inglesi, traditori per i tedeschi
I britannici catturati furono riconosciuti come prigionieri di guerra. La loro prigionia sarebbe stata dura, ma formalmente regolata dalle convenzioni internazionali. Agli italiani venne riservato un trattamento differente: per la Germania non erano militari di un esercito sconfitto, ma traditori che avevano rivolto le armi contro l’antico alleato. Durante i combattimenti, la Luftwaffe aveva diffuso volantini nei quali la sorte degli italiani veniva collegata apertamente a quanto era appena accaduto a Cefalonia e Corfù. Il messaggio era inequivocabile: chi avesse resistito avrebbe pagato con il sangue.

I soldati e i sottufficiali furono concentrati nel castello di Kos e presso l’aeroporto di Antimachia. Affamati, maltrattati e sottoposti a continue violenze, vennero impiegati come lavoratori coatti sull’isola oppure deportati nei territori controllati dalla Germania. Gli ufficiali, invece, furono separati dai loro uomini e trasferiti in diversi luoghi, soprattutto nella piana di Linopoti.

Qui furono sottoposti a una sommaria procedura di “discriminazione”, basata ufficialmente sulla loro partecipazione ai combattimenti. Non si trattò di un vero processo e non esistettero garanzie, possibilità di difesa o criteri uniformi. Alcuni ufficiali riuscirono a dimostrare di non aver combattuto; altri vennero risparmiati grazie all’intervento dei propri subordinati o perché ritenuti utili ai tedeschi. Tra i condannati finirono però anche medici veterinari, addetti alla mensa e ufficiali incaricati della propaganda, che non avevano avuto alcun ruolo diretto negli scontri. Il tenente Salvatore Coratza fu incluso perché si era rifiutato di consegnare la bandiera del reggimento, oggi conservata al Vittoriano.

Agli uomini destinati alla morte venne ordinato di preparare un bagaglio leggero. Fu lasciato credere loro che sarebbero partiti per i campi di prigionia del continente. Invece vennero condotti, in più gruppi, nei luoghi scelti per l’esecuzione e abbattuti con le mitragliatrici. I corpi furono gettati in fosse comuni e ogni traccia dell’eccidio venne nascosta.
Quante furono le vittime?
Per molto tempo la memoria pubblica ha parlato di 103 ufficiali fucilati. Le ricerche condotte dalla storica Isabella Insolvibile attraverso il confronto tra documenti italiani, tedeschi e britannici indicano tuttavia in 96 il numero più attendibile. Le fonti tedesche riferirono inizialmente dell’esecuzione di 89 ufficiali, ai quali andrebbe probabilmente aggiunto il colonnello Felice Leggio. Altre testimonianze parlarono di circa cento vittime. Nel marzo 1945 furono recuperati a Linopoti i corpi di 66 ufficiali; documenti successivi attestano inoltre l’esumazione di altre 30 salme in diverse località dell’isola. La somma coincide con l’elenco nominativo dei 96 uomini ricostruito dalla storiografia più recente. Il numero di 103 rimane quello maggiormente presente nelle commemorazioni e nei monumenti, ma non può essere presentato come definitivamente provato. In una vicenda simile la precisione non è una fredda questione contabile: significa restituire alle vittime un’identità e sottrarle all’indeterminatezza nella quale i carnefici cercarono di farle scomparire.

Le fosse di Linopoti
Per mesi nessuno seppe quale sorte fosse toccata agli ufficiali. La versione ufficiale sosteneva che fossero stati trasferiti in Germania. Anche Nasca rassicurò per lettera la fidanzata di uno dei dispersi, affermando che gli ufficiali erano vivi e internati sul continente. Eppure, secondo le testimonianze raccolte nel dopoguerra, egli cercò ripetutamente di impedire le ricerche nella zona di Linopoti, un comportamento che lascia supporre conoscesse la verità. Le fosse furono individuate già nell’aprile 1944, ma l’esumazione dei corpi poté avvenire soltanto nel marzo dell’anno seguente. I tedeschi concessero il permesso a condizione che tutto avvenisse senza pubblicità, senza cerimonie religiose e senza iscrizioni commemorative.

Furono riportate alla luce 66 salme. Soltanto una parte poté essere identificata. Insieme ai resti c’erano ancora i piccoli bagagli che gli uomini avevano preparato credendo di essere destinati alla prigionia. Gli oggetti personali erano la prova concreta dell’inganno che aveva preceduto l’esecuzione. Le vittime vennero inizialmente sepolte in una tomba comune nel cimitero cattolico di Kos. Soltanto dopo la guerra i loro resti furono trasferiti in Italia.
Venti mesi di terrore
La strage degli ufficiali non fu un episodio isolato. Durante l’occupazione tedesca la popolazione di Kos subì saccheggi, violenze, arresti ed esecuzioni. Chi aiutava i militari italiani a nascondersi o a raggiungere la vicina costa turca rischiava la morte. Secondo le testimonianze raccolte dal parroco Michelangelo Bacheca, un contadino venne impiccato perché trovato in possesso di una pinza inglese e accusato di aver tagliato dei fili telefonici; una donna incinta fu uccisa con l’accusa di aver trasmesso informazioni agli Alleati.
Anche i bombardamenti britannici contribuirono ad aumentare le sofferenze. Dopo la caduta dell’isola, gli Alleati colpirono l’aeroporto, il porto e le infrastrutture che non erano riusciti a difendere. Tra le vittime vi furono gli stessi prigionieri italiani, trattenuti presso gli obiettivi militari o imbarcati su navi dirette ai campi d’internamento. Nell’estate del 1944 arrivò anche la deportazione della comunità ebraica. Cinquantuno ebrei furono prelevati da Kos e condotti a Rodi, dove si unirono agli altri deportati del Dodecaneso. Dopo il trasferimento via mare al Pireo e la detenzione nel campo di Haidari, furono inviati ad Auschwitz-Birkenau. La secolare presenza ebraica sull’isola venne così cancellata.
Una giustizia che non arrivò
Friedrich-Wilhelm Müller fu catturato al termine della guerra, processato da un tribunale militare greco e fucilato ad Atene il 20 maggio 1947. La condanna riguardò soprattutto le rappresaglie e le atrocità commesse a Creta, non specificamente la strage degli ufficiali di Kos.

Müller è sulla sinistra, accanto al generale britannico Robert Tilney, 16 novembre 1943. Autore sconosciuto.
Camillo Nasca venne denunciato per alto tradimento e rinchiuso per un periodo nel carcere militare di Palermo. Le ricerche storiche disponibili non confermano, però, la condanna a sedici anni riportata da alcune ricostruzioni divulgative: con ogni probabilità beneficiò dell’amnistia del 1946, dopodiché se ne persero le tracce. Nessuno venne quindi giudicato e condannato specificamente per le fucilazioni di Linopoti. Anche il fascicolo relativo alla strage finì tra i documenti provvisoriamente archiviati e riscoperti nel 1994 nel cosiddetto “armadio della vergogna”. La stessa sorte toccò a centinaia di inchieste sui crimini di guerra nazisti e fascisti rimaste per decenni senza seguito giudiziario. Nel 1958 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferì agli ufficiali caduti la Croce al merito di guerra. Era un riconoscimento importante, ma non poteva sostituire la giustizia mancata.
Fonti specifiche
- Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (USSME), Fondo “Dodecaneso”, Ministero della Difesa, Roma.
- Archivio Centrale dello Stato (ACS), Sezione Ministero delle Colonie e RSI, Roma.
- Ministero della Difesa, Elenco ufficiale dei caduti e dispersi italiani nella Seconda guerra mondiale, Roma, 1950-1954.
- Cervi, Mario, Storia della guerra di Grecia, Milano, Mondadori.
- Aga Rossi, Elena, L’Italia nella sconfitta. Crisi e crollo del regime fascista, Bologna, Il Mulino.
- Oliva, Gianni, Soldati senza onore? I militari italiani nella Seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori.
- Francini, Marcello, Cefalonia, Corfù, Kos. Le isole della tragedia, Milano, Mursia.
- Moustakis, Giorgos, Kos 1943. La strage degli ufficiali italiani, Roma, Edizioni Enne.
- Tintori, Michele, “L’Armistizio e il dramma dell’Egeo”, in Rivista Italiana di Studi Militari.
- Isabella Insolvibile, Kos 1943-1948. La strage, la storia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2010.
- Isabella Insolvibile, “Strage dei militari italiani a Kos nel 1943 da parte dei tedeschi”, in Storia e Futuro, n. 30, novembre 2012.
- Gerhard Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich, 1943-1945, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1992.
- Anthony Rogers, Churchill’s Folly: Leros and the Aegean. The Last Great British Defeat of World War II, London, Cassell, 2003.


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