“L’origine dei cognomi degli orfani: un viaggio nella storia degli esposti”

Esposito, Innocenti, Proietti: i cognomi che raccontano la storia dei bambini abbandonati

Episodio n. 16

Introduzione

Esposito, Innocenti, Proietti, Trovato, Colombo. Sono cognomi ancora oggi molto diffusi, legati a famiglie che da generazioni li portano con orgoglio e senza alcuna relazione diretta con la loro origine più remota. Eppure, in molti casi, queste parole custodiscono una storia dolorosa: quella dei bambini abbandonati e affidati alla carità pubblica o religiosa.

È necessario, però, chiarire subito un equivoco. Non si trattava necessariamente di orfani, poiché spesso i genitori erano ancora in vita. Erano piuttosto esposti, proietti, gittatelli o trovatelli: bambini lasciati davanti a una chiesa, presso un ospedale oppure consegnati anonimamente attraverso una ruota. Non conoscendone la famiglia, qualcuno doveva attribuire loro un nome e, con il consolidarsi dei registri civili ed ecclesiastici, anche un cognome.

Quel cognome poteva indicare apertamente la loro condizione, richiamare l’istituzione che li aveva accolti oppure essere inventato dal funzionario incaricato della registrazione. In ogni caso diventava molto più di una semplice parola: accompagnava il bambino per tutta la vita e, non di rado, ne rivelava pubblicamente la provenienza.

Andrea della robbia, putti in fasce della facciata dello spedale degli innocenti, 1487

Dall’esposizione all’assistenza

L’abbandono dei neonati attraversa la storia europea fin dall’antichità. Nel mondo greco e romano l’esposizione di un bambino poteva dipendere dalla povertà, dalla nascita fuori dal matrimonio, da una malformazione, dal sesso del neonato o dalla volontà del capo della famiglia. Le pratiche variarono notevolmente nel tempo e da una città all’altra: non è quindi possibile ridurle a un’unica regola valida per tutte le società antiche.

A Roma l’autorità del pater familias sulla prole era molto ampia e il neonato non accolto nella famiglia poteva essere esposto in un luogo pubblico. La tradizione ha spesso collegato il riconoscimento paterno al gesto di sollevare il bambino da terra, ma gli studi più recenti invitano alla prudenza: non possediamo prove sufficienti per considerare quel gesto una procedura giuridica universale. È inoltre priva di fondamento l’idea che il verbo italiano “allevare” derivi proprio dal sollevamento rituale del neonato. L’esposizione non conduceva sempre alla morte. Un bambino poteva essere raccolto e cresciuto da un’altra famiglia, anche se non necessariamente per compassione: alcuni trovatelli venivano destinati al lavoro servile oppure allevati nella speranza di ricavarne un vantaggio economico. La loro sopravvivenza dipendeva dunque da circostanze imprevedibili. Con la progressiva diffusione del cristianesimo mutò la considerazione morale dell’infanzia abbandonata. Gli imperatori cristiani adottarono provvedimenti contro l’infanticidio e cercarono di sostenere le famiglie indigenti, senza riuscire a eliminare né l’abbandono né la vendita dei figli. Chiese, monasteri e istituzioni caritative finirono così per assumere un ruolo crescente nell’accoglienza dei bambini privi di assistenza.

Nel Medioevo si diffuse anche l’oblazione, attraverso la quale un bambino veniva affidato a un monastero perché fosse mantenuto ed educato nella comunità religiosa. Non si trattava, tuttavia, di una semplice sostituzione della vendita o dell’abbandono: era una pratica distinta, motivata da ragioni religiose, familiari ed economiche e presente soprattutto nei primi secoli medievali.

La ruota degli esposti: un’invenzione medievale che cambia tutto

La risposta più conosciuta al problema dell’abbandono fu la cosiddetta ruota degli esposti: un cilindro di legno inserito nel muro di un ospedale, di un convento o di un’istituzione assistenziale. La persona che intendeva lasciare il neonato lo deponeva nella cavità rivolta verso la strada e faceva girare il meccanismo, trasferendolo all’interno senza essere vista. Una campanella avvertiva il personale della presenza del bambino. Questo sistema garantiva l’anonimato di chi abbandonava e, almeno nelle intenzioni, impediva che il neonato fosse lasciato in strada, esposto al freddo, alla fame e alla morte. Talvolta insieme al bambino venivano deposti un biglietto, una medaglietta spezzata, un’immagine sacra o un frammento di tessuto. Erano i cosiddetti segnali di riconoscimento: piccoli oggetti conservati nei registri nella speranza, non sempre realizzata, che un giorno la madre o la famiglia potessero tornare a reclamare il figlio.

La ruota dei gittatelli all’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma

L’origine precisa della ruota non è del tutto certa. Strutture analoghe sono documentate nella Francia medievale e la tradizione attribuisce a Papa Innocenzo III l’introduzione di una ruota presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia, a Roma, all’inizio del XIII secolo. Secondo il racconto tramandato, il pontefice avrebbe preso questa decisione dopo essere rimasto sconvolto dal ritrovamento nel Tevere di alcuni neonati morti. È una narrazione suggestiva, ma non può essere considerata una testimonianza pienamente accertata in ogni suo particolare.

Le ruote si diffusero soprattutto nei Paesi cattolici dell’Europa meridionale. In Italia sorsero grandi istituzioni destinate all’assistenza degli esposti: lo Spedale degli Innocenti di Firenze, inaugurato nel Quattrocento; l’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma; la Santa Casa dell’Annunziata di Napoli; Santa Caterina alla Ruota di Milano e numerosi altri brefotrofi cittadini.

Il complesso dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia ristrutturato a partire dagli anni trenta del XX secolo

Dietro la protezione offerta da queste strutture si nascondeva, tuttavia, una realtà durissima. I bambini arrivavano spesso già denutriti o malati; le nutrici erano insufficienti, le condizioni igieniche precarie e le epidemie frequenti. La mortalità nei brefotrofi rimase elevatissima per secoli. La ruota poteva salvare un neonato dalla morte immediata, ma non era affatto garanzia di sopravvivenza.

Un cognome per chi non aveva famiglia

Quando il nome dei genitori non era conosciuto, parroci, amministratori degli ospedali e, più tardi, ufficiali dello stato civile dovevano attribuire al bambino un’identità. Le soluzioni cambiarono a seconda delle città, delle istituzioni e delle epoche. Alcuni cognomi descrivevano direttamente la condizione del bambino. Esposito, Esposto e Degli Esposti derivano dal latino expositus, cioè “esposto”. Il cognome Esposito è legato soprattutto a Napoli e alla Campania, mentre Proietti, diffuso nel Lazio e in Umbria, discende da proiectus, “gettato” o “lasciato”. Alla stessa famiglia di significati appartengono Trovato, Trovatelli, Gettatelli, Orfano e Orfanelli. È dunque sbagliato ricondurre Esposito alla lingua spagnola. La parola ha una chiara origine latina e appartiene a una tradizione onomastica italiana molto più antica della dominazione spagnola nel Regno di Napoli.

Basilica della Santissima Annunziata Maggiore

A Napoli la Santa Casa dell’Annunziata accolse per secoli migliaia di bambini, chiamati familiarmente figli d’‘a Madonna o figli della Nunziata. Nei registri dell’istituzione compare nel 1623 un bambino di circa due anni chiamato Fabritio Esposito, spesso ricordato come il primo caso documentato nell’archivio napoletano. Esposito divenne uno dei cognomi maggiormente associati agli esposti, ma non fu attribuito indistintamente a ogni bambino abbandonato né in tutte le epoche. Proprio perché un cognome così riconoscibile poteva trasformarsi in un marchio sociale, nel corso dell’Ottocento le autorità cercarono progressivamente di abbandonare le denominazioni più esplicite. A Napoli già durante il periodo murattiano si dispose di assegnare cognomi differenti, affinché l’origine illegittima o l’abbandono non condannassero il bambino a una discriminazione permanente.

Ogni città aveva i suoi nomi

La ruota del trovatello allo Spedale degli Innocenti di Firenze.

A Firenze molti bambini accolti dallo Spedale degli Innocenti ricevettero cognomi come Innocenti, Degli Innocenti, Innocentini, Nocenti e Nocentini. Il riferimento era all’istituzione che li aveva accolti, intitolata ai Santi Innocenti, i bambini che secondo il Vangelo di Matteo furono uccisi per ordine di Erode. A Milano, invece, una parte consistente dei cognomi Colombo e Colombini è stata collegata all’emblema della colomba utilizzato dall’ospizio di Santa Caterina alla Ruota. Ciò non significa, naturalmente, che ogni persona chiamata Colombo discenda da un trovatello: molti cognomi possiedono origini diverse e possono essersi formati indipendentemente in luoghi e periodi differenti.

Altre denominazioni richiamavano direttamente l’istituto di accoglienza: Della Pietà, Dall’Ospedale, Dalla Pia Casa, Delle Monache, Dello Spirito Santo, Madonna e Annunziata. Alcune affidavano simbolicamente il bambino alla protezione divina, come Casadei, Casadio, Casadidio, Donadio, Diotaiuti e Diotallevi. Altri cognomi rendevano evidente l’incertezza sulla filiazione: Ignoto, Incerto, Incerti, D’Ignoto, Parentignoti, Spurio e Bastardo. Parole che oggi appaiono crudeli e che anche allora potevano accompagnare chi le portava come un vero stigma sociale.

Balie di un brefotrofio di Roma, ritratte mentre allattano i neonati

Non esisteva, però, un unico repertorio prestabilito. In alcuni istituti i cognomi venivano inventati seguendo l’alfabeto, il mese dell’anno, il luogo del ritrovamento, il calendario dei santi o la fantasia del funzionario. Talvolta si preferivano nomi beneauguranti, legati alla fortuna, alla salvezza e alla speranza. Il sistema era così vario che non è possibile stabilire l’origine familiare di una persona affidandosi soltanto al significato apparente del suo cognome. Merita una smentita anche una delle etimologie più diffuse: il termine dispregiativo “mignotta” non deriva dalla formula mater ignota, che sarebbe stata annotata nei registri dei bambini abbandonati. È una spiegazione popolare costruita a posteriori. Gli studi linguistici riconducono invece la parola al francese antico mignotte, forma affettuosa collegata a mignon.

La crisi e la chiusura delle ruote

Nel corso dell’Ottocento il numero degli esposti assunse dimensioni enormi. Alla povertà si aggiungevano la condanna sociale delle madri non sposate, la difficoltà di mantenere famiglie numerose e l’assenza di forme moderne di assistenza. In alcune zone le ruote finirono per essere utilizzate anche da famiglie legittime che speravano di poter affidare temporaneamente un figlio all’istituzione e recuperarlo in seguito.Il sistema entrò progressivamente in crisi. Le spese aumentavano, i brefotrofi erano sovraffollati e la mortalità infantile restava drammatica. Inoltre, l’anonimato assoluto impediva alle istituzioni di conoscere le circostanze dell’abbandono e di aiutare direttamente le madri in difficoltà.

Lo Spedale degli Innocenti in piazza Santissima Annunziata

La chiusura avvenne gradualmente: Ferrara soppresse la propria ruota nel 1867 e molte città italiane seguirono il suo esempio nei decenni successivi. Il Regio decreto n. 2900 del 16 dicembre 1923 riorganizzò il servizio di assistenza agli esposti, inserendosi nel processo che condusse alla definitiva scomparsa delle ruote tradizionali. Non avvenne però tutto contemporaneamente: alcune continuarono a essere utilizzate localmente ancora per qualche tempo.

Dalla ruota al parto in anonimato

Oggi la legge italiana consente a una donna di partorire in ospedale senza riconoscere il neonato e senza far inserire il proprio nome nell’atto di nascita. La madre riceve assistenza sanitaria e il bambino viene affidato alle autorità competenti perché possa essere avviata la procedura di adottabilità. La possibilità è riconosciuta anche alle donne straniere e prive di un regolare titolo di soggiorno.

In alcune città esistono inoltre le cosiddette culle per la vita, strutture riscaldate e sorvegliate che permettono di lasciare un neonato in sicurezza e in forma anonima. Ricordano le antiche ruote, ma sono dotate di sensori e sistemi di allarme che consentono l’intervento immediato del personale sanitario. Non sostituiscono il parto protetto in ospedale, che resta la soluzione più sicura per la donna e per il bambino, ma cercano di evitare gli abbandoni in luoghi pericolosi. Le ruote appartengono ormai al passato, ma le tracce di quel sistema sono rimaste impresse nella lingua. Alcuni cognomi italiani nacquero come annotazioni amministrative, formule religiose o segni di una condizione sociale. Con il trascorrere delle generazioni hanno però perduto quella funzione: non indicano più un’origine certa e non possono essere usati per ricostruire automaticamente la storia di una famiglia. Rimane il valore della memoria. Dietro quei nomi ci sono bambini ai quali la società non seppe restituire i genitori, ma almeno tentò di offrire un’identità. Un cognome nato per registrare un’assenza finì così per diventare il principio di una nuova storia familiare.

Fonti Specifiche

  • John Boswell, The Kindness of Strangers. The Abandonment of Children in Western Europe from Late Antiquity to the Renaissance, University of Chicago Press, 1988.
  • David I. Kertzer, I figli del destino. Storia degli orfani e degli esposti in Italia, Mondadori, 1991.
  • Roberto Sani, Le ruote degli esposti in Italia. Storia, problemi e prospettive, Edizioni Università di Macerata, 1994
  • Archivio Storico della Real Casa dell’Annunziata di Napoli, Registri d’immissione degli esposti (dal 1601).
  • Enzo Caffarelli, I cognomi degli esposti, Treccani, 2024.
  • Emidio De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Mondadori, 1978
  • Mario Pia Donato, L’Ospedale di Santo Spirito in Saxia. Assistenza e istituzioni dal Medioevo all’età moderna, L’Erma di Bretschneider, 2001.
  • Ministero della Salute, Linee guida sul parto in anonimato e documentazione istituzionale su culle per la vita (consultazione 2018–2023).
  • Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Partorire in anonimato – Mamma segreta
  • Regio decreto 16 dicembre 1923, n. 2900, Regolamento generale per il servizio di assistenza agli esposti.


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