Episodio n. 26

Contesto storico
Il Regno d’Italia aveva da poco superato la grave crisi morale causata dalla debacle della guerra in Abissinia del 1896. La sconfitta cocente patita ad Adua contro l’esercito del Negus Menelik II causò la morte di oltre 6.000 uomini, 1.500 feriti e 3.000 prigionieri. A questo si aggiunge il Trattato di Addis Abeba che sancì la fine del protettorato dell’Italia sull’Etiopia (Trattato di Ucciali del 1889) ma non sull’Eritrea e le dimissioni del governo Crispi.

Da questa dura esperienza l’Italia aveva imparato a sostenere una politica più oculata per tutelare i suoi interessi nel Mediterraneo, il cui equilibrio politico era continuamente minacciato dall’incombente disfatta dell’Impero Ottomano. Così essa partecipò con le altre potenze interessate all’occupazione di Creta e pose gli occhi sulla Libia e sul Marocco, i soli territori rimasti esenti da influenze dirette europee nell’Africa Mediterranea. La Libia, principalmente, per la sua situazione geografica, era indispensabile all’Italia per la sua stessa sicurezza e per il suo avvenire di potenza mediterranea.
Quasi tutta l’Africa settentrionale era di fatto sotto il controllo di alcuni Stati europei. L’Egitto era sotto stretto controllo britannico dal 1882, dopo che i britannici avevano stabilizzato l’area con la definitiva conquista del Sudan; nel 1881 la Francia si era impadronita della Tunisia, nonostante la presenza di una numerosa minoranza italiana, lasciando quindi la diplomazia italiana davanti al fatto compiuto (schiaffo di Tunisi). L’unico territorio strategicamente utilizzabile per chiudere il passaggio fra i due bacini occidentale e orientale del Mediterraneo restava la Tripolitania ottomana, nota come Vilayet di Tripolitania.

Tra il 1902 e il 1905 ebbero luogo fra Italia, Francia e Inghilterra accordi per la sistemazione delle rispettive aspirazioni coloniali e furono stabiliti i limiti delle zone d’influenza di ciascuna: la Francia ottenne libertà d’azione al Marocco e promise il suo disinteressamento qualora l’Italia avesse dovuto sostituire la Turchia in Libia. Germania e Austria non si opposero da principio alle aspirazioni della loro alleata Italia, ma, ritardando questa l’attuazione dei suoi disegni, fra il 1909 e il 1911 la Germania aveva pensato d’insediarvisi essa stessa o comunque esercitarvi la propria influenza diretta per mezzo dell’amica Turchia.

Il ritardo nell’attuazione del progetto era dipeso dal fatto che, sul principio, l’opinione pubblica italiana, per i dolorosi ricordi della campagna del 1895-96, ripudiava da ogni politica di espansione. Ma in seguito, con l’aumentare del benessere e della tranquillità del paese, col formarsi in Italia di una coscienza coloniale, la questione libica cominciò ad appassionare l’opinione pubblica, specie quando, col risorgere della questione marocchina e con la definizione di questa, ancora una volta modificante a nostro svantaggio l’equilibrio mediterraneo, il governo Giolitti comprese come l’Italia non potesse rimanere allo stato di semplice aspirazione il diritto dell’Italia di avere assicurata in Libia una sfera d’influenza politica adeguata ai suoi interessi.
L’Evento
Il 28 settembre del 1911 l’ambasciatore italiano a Istanbul consegna nelle mani del governo Ottomano un ultimatum con il quale si chiede alle truppe musulmane di non opporsi all’ingresso dell’esercito italiano in terra libica. Il governo Turco è accusato di ostacolare gli interessi commerciali italiani in Tripolitania e Cirenaica.
Il termine della risposta è di sole ventiquattro ore, è chiaro che l’Italia vuole la guerra nonostante i tentativi turchi di provare a garantire le prerogative commerciali richieste.
Il 17 settembre Giovanni Giolitti, capo del governo, ha superato ogni indugio e comunicato al Re Vittorio Emanuele III, che la guerra è questioni di giorni. Il 5 ottobre del 1911, una squadra navale italiana attacca il porto di Tripoli e dopo un violento bombardamento, le truppe occupano la città. Uguale sorte tocca al porto di Tobruk. E’ l’inizio della guerra, che terminerà ufficialmente col il Trattato di Losanna del 18 ottobre 1912.

Il corpo italiano di spedizione fu inizialmente composto da 34.000 uomini, per poi raggiungere i 100.000 nel 1912. Dalla parte ottomana, vi erano circa 5.000 uomini in Tripolitania e 2.000 in Cirenaica, a cui si aggiunsero le forze autoctone. Le operazioni militari, come già detto, iniziarono il 5 ottobre 1911 con l’occupazione delle città costiere: dopo Tripoli e Tobruk, furono prese anche Derna, Bengasi e Homs. Il 5 novembre 1911 re Vittorio Emanuele III proclamò l’annessione di Tripolitania e Cirenaica all’Italia. Fu una guerra faticosa e impegnativa per l’Italia, principalmente a causa della scarsa conoscenza del territorio. Tuttavia, fu anche l’occasione per sperimentare nuove armi e mezzi, come dirigibili, aerei, mitragliatrici di nuova concezione, nuovi pezzi di artiglieria, il telefono e il telegrafo.

Successivamente l’Italia spostò la guerra nell’Egeo per ottenere basi di appoggio con l’obiettivo di bloccare le coste turche. Tra aprile e maggio del 1912, truppe italiane occuparono l’isola di Stampalia, costringendo i Turchi alla resa a Rodi e successivamente occupando il Dodecaneso. I timori di sollevazioni nella penisola balcanica furono cruciali nel convincere i Turchi ad avviare trattative per la resa. La pace fu firmata a Losanna il 18 ottobre 1912, con l’Italia che ottenne la Libia e l’amministrazione del Dodecaneso.
Durante il conflitto, si ebbe l’uso dell’aviazione a scopi militari per la prima volta nella storia. La popolazione civile iniziò a conoscere la guerra aerea attraverso le pagine dei giornali.

La Turchia, nonostante la sconfitta, non accennava a rassegnarsi alla perdita della Libia e a mostrare sinceri propositi di pace. Trattative diplomatiche furono intavolate e poi interrotte. Ma intanto i popoli balcanici, insofferenti dell’oppressione dei Turchi, manifestavano il fermo proposito d’insorgere con le armi approfittando della crisi in cui l’Impero Ottomano si trovava a causa della guerra con l’Italia. Il governo ottomano dovette allora rassegnarsi alla perdita della Libia. Le trattative con l’Italia, ripresero verso la metà di ottobre, quando cominciarono le operazioni degli alleati balcanici e fu trovata una formula di accomodamento in base alla quale il sultano, pur non riconoscendo apertamente la sovranità dell’Italia sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, concedeva l’autonomia alle popolazioni della Libia, conservandovi peraltro la sua sovranità califfale, dai negoziatori italiani ritenuta, a torto, di carattere eminentemente religioso.

L’Italia da parte sua dichiarava la sua sovranità sulla Libia, impegnandosi a non ostacolare i rapporti fra le popolazioni libiche e il sultano, un rappresentante del quale avrebbe dovuto risiedere in Libia. Trattato dunque poco chiaro e gravido di incognite, che avrebbe certo creato in seguito gravi imbarazzi se non fosse poi decaduto per la successiva dichiarazione di guerra alla Turchia nel 1915. Esso peraltro, nonostante queste manchevolezze, assicurò all’Italia il riconoscimento della sua sovranità sulla Libia da parte di tutte le potenze, nonché il possesso del Dodecaneso, dapprima a titolo di pegno, come garanzia dell’osservanza del trattato da parte della Turchia, poi, per l’inadempienza di questa e per la successiva guerra mondiale, divenuto definitivo.



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