“Libia 1911: la guerra oltre la vittoria”

Dalle ambizioni italiane alle conseguenze della conquista

Episodio n. 26

In questa cartolina propagandistica dell’epoca, le truppe italiane sbarcano a Tripoli nel 1911 dando inizio alla Guerra italo-turca

Un posto tra le grandi potenze

Nel 1911 l’Italia celebrava cinquant’anni di unità. Era un Paese che aveva conosciuto una significativa crescita economica, ma che continuava a misurare il proprio prestigio internazionale con quello delle grandi potenze europee. Francia e Gran Bretagna possedevano vasti imperi coloniali; il Regno d’Italia aveva avviato la propria espansione in Africa, ma portava ancora il peso della sconfitta di Adua del 1896. Per una parte della classe dirigente e dell’opinione pubblica, una nuova conquista avrebbe potuto riscattare quell’umiliazione e confermare che l’Italia aveva finalmente un posto al tavolo dei grandi.

Vilayet di Tripolitania

Lo sguardo si rivolse alla Tripolitania e alla Cirenaica, territori dell’Impero ottomano corrispondenti a una parte dell’attuale Libia. La loro vicinanza alle coste italiane e la posizione nel Mediterraneo ne facevano un obiettivo strategico. La competizione coloniale aveva già ristretto gli spazi disponibili: nel 1881 la Francia aveva imposto il proprio protettorato sulla Tunisia, suscitando in Italia una profonda delusione, ricordata come lo «schiaffo di Tunisi»; dal 1882 la Gran Bretagna occupava l’Egitto. La conquista anglo-egiziana del Sudan sarebbe arrivata soltanto nel 1898, completando il controllo dell’area.

Vittorio Emanuele III di Savoia e lo zar Nicola II a Racconigi nel 1909. In seconda fila alla sinistra di Nicola II si riconosce Giovanni Giolitti.

L’interesse italiano per la Libia non nacque all’improvviso. Negli anni precedenti, accordi e intese diplomatiche avevano preparato il terreno: con la Francia, soprattutto nel 1900 e nel 1902, si era delineato un riconoscimento reciproco delle rispettive aspirazioni in Marocco e in Tripolitania. Anche il confronto con la Gran Bretagna e, nel 1909, l’intesa di Racconigi con la Russia contribuirono a rendere più favorevole il quadro internazionale. L’appartenenza alla Triplice Alleanza non cancellava però le divergenze con Germania e Austria-Ungheria. Berlino, in particolare, intratteneva stretti rapporti con l’Impero ottomano: il Mediterraneo restava un intreccio di interessi concorrenti.

Il Primo ministro Giovanni Giolitti

Alla guida del governo italiano c’era Giovanni Giolitti. La decisione di intervenire maturò attraverso un calcolo politico e diplomatico nel quale pesarono il prestigio nazionale, gli interessi economici, la pressione dei nazionalisti e il timore che ulteriori cambiamenti degli equilibri mediterranei riducessero le possibilità d’azione italiane. La crisi marocchina del 1911 contribuì ad accelerare la scelta. Intanto una parte della stampa descriveva la Libia come una terra ricca di opportunità, capace di offrire lavoro e terre agli italiani che altrimenti sarebbero emigrati. Quell’immagine promettente lasciava in ombra sia le condizioni reali del territorio sia la volontà dei suoi abitanti.

La conquista che sembrava facile

Il 28 settembre 1911 l’Italia presentò all’Impero ottomano un ultimatum che chiedeva, in sostanza, di non ostacolare l’occupazione italiana della Libia. Il giorno successivo dichiarò guerra. La superiorità navale italiana consentì di colpire le difese costiere e di trasportare il corpo di spedizione attraverso il Mediterraneo. Dopo il bombardamento di Tripoli, il 5 ottobre sbarcarono i primi reparti di marinai; nelle settimane successive gli italiani occuparono anche altri centri della costa, tra cui Tobruk, Derna e Bengasi.

La guerra italo-turca del 1911-12

L’avvio delle operazioni sembrò confermare la previsione di una campagna rapida. Le guarnigioni ottomane erano relativamente ridotte e l’Italia disponeva di uomini e mezzi superiori. Ma controllare i porti non significava dominare il territorio. Le forze ottomane si ritirarono verso l’interno e continuarono a combattere insieme a gruppi locali. La resistenza libica aveva motivazioni proprie: difendere terre, comunità e autonomia da una nuova dominazione straniera. Considerarla soltanto il risultato dell’iniziativa turca impediva di comprendere ciò che stava accadendo.

Truppe italiane in combattimento, Tripoli

Il 23 ottobre 1911, nei combattimenti di Sciara Sciat, nell’oasi alla periferia di Tripoli, quell’errore di valutazione divenne evidente. Un attacco delle forze ottomane e libiche mise in grave difficoltà lo schieramento italiano; centinaia di soldati morirono e alcuni reparti furono sopraffatti. L’idea che la popolazione avrebbe accolto gli italiani come liberatori non resse alla prova dei fatti. Il conflitto assunse così la forma di una guerra combattuta attorno alle città occupate, con attacchi, imboscate, operazioni nell’entroterra e difficoltà di rifornimento. La superiorità tecnologica non bastava a trasformare la presenza militare in un controllo stabile.

La guerra sulle persone e nei giornali

Sciara Sciat segnò anche una svolta nella violenza contro la popolazione. Le uccisioni di militari italiani, comprese quelle di prigionieri, alimentarono paura e desiderio di vendetta. La risposta delle autorità militari italiane comprese rastrellamenti, fucilazioni sommarie e deportazioni: nella repressione furono coinvolti anche civili e persone la cui partecipazione ai combattimenti non era stata accertata. La distinzione fra combattenti e abitanti dell’oasi venne spesso sacrificata alla logica della punizione collettiva. Per le comunità libiche, la conquista significò quindi anche arresti, separazioni familiari, distruzioni e perdita di sicurezza. Per i soldati italiani, molti dei quali provenivano da ambienti contadini, la campagna si rivelò molto diversa dall’impresa breve e poco rischiosa annunciata prima della partenza. La guerra produceva effetti concreti su entrambe le sponde del Mediterraneo, mentre il racconto pubblico tendeva a selezionare soprattutto ciò che poteva sostenere la causa coloniale.

Uno dei diversi accampamenti allestiti dagli italiani a Tripoli

La propaganda non nacque in Libia, ma ebbe un ruolo importante nel presentare l’intervento come una missione nazionale e civilizzatrice. Giornali, cartoline, canzoni e discorsi pubblici contribuirono a costruire l’immagine della conquista. Nel novembre 1911 Giovanni Pascoli pronunciò il discorso «La grande proletaria si è mossa», legando l’espansione coloniale alla condizione degli emigranti italiani. Era un modo efficace di dare alla guerra un significato sociale, ma trasformava il desiderio di riscatto degli italiani in una giustificazione del dominio su un’altra popolazione. Nel Paese, peraltro, il consenso non fu unanime: socialisti e altri oppositori contestarono l’impresa, i suoi costi e le sue promesse.

Quando il cielo entrò nel conflitto

Giulio Gavotti su un biplano Farman, Roma 1910

La campagna libica fu anche un momento decisivo nella storia dell’aviazione. Il 23 ottobre 1911 Carlo Maria Piazza compì una ricognizione sulle posizioni nemiche, generalmente riconosciuta come il primo impiego bellico di un aeroplano. Il 1º novembre Giulio Gavotti lanciò manualmente quattro piccoli ordigni su Ain Zara e sull’oasi di Tagiura: fu il primo bombardamento da un aeroplano. Una precisazione conta, perché palloni aerostatici erano già stati utilizzati in guerra e l’osservazione dall’alto aveva una storia precedente. La novità era l’impiego dell’aeroplano, una macchina ancora fragile e sperimentale, come strumento di ricognizione e di attacco. Le bombe di Gavotti ebbero una portata materiale limitata rispetto a quella dei bombardamenti successivi, ma aprirono una possibilità destinata a cambiare profondamente i conflitti del Novecento.

Nelle collezioni del Museo della Guerra di Rovereto è conservato un piatto di ceramica celebrativo che raffigura quel primo bombardamento. L’oggetto racconta anche il modo in cui la novità venne percepita: un’azione militare poteva diventare un motivo di orgoglio nazionale e un’immagine da portare nella vita quotidiana. Nello stesso conflitto, l’impiego di comunicazioni moderne e il coordinamento fra forze terrestri, navali e aeree mostrarono quanto la guerra stesse cambiando. La Libia fu uno dei luoghi in cui pratiche coloniali già consolidate si incontrarono con strumenti nuovi.

Al Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto si trova un piatto di ceramica che raffigura un bombardamento aereo del 1º novembre 1911.

Una pace che non chiuse la guerra

Di fronte alla difficoltà di ottenere una soluzione decisiva sul territorio libico, l’Italia estese le operazioni contro l’Impero ottomano. Nella primavera del 1912 occupò Rodi e altre isole del Dodecaneso, nel Mar Egeo. Colpire possedimenti lontani dalla Libia serviva a esercitare ulteriore pressione sul governo ottomano e a rafforzare la posizione italiana nelle trattative. Il 18 ottobre 1912 venne firmata la pace di Ouchy, presso Losanna, da non confondere con il trattato di Losanna del 1923. L’accordo pose fine alla guerra fra i due Stati e dispose il ritiro dei funzionari e delle forze ottomane dalla Tripolitania e dalla Cirenaica. L’Italia aveva già proclamato unilateralmente l’annessione il 5 novembre 1911; la pace consolidava la sua posizione, ma attraverso una soluzione diplomatica più articolata di una semplice cessione territoriale, che lasciava al sultano alcune prerogative religiose.

Le delegazioni italiana e ottomana a Losanna

Anche il destino delle isole egee rimase sospeso. Il trattato prevedeva il ritiro italiano dopo l’effettiva evacuazione ottomana della Libia, ma la restituzione non avvenne. Un’occupazione presentata come provvisoria si prolungò; soltanto nel 1923 la rinuncia turca ai diritti sul Dodecaneso ne sancì il passaggio alla sovranità italiana. Soprattutto, la pace non impegnava la popolazione libica ad accettare il dominio coloniale. La resistenza proseguì e gli italiani continuarono a controllare soltanto una parte del territorio. La conquista richiese altre campagne, con avanzate e ritirate, e passò dall’Italia liberale al regime fascista. In Cirenaica, soprattutto fra il 1930 e il 1931, la repressione comportò deportazioni di massa e internamento in campi, con conseguenze devastanti per le comunità locali. La vittoria celebrata nel 1912 aveva aperto una guerra coloniale molto più lunga.

Le conseguenze oltre la Libia

Il conflitto modificò anche gli equilibri internazionali. La difficoltà ottomana nel difendere i propri territori contribuì a incoraggiare gli Stati balcanici, già impegnati a preparare un’azione contro l’Impero. La Prima guerra balcanica iniziò nell’ottobre 1912, prima che fosse firmata la pace di Ouchy, e la nuova emergenza spinse ulteriormente il governo ottomano a chiudere il fronte con l’Italia. Il rapporto fra le due guerre funzionò dunque in entrambe le direzioni: la campagna libica rese più visibile la vulnerabilità dell’Impero, mentre l’attacco nei Balcani accelerò la conclusione del conflitto italo-turco.

Cartolina ricordo della guerra Italo-Turca

Da qui a presentare la guerra di Libia come la causa della Prima guerra mondiale, però, il passo sarebbe troppo lungo. Le rivalità europee, le alleanze e le tensioni balcaniche avevano origini più profonde. L’intervento italiano contribuì a indebolire un equilibrio già fragile e rafforzò, in una parte dell’opinione pubblica, il prestigio della politica di potenza. Fu uno dei passaggi verso un’Europa più instabile, non una spiegazione sufficiente della catastrofe del 1914.

Ricordare la guerra italo-turca soltanto come una piccola impresa coloniale significa dunque fermarsi alla sua durata ufficiale. L’Italia ottenne un successo diplomatico e nuovi possedimenti, ma affrontò costi e resistenze che aveva sottovalutato; l’Impero ottomano perse la propria presenza militare in Libia e dovette misurarsi con un’altra crisi; i libici entrarono in una lunga stagione di lotta contro il dominio straniero. Il punto in cui questi fili si incontrano è la distanza fra conquistare un territorio e riuscire a governarlo. Nel 1912 la pace chiuse una guerra fra Stati. Per chi viveva in Libia, la guerra era ancora aperta.

Fonti specifiche

  • Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia. Tripoli bel suol d’amore (1860-1922), Laterza
  • Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, 2002
  • Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza
  • Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943 (per contesto militare e coloniale)
  • Nicola Labanca, La guerra italiana per la Libia. 1911-1931, il Mulino, 2012.
  • Trattato di pace fra Italia e Impero ottomano, Ouchy, 18 ottobre 1912, in particolare gli articoli 1, 2 e 4;
  • Ministero della Difesa, La neutralità 1914-1915. La situazione diplomatica, socio-politica, economica e militare italiana, atti del congresso di studi storici internazionali, 2014: contributi sull’impiego dell’aviazione nella campagna libica.
  • Andrea Casna, «La Guerra di Libia 1911-1912», ilMulo.it, 20 gennaio 2024; per il piatto commemorativo di Rovereto, con riscontro nella notizia «Il Museo della Guerra di Rovereto a Parigi e Manchester», L’Adigetto, 2014.


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