La cattiva fama degli ultimi Merovingi
Episodio n. 27

Un soprannome che vale una condanna
Un re dai lunghi capelli, seduto su un carro trainato da buoi, attraversa il suo regno mentre altri prendono le decisioni al suo posto. È l’immagine che accompagna i cosiddetti “re fannulloni”: sovrani che conservano la corona, ma sembrano aver rinunciato a governare. Un’immagine così efficace da diventare, per secoli, la spiegazione della loro stessa fine. L’appellativo viene tradizionalmente riferito agli ultimi sovrani merovingi, soprattutto a quelli vissuti tra la morte di Dagoberto I, nel 639, e la deposizione di Childerico III, nel 751. Riunire oltre un secolo di storia sotto una sola etichetta, però, significa appiattire situazioni diverse. Dietro la presunta pigrizia di un’intera dinastia si nascondono lotte aristocratiche, trasformazioni del governo e una rappresentazione del passato favorevole ai nuovi padroni del regno. La perdita di potere ci fu; l’idea che basti chiamarla “fannulloneria” è molto meno convincente.
Il regno costruito da Clodoveo

Per comprendere questa vicenda bisogna tornare alla Gallia tra il V e il VI secolo, quando il venir meno dell’autorità imperiale romana in Occidente aveva aperto nuovi spazi di potere. Fu allora che Clodoveo I, appartenente alla dinastia merovingia, riunì sotto il proprio comando diversi gruppi franchi e conquistò gran parte della Gallia. Alla forza delle armi affiancò una scelta religiosa dalle importanti conseguenze politiche: la conversione al cristianesimo cattolico. A differenza di altri sovrani germanici legati al cristianesimo ariano, Clodoveo professava così la stessa fede dell’episcopato e di gran parte della popolazione gallo-romana, favorendo l’avvicinamento tra la monarchia franca e le élite dei territori conquistati.
Alla sua morte, nel 511, il regno fu spartito fra i quattro figli: Teodorico, Clodomiro, Childeberto e Clotario, con sedi rispettivamente a Reims, Orléans, Parigi e Soissons. Non si trattava ancora di una divisione ordinata fra Austrasia, Neustria, Burgundia e Aquitania: i confini e gli equilibri dei regni franchi avrebbero continuato a mutare. Le successioni alimentarono rivalità, guerre e successive riunificazioni, senza cancellare l’idea di una comune appartenenza al mondo franco. Sarebbe tuttavia fuorviante leggere ogni spartizione come un passo obbligato verso la rovina: per generazioni i Merovingi continuarono a conquistare territori e a esercitare un’autorità concreta.

Il potere dentro il palazzo
In questo sistema acquistò crescente importanza il maestro di palazzo, il maior domus. Nato come responsabile dell’amministrazione della casa reale, divenne progressivamente un protagonista del governo, dei rapporti con l’aristocrazia e della guida militare. Non era, dunque, un semplice servitore particolarmente intraprendente: dietro la sua autorità stavano famiglie potenti, patrimoni e reti di alleanze. Il controllo del palazzo permetteva di influire sulle decisioni del sovrano, ma anche di rappresentare gli interessi dei grandi del regno.

La presenza di re saliti al trono ancora bambini favoriva il ruolo di reggenti, aristocratici e maestri di palazzo. Questo non rendeva automaticamente inutile la monarchia. Il sovrano rimaneva un punto di riferimento per la legittimità politica, e il governo dipendeva anche dalla collaborazione fra la famiglia regnante e i potenti. Ridurre tale equilibrio a uno scontro permanente tra re incapaci e funzionari efficienti significa adottare proprio la semplificazione che avrebbe reso celebre il soprannome. Fra le famiglie aristocratiche emerse quella dei Pipinidi, dalla quale sarebbe nata la dinastia carolingia. Carlo Martello ne rafforzò la posizione attraverso campagne militari e il consolidamento della propria autorità. La vittoria contro un esercito musulmano presso Poitiers, nel 732, contribuì al suo prestigio. Carlo, tuttavia, non assunse il titolo regio. Alla sua morte, nel 741, il nucleo principale del suo potere passò ai figli Carlomanno e Pipino, il futuro Pipino il Breve. La distinzione fra chi apparteneva alla dinastia regnante e chi controllava il governo esisteva ancora, e superarla avrebbe richiesto qualcosa di più della forza militare.

Il carro dei re ed il racconto dei vincitori
Una delle rappresentazioni più influenti degli ultimi Merovingi si trova all’inizio della Vita di Carlo Magno, scritta da Eginardo nel IX secolo. Il re vi appare ridotto alla propria dignità esteriore: conserva i capelli lunghi e la barba, siede sul trono, riceve gli ambasciatori, ma pronuncia risposte predisposte da altri. Quando deve spostarsi, viaggia su un carro trainato da buoi, mentre il maestro di palazzo si occupa degli affari del regno. È un ritratto memorabile, ma Eginardo scriveva dopo la fine della dinastia merovingia ed era profondamente legato a Carlo Magno e alla sua famiglia. Il contrasto tra i vecchi re privi di autorità e gli energici antenati dell’imperatore contribuiva a presentare l’ascesa carolingia come un passaggio pienamente giustificato. Il suo racconto non può quindi essere letto come una descrizione neutrale, valida indistintamente per tutti i sovrani dell’ultimo secolo merovingio. Né il carro, da solo, dimostra la pigrizia di chi viaggiava: nel testo diventa soprattutto uno strumento per rendere visibile la distanza fra il titolo e il potere.

Le testimonianze del periodo restituiscono un quadro meno uniforme. Anche sovrani successivi a Dagoberto I, come Teodorico III e Childeberto III, risultano coinvolti nell’amministrazione della giustizia e nei rapporti con l’aristocrazia. Non occorre trasformarli in grandi monarchi per riconoscere che non furono tutti figure inerti. La debolezza degli ultimi rappresentanti della dinastia non può essere proiettata all’indietro, come se per oltre cent’anni ogni re avesse occupato il trono senza esercitare alcuna funzione.
Quando il titolo raggiunse il potere
Un episodio rende particolarmente evidente il valore che la regalità merovingia conservava. Nel 743 furono proprio Carlomanno e Pipino a far salire al trono Childerico III. Gli uomini che controllavano il governo ritenevano ancora utile avere un Merovingio come re. Otto anni dopo, però, Pipino decise di compiere il passo ulteriore: ottenere anche il titolo.

Il racconto tramandato dalle fonti carolingie presenta la questione attraverso una domanda rivolta a papa Zaccaria: era giusto che portasse il nome di re chi non esercitava il potere, oppure quel titolo doveva spettare a chi governava realmente? La risposta favorevole attribuita al pontefice fornì una legittimazione religiosa all’iniziativa di Pipino. Questa formulazione esprime con grande chiarezza il modo in cui il cambio di dinastia venne giustificato; non va però scambiata per la trascrizione di un dialogo conservato parola per parola. Nel 751 Pipino fu eletto re dei Franchi e Childerico III venne deposto. Al sovrano sconfitto furono tagliati i capelli e fu imposta la vita monastica. Il gesto aveva un significato che andava oltre l’umiliazione personale: la lunga capigliatura era un segno distintivo della regalità merovingia, tanto che quei sovrani erano conosciuti come reges criniti, (re dai lunghi capelli). Privarne Childerico significava rendere visibile la sua esclusione dal ruolo regio. Nel 754 papa Stefano II consacrò Pipino e i suoi figli, rafforzando la nuova dinastia e il legame con il papato. Zaccaria e Stefano ebbero dunque ruoli distinti, in momenti diversi della stessa trasformazione.

Una dinastia sconfitta anche nella memoria
Forse, allora, la vera domanda non è se quei re fossero fannulloni, ma perché qualcuno abbia voluto raccontarli così. Perché la storia, spesso, non è soltanto ciò che accade, ma ciò che viene raccontato di ciò che accade. E in questo caso, più che di sovrani incapaci, dovremmo parlare di un potere che cambia forma, di una dinastia che perde progressivamente il controllo e di un’altra che, per affermarsi, ha bisogno di dimostrare che tutto ciò era inevitabile. Alla fine, l’etichetta resta, ma sotto di essa s’intravede qualcosa di molto più profondo: il momento esatto in cui l’Europa smette di essere merovingia e diventa carolingia.

Fonti specifiche
- Eginardo, Vita di Carlo Magno (Vita Karoli Magni)
- Paul Fouracre, Richard A. Gerberding, Late Merovingian France: History and Hagiography, 640–720, Manchester University Press, 1996.
- Paul Fouracre, «Francia in the Seventh Century», in The New Cambridge Medieval History, vol. I, Cambridge University Press, 2005
- James T. Palmer, Merovingian Worlds, Cambridge University Press, 2024, capitolo 4, «The Rise of the Shadow Kings (613–751)».
- Alessandro Barbero, Carlo Magno. Un padre dell’Europa, Laterza, 2000.
- Ian Wood, The Merovingian Kingdoms, 450–751, Longman, 1994.


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