“I re fannulloni: quando la storia la scrivono i vincitori”

Episodio n. 27

La deposizione di Childerico III. Simbolo della regalità merovingia erano i lunghi capelli, da cui l’appellativo reges criniti e quella capigliatura fluente rappresentava una forma di potere che alla deposizione di Childerico fu simbolicamente rasata.

Introduzione

Ci sono espressioni che sopravvivono ai secoli con una forza tale da trasformarsi in verità indiscusse. Una di queste è quella dei cosiddetti “re fannulloni”, con cui la storiografia ha a lungo liquidato gli ultimi sovrani della dinastia merovingia. Un’etichetta semplice, quasi brutale, che sembra non lasciare spazio a interpretazioni: re inutili, svogliati, incapaci di governare. Eppure, come spesso accade, dietro una definizione così netta si nasconde una realtà molto più complessa, fatta di trasformazioni politiche profonde e, soprattutto, di narrazioni costruite da chi aveva tutto l’interesse a giustificare un cambio di potere.

Contesto storico

Per comprendere davvero chi fossero questi “re fannulloni” bisogna tornare indietro, a quel momento in cui l’Europa occidentale stava cercando una nuova forma dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. In questo scenario fluido e instabile emerse il regno dei Franchi, destinato a diventare uno dei pilastri della futura Europa medievale.

Dipinto di Clodoveo del 1835 del pittore François-Louis Dejuinne

Fu con Clodoveo I che i Franchi compirono il salto decisivo. Non solo riuscì a unificare gran parte della Gallia sotto il suo dominio, ma scelse anche di convertirsi al cristianesimo cattolico, distinguendosi così da molte altre popolazioni germaniche ancora legate all’arianesimo. Questa scelta gli garantì l’appoggio della Chiesa e delle élite gallo-romane, consolidando il suo potere e gettando le basi di una monarchia che appariva, almeno inizialmente, solida e legittimata.

Alla sua morte, tuttavia, riemersero dinamiche che avrebbero segnato profondamente il destino del regno. Secondo la tradizione franca, il potere non passava integralmente a un solo erede, ma veniva diviso tra i figli. Questo meccanismo, che in teoria doveva garantire equilibrio e continuità dinastica, finì per generare una frammentazione costante. I diversi rami della famiglia merovingia si trovarono spesso in conflitto tra loro, dando vita a una lunga stagione di rivalità, guerre interne e ricomposizioni temporanee

La divisione del Regno da parte di Clodoveo in quattro domini autonomi, a vantaggio dei suoi quattro figli: Teodorico I (Austrasia), Childeberto I (Neustria), Clodomiro (Burgundia), Clotario I (Aquitania).
Statua di Carlo Martello realizzata da Jean-Baptiste Joseph Debay (1802-1862). Galleria della Reggia di Versailles.

Nel corso del VII secolo, mentre i re continuavano a sedere formalmente sul trono, la gestione concreta del potere iniziò a spostarsi altrove. All’interno della corte emerse con sempre maggiore forza la figura del maestro di palazzo, originariamente un alto funzionario incaricato dell’amministrazione della casa reale, ma destinato a trasformarsi progressivamente nel vero perno politico e militare del regno. Fu un processo lento ma inesorabile: mentre i sovrani merovingi rimanevano simbolo di legittimità, il controllo delle decisioni passava nelle mani di uomini capaci di governare, guidare eserciti e tessere alleanze. Tra questi, la famiglia dei Pipinidi riuscì a imporsi con particolare efficacia, accumulando prestigio e autorità fino a incarnare, di fatto, il centro reale del potere. Carlo Martello, con la sua vittoria a Poitiers (episodio 28), consolidò ulteriormente questo ruolo, dimostrando che la forza militare e la capacità politica non risiedevano più nella figura del re, ma in quella del suo “servitore”.

Il mito dei “re fannulloni”

È in questo contesto che nasce, o meglio prende forma, l’immagine dei cosiddetti “re fannulloni”. Ma qui è necessario fermarsi e mettere in discussione ciò che sembra scontato. L’idea di sovrani inerti, trasportati su carri senza prendere decisioni, non è una fotografia neutra della realtà, bensì una rappresentazione che ci arriva da fonti scritte quando ormai il potere era passato di mano. A diffondere questa immagine furono infatti gli autori legati alla nuova dinastia carolingia, come Eginardo, che descrivono gli ultimi Merovingi come figure svuotate, incapaci di esercitare un’autorità reale, quasi comparse in un sistema ormai governato da altri. Ma è proprio qui che il racconto si fa interessante, perché queste descrizioni non sono prive di intenzione. I Carolingi avevano bisogno di giustificare la propria ascesa, di spiegare perché fosse legittimo sostituire una dinastia che, formalmente, regnava ancora.

Carlo Martello divide il Regno dei Franchi tra i figli maggiori, Carlomanno e Pipino III

Così, l’immagine del re fannullone diventava perfetta: se il sovrano non governa, allora è giusto che lo faccia qualcun altro. Se il potere è già nelle mani del maestro di palazzo, allora il passaggio formale non è che una naturale conseguenza. L’episodio decisivo avvenne nel 751, quando Pipino il Breve decise di compiere il passo finale. Non si limitò a prendere il potere di fatto, ma cercò una legittimazione superiore, rivolgendosi al Papa Stefano II e ponendo una domanda tanto semplice quanto carica di significato: chi deve essere re, colui che detiene il titolo o colui che esercita realmente il potere? La risposta fu chiara, e aprì la strada alla deposizione di Childerico III, ultimo sovrano merovingio, che venne privato dei suoi simboli regali, tonsurato e rinchiuso in monastero.

Pipino III, detto il Breve, nell’interpretazione pittorica di Louis-Félix Amiel (ritratto commissionato da re Luigi Filippo per il museo storico di Versailles nel 1837)

A quel punto, la trasformazione era compiuta. Ma perché fosse accettata e consolidata, serviva anche una narrazione. Ed è qui che l’etichetta dei “re fannulloni” assume il suo pieno significato. Non una semplice descrizione, ma uno strumento politico, capace di riscrivere il passato per rendere inevitabile il presente. In realtà, quegli ultimi re non erano necessariamente incapaci o disinteressati. Erano piuttosto il prodotto di un sistema che li aveva progressivamente svuotati, lasciando loro il ruolo di simboli mentre il potere reale scivolava altrove. Il fatto stesso che fossero ancora necessari dimostra quanto la loro figura fosse, almeno formalmente, imprescindibile. Non vennero eliminati subito, ma mantenuti finché risultavano utili a dare continuità e legittimità.

Childerico III, detto l’Idiota o il re fantasma (714 – 755), è stato il quarantaseiesimo e l’ultimo re dei Franchi della dinastia dei Merovingi: regnò su tutti i Franchi di Neustria, Burgundia e Austrasia, dal 743 sino al 751. Qui vediamo raffigurata la sua deposizione a vantaggio di Pipino il Breve

Conclusione – Oltre l’etichetta

Forse, allora, la vera domanda non è se quei re fossero fannulloni, ma perché qualcuno abbia voluto raccontarli così. Perché la storia, spesso, non è soltanto ciò che accade, ma ciò che viene raccontato di ciò che accade. E in questo caso, più che di sovrani incapaci, dovremmo parlare di un potere che cambia forma, di una dinastia che perde progressivamente il controllo e di un’altra che, per affermarsi, ha bisogno di dimostrare che tutto ciò era inevitabile. Alla fine, l’etichetta resta. Ma sotto di essa si intravede qualcosa di molto più profondo: il momento esatto in cui l’Europa smette di essere merovingia e diventa carolingia.

Rappresentazione idealizzata di Pipino (incisione di origine sconosciuta)

Fonti specifiche

  • Eginardo, Vita di Carlo Magno (Vita Karoli Magni)
  • Paolo Diacono, Storia dei Longobardi (Historia Langobardorum)
  • Rosamond McKitterick, I regni franchi sotto i Carolingi (The Frankish Kingdoms under the Carolingians)
  • Patrick J. Geary, Prima della Francia e della Germania: la creazione e trasformazione del mondo merovingio (Before France and Germany)
  • Ian Wood, I regni merovingi (450–751) (The Merovingian Kingdoms)


Lascia un commento

ARTICOLI DEL BLOG

“La battaglia di Fornovo e l’inizio delle guerre d’Italia”

Fornovo non fu soltanto una battaglia combattuta lungo un fiume in piena, tra fango, cavalli e insegne strappate. Fu il momento in cui l’Italia del Rinascimento, splendida nelle corti e nell’arte, scoprì tutta la propria vulnerabilità politica. Carlo VIII riuscì a fuggire, ma nessuno uscì davvero vincitore da quel campo. Perché da quel giorno diventò…