Episodio n. 2

Origine del detto
Siamo nell’XI secolo, in piena Lotta per le Investiture (1073-1122), lo scontro che oppose Papato e Sacro Romano Impero sul diritto di nominare vescovi, abati e persino il Papa. I sovrani laici consideravano questa prerogativa una naturale conseguenza dell’affidamento di beni materiali alla Chiesa; ma tale consuetudine riduceva il clero a una condizione di subordinazione rispetto al potere politico.

L’elezione di Papa Gregorio VII nel 1073 segnò l’inizio di una fase nuova. Il Pontefice, fermo sostenitore del primato papale, entrò in conflitto con l’imperatore Enrico IV di Franconia. Inizialmente i rapporti non furono tesi: in una lettera del 1073, Enrico prometteva collaborazione. Ma la situazione cambiò con la promulgazione del Dictatus Papae (1075), che affermava con decisione la superiorità del potere papale sulle monarchie cristiane.
La risposta di Enrico IV non si fece attendere: forte della vittoria contro i Sassoni, pretese di nominare i vescovi di Milano, Fermo e Spoleto, decisioni che Gregorio considerò provocatorie. Il 24 gennaio 1076, a Worms, Enrico accusò il Papa di illegittimità e ne chiese le dimissioni. Gregorio reagì duramente: il 22 febbraio 1076, al Sinodo di Quaresima a Roma, scomunicò l’imperatore, liberando i sudditi dal giuramento di fedeltà.

La scomunica ebbe conseguenze devastanti per Enrico IV: senza il sostegno dei suoi sudditi, l’autorità imperiale rischiava di sgretolarsi. Per salvare il trono, Enrico si recò da Gregorio VII, ospite della contessa Matilde di Canossa, per chiedere perdono.
Lì avvenne l’episodio passato alla storia come l’Umiliazione di Canossa: l’imperatore, scalzo e in abito da penitente, fu costretto ad attendere tre giorni e tre notti nella neve, prima di ottenere il perdono grazie all’intercessione della contessa.
Da quell’episodio nacque il detto “andare a Canossa”, che indica un atto di penitenza umiliante di fronte a un avversario.
Diffusione e trasformazioni

L’espressione si diffuse rapidamente in tutta Europa, segno di quanto quell’episodio avesse colpito l’immaginario collettivo. Va sottolineato che il detto si concentra sull’atto di penitenza di Enrico IV, senza considerare il seguito dello scontro: l’imperatore, infatti, una volta ottenuto il perdono, riprese la lotta contro Gregorio VII, che morì in esilio nel 1085. Nonostante ciò, il Papa aveva imposto una svolta epocale: la Chiesa non era più sottomessa al potere temporale, e la sua figura venne riconosciuta come centrale per l’assetto dell’Occidente medievale. Proclamato santo da Papa Paolo V nel 1606, Gregorio VII è ricordato ancora oggi come uno dei pontefici più importanti della storia, celebrato il 25 maggio (giorno che, curiosamente, coincide con il mio compleanno!).

Il detto tornò in auge in età moderna: nel 1872, il cancelliere tedesco Otto von Bismarck, protagonista del Kulturkampf, dichiarò: “Non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”, ribadendo così la volontà di non piegarsi al potere papale.
Significato oggi
Ancora oggi, dire “andare a Canossa” significa sottolineare un’umiliazione subita da chi, per convenienza o necessità, è costretto a chiedere perdono al proprio avversario. È un detto che ha superato i secoli e le lingue, diventando un riferimento universale per indicare la forza simbolica della resa e della sottomissione.

Fonti specifiche
- Enciclopedia Treccani – Lotta per le Investiture (treccani.it)
- Biblioteca Apostolica Vaticana – Dictatus Papae (1075)
- H. Fuhrmann, Germania e Papato nell’alto Medioevo (Einaudi, 1996)
- G. Tabacco, La Cristianità medievale (Il Mulino, 1999)
- Deutsche Historische Museum – Bismarck e la Kulturkampf (dhm.de)


Lascia un commento