Da Enrico IV a Bismarck, la storia di un’umiliazione diventata proverbiale
Episodio n. 2

Introduzione
“Dovrà andare a Canossa”. Ancora oggi questa espressione viene utilizzata per descrivere chi, dopo uno scontro o un errore, è costretto a fare marcia indietro, riconoscere la superiorità dell’avversario e chiedere perdono. Non indica una semplice riconciliazione, ma un gesto compiuto da una posizione di debolezza, spesso per necessità o convenienza. All’origine del detto si trova uno degli episodi più celebri del Medioevo: l’incontro avvenuto nel gennaio del 1077 tra papa Gregorio VII ed Enrico IV, re dei Romani, presso il castello di Canossa. Quella vicenda, tuttavia, non generò immediatamente la locuzione che conosciamo. Furono i secoli successivi, e soprattutto una celebre dichiarazione di Otto von Bismarck, a trasformare Canossa da luogo della storia a simbolo universale di sottomissione.
La lotta per le investiture

Per comprendere ciò che accadde bisogna tornare nell’XI secolo, quando Papato e Impero si contendevano il controllo delle investiture ecclesiastiche. Vescovi e abati non erano soltanto uomini di Chiesa: amministravano terre, disponevano di ricchezze e svolgevano importanti funzioni politiche. Per questo i sovrani consideravano naturale partecipare alla loro nomina, soprattutto quando all’incarico religioso si accompagnava l’assegnazione di beni e poteri temporali. Questa consuetudine, però, aveva finito per legare una parte considerevole del clero alle autorità laiche. Il movimento di riforma della Chiesa, sviluppatosi nel corso dell’XI secolo, puntava invece a liberare le istituzioni ecclesiastiche da simili condizionamenti, contrastando la simonia, il concubinato del clero e l’intervento dei sovrani nella scelta delle cariche religiose.

L’elezione di Gregorio VII nel 1073 segnò l’inizio della fase più dura dello scontro. Inizialmente i rapporti con Enrico IV non apparvero irrimediabilmente compromessi: in una lettera dello stesso anno, il sovrano manifestò al pontefice la propria disponibilità alla collaborazione. Le rispettive concezioni del potere erano però difficilmente conciliabili.
Nel registro pontificio del 1075 compare il documento conosciuto come Dictatus papae, una raccolta di ventisette proposizioni che affermavano con straordinaria decisione le prerogative della Chiesa romana e del pontefice. Non si trattava propriamente di una legge promulgata e destinata alla pubblicazione, ma di una serie di enunciati inseriti nel registro di Gregorio VII. Il loro contenuto esprimeva comunque una concezione altissima dell’autorità papale, alla quale veniva riconosciuto persino il potere di deporre gli imperatori e sciogliere i sudditi dal vincolo di fedeltà verso sovrani ingiusti.
Lo scontro tra Enrico IV e Gregorio VII
La rottura divenne inevitabile quando Enrico IV, rafforzato dalla vittoria sui Sassoni, intervenne nelle nomine episcopali, in particolare a Milano, senza tenere conto della volontà pontificia. Gregorio VII gli intimò di modificare la propria condotta; il sovrano rispose convocando un’assemblea di vescovi a Worms. Il 24 gennaio 1076 i partecipanti all’assemblea dichiararono decaduta la loro obbedienza al papa. Enrico inviò quindi a Gregorio una lettera durissima, nella quale lo invitava ad abbandonare il soglio pontificio. Il re si rivolgeva sprezzantemente a lui come a “Ildebrando, non più papa, ma falso monaco”.

Gregorio reagì poche settimane dopo. Durante il sinodo quaresimale celebrato a Roma, il 22 febbraio 1076, scomunicò Enrico, lo privò dell’autorità regia e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. La condanna religiosa ebbe immediate conseguenze politiche. Numerosi principi tedeschi, già ostili al sovrano, videro nella scomunica l’occasione per limitarne il potere. Riuniti a Trebur nell’ottobre del 1076, stabilirono che Enrico avrebbe dovuto ottenere l’assoluzione entro un anno; in caso contrario, la questione della corona sarebbe stata riesaminata. Gregorio VII venne invitato a recarsi in Germania per partecipare a una nuova assemblea. Enrico comprese di non poter attendere. Se il papa avesse raggiunto i principi tedeschi mentre lui era ancora scomunicato, il suo trono sarebbe stato seriamente minacciato.
L’incontro di Canossa
Nel cuore dell’inverno Enrico attraversò le Alpi insieme alla moglie Berta di Savoia e al figlio ancora bambino, affrontando un viaggio difficile e pericoloso. Gregorio VII, informato del suo arrivo in Italia, temette inizialmente che il sovrano volesse catturarlo. Trovò quindi rifugio nel castello di Canossa, appartenente alla contessa Matilde, una delle sue più potenti sostenitrici. Enrico raggiunse la fortezza nel gennaio del 1077 e chiese di essere ricevuto. Gregorio si trovava ora di fronte a una scelta delicata. Come avversario politico avrebbe potuto rifiutare l’incontro; come pontefice, però, difficilmente avrebbe potuto negare l’assoluzione a un penitente che dichiarava di essersi sinceramente ravveduto.

Il racconto più celebre descrive Enrico fuori dalle mura del castello, scalzo e vestito di un semplice abito penitenziale, costretto ad attendere per tre giorni nel gelo e nella neve. La lunga attesa è attestata anche dalla lettera che Gregorio VII inviò poco dopo ai principi tedeschi. Alcuni particolari divenuti inseparabili dall’immagine di Canossa, come la presenza costante della neve o il sovrano completamente scalzo, furono però enfatizzati soprattutto dalle cronache e dalle successive rappresentazioni artistiche.
A intercedere in favore di Enrico furono Matilde di Canossa, l’abate Ugo di Cluny e altri personaggi presenti nella fortezza. Il 28 gennaio Gregorio accolse il sovrano, ne ricevette il pentimento e gli concesse l’assoluzione. Enrico venne così riammesso nella comunità cristiana.

L’episodio è passato alla storia come “l’umiliazione di Canossa”, ma il suo significato politico fu più complesso di quanto suggerisca questa definizione. Enrico dovette certamente sottoporsi a un rituale pubblico di penitenza e riconoscere l’autorità religiosa del pontefice. Allo stesso tempo, ottenendo l’assoluzione prima che Gregorio potesse incontrare i principi tedeschi, sottrasse ai propri avversari una delle principali giustificazioni per deporlo. Quella che apparve come una clamorosa resa fu dunque anche un’abile mossa politica.
Una pace di breve durata
La riconciliazione non pose fine allo scontro. Nel marzo del 1077 alcuni principi tedeschi elessero un nuovo re, Rodolfo di Svevia, e la Germania precipitò nella guerra civile. Dopo anni di esitazione, Gregorio VII tornò a scomunicare Enrico nel 1080. Questa volta il sovrano reagì facendo eleggere un antipapa, Clemente III. Scese poi in Italia, entrò a Roma e nel 1084 ricevette da Clemente la corona imperiale. Gregorio, assediato a Castel Sant’Angelo, venne liberato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, ma fu costretto ad abbandonare la città. Morì in esilio a Salerno il 25 maggio 1085. Canossa, quindi, non rappresentò la definitiva vittoria del pontefice né la resa permanente di Enrico. Fu soltanto un passaggio, per quanto altamente simbolico, di un conflitto destinato a proseguire anche dopo la morte dei due protagonisti. La lotta per le investiture trovò una soluzione di compromesso soltanto nel 1122, con il concordato di Worms.

Gregorio VII, canonizzato da papa Paolo V nel 1606, è ricordato dalla Chiesa il 25 maggio, giorno che, per una curiosa coincidenza personale, è anche quello del mio compleanno.
Da Canossa a Bismarck
L’incontro del 1077 rimase per secoli uno degli episodi più rappresentativi del conflitto tra autorità religiosa e potere politico. Tuttavia, contrariamente a quanto spesso si racconta, la locuzione “andare a Canossa” non sembra essere entrata immediatamente nel linguaggio comune. La sua fortuna moderna è legata soprattutto a Otto von Bismarck. Dopo la nascita dell’Impero tedesco, il cancelliere avviò il Kulturkampf, lo scontro politico e legislativo con la Chiesa cattolica e con il Partito di Centro, che rappresentava una parte consistente dei cattolici tedeschi.

Il 14 maggio 1872, intervenendo al Reichstag durante una controversia diplomatica con la Santa Sede, Bismarck pronunciò la frase destinata a diventare celebre: «Non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito». Il cancelliere evocava deliberatamente Enrico IV per assicurare che il nuovo Impero tedesco non si sarebbe piegato all’autorità del papa. Attraverso quella dichiarazione, il nome di Canossa uscì definitivamente dai libri di storia ed entrò nel linguaggio politico europeo. Il riferimento venne poi esteso oltre il conflitto tra Stato e Chiesa, fino ad assumere il significato generale che conserva ancora oggi.
Il significato odierno
“Andare a Canossa” significa presentarsi davanti a qualcuno per ammettere la propria sconfitta, ritrattare quanto sostenuto in precedenza o chiedere perdono dopo essersi opposti apertamente. Nell’espressione rimane sempre una sfumatura di umiliazione: chi va a Canossa non si riconcilia da pari a pari, ma è costretto dalle circostanze a riconoscere la superiorità dell’altro.

Il detto, presente con formule analoghe anche in altre lingue europee, ha semplificato una vicenda storica molto più ambigua. Enrico IV si umiliò realmente davanti a Gregorio VII, ma quella penitenza gli consentì anche di recuperare libertà d’azione e contrastare i principi ribelli. Canossa fu dunque, nello stesso momento, sottomissione religiosa e calcolo politico. È forse proprio questa ambivalenza ad aver garantito tanta fortuna all’espressione. Dietro ogni “viaggio a Canossa” rimane infatti la domanda che accompagnò anche Enrico IV: siamo davanti a una resa autentica oppure a un passo indietro compiuto per poter tornare, in seguito, a combattere?
Fonti specifiche
- Gregorio VII, Registrum, libro IV, epistola 12: lettera ai principi tedeschi sull’incontro di Canossa, 1077.
- Lamperto di Hersfeld, Annales, resoconto degli avvenimenti del 1076-1077.
- Donizone di Canossa, Vita Mathildis, inizi del XII secolo.
- Gerd Althoff, Enrico IV, Salerno Editrice, Roma, 2014.
- Giovanni Miccoli, Chiesa gregoriana. Ricerche sulla Riforma del secolo XI, Herder, Roma, 1966.
- Giovanni Tabacco, La spiritualità del Medioevo. La cristianità medievale, Marietti, Genova, 1988.
- Uta-Renate Blumenthal, The Investiture Controversy: Church and Monarchy from the Ninth to the Twelfth Century, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1988.
- H. E. J. Cowdrey, Pope Gregory VII, 1073-1085, Clarendon Press, Oxford, 1998.
- Otto von Bismarck, discorso al Reichstag del 14 maggio 1872.


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