Le ventiquattro ore dell’armistizio di Villa Giusti
Episodio n. 1

Introduzione
La Prima guerra mondiale sul fronte italiano terminò alle ore 15 del 4 novembre 1918. Eppure l’armistizio era stato firmato il giorno precedente e, quando le delegazioni lasciarono Villa Giusti, una parte dell’esercito austro-ungarico aveva già ricevuto l’ordine di deporre le armi. Per quasi ventiquattro ore, dunque, i due eserciti combatterono seguendo due tempi differenti: per gli austro-ungarici la guerra era sostanzialmente conclusa; per il Comando Supremo italiano sarebbe terminata soltanto all’ora stabilita dall’accordo. Da questo scarto nacque una delle pagine più controverse e meno conosciute degli ultimi giorni della Grande Guerra
Contesto storico
Quando nell’estate del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, l’Italia faceva ancora parte della Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria. Il governo italiano, tuttavia, dichiarò la propria neutralità sostenendo che l’alleanza avesse natura difensiva e che Vienna avesse agito contro la Serbia senza consultare preventivamente Roma.
Nei mesi successivi il Paese fu attraversato da un acceso confronto tra neutralisti e interventisti. La maggioranza parlamentare, vicina alle posizioni di Giovanni Giolitti, riteneva possibile ottenere compensi territoriali attraverso la diplomazia; nazionalisti, irredentisti, parte dei liberali, democratici interventisti e socialisti rivoluzionari sostenevano invece l’ingresso in guerra. Nella propaganda interventista il conflitto assunse anche il significato di una quarta guerra d’indipendenza, destinata a completare il processo risorgimentale con l’annessione delle terre ancora appartenenti all’Impero asburgico.

Il 26 aprile 1915 il governo Salandra sottoscrisse segretamente il Patto di Londra con Francia, Regno Unito e Russia. In cambio dell’intervento contro gli Imperi centrali, all’Italia furono promessi il Trentino, l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste, Gorizia, l’Istria e una parte della Dalmazia, oltre ad altri compensi territoriali. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò ufficialmente in guerra contro l’Austria-Ungheria. Il conflitto sul fronte italiano si trasformò presto in una lunga guerra di posizione. Le ripetute offensive sull’Isonzo produssero conquiste limitate e perdite enormi. Nell’autunno del 1917 la disfatta di Caporetto costrinse l’esercito italiano a una drammatica ritirata fino alla linea del Piave. La resistenza sul nuovo fronte e la successiva riorganizzazione sotto il comando del generale Armando Diaz permisero però all’Italia di superare la crisi.

Nell’ottobre del 1918 l’Impero austro-ungarico era ormai vicino alla dissoluzione. Le diverse nazionalità che lo componevano reclamavano l’indipendenza, l’esercito soffriva la fame, le diserzioni aumentavano e l’autorità imperiale si sgretolava. Il 24 ottobre 1918, un anno dopo Caporetto, l’esercito italiano avviò l’offensiva di Vittorio Veneto. Dopo alcuni giorni di combattimenti, il fronte austro-ungarico cedette e la ritirata si trasformò rapidamente in disfacimento. Il prezzo pagato dall’Italia era stato altissimo: le diverse ricostruzioni indicano circa 650.000 militari morti e quasi un milione di feriti, ai quali devono essere aggiunte le vittime civili, le popolazioni sfollate e le conseguenze economiche e sociali del conflitto.
L’ Armistizio di Villa Giusti
Il 29 ottobre 1918 una delegazione austro-ungarica attraversò le linee italiane per chiedere la cessazione delle ostilità. A guidarla era il generale Viktor Weber Edler von Webenau. Le trattative si svolsero a Villa Giusti, nei pressi di Padova, dove la delegazione italiana era presieduta dal generale Pietro Badoglio, sottocapo di Stato maggiore dell’esercito.

I rappresentanti austro-ungarici speravano di ottenere una sospensione immediata dei combattimenti, ma si trovarono davanti condizioni già concordate dagli Alleati e sostanzialmente non negoziabili. L’esercito asburgico avrebbe dovuto smobilitare, ridursi a un massimo di venti divisioni, evacuare i territori occupati e ritirarsi oltre la linea indicata nell’accordo. Le truppe tedesche presenti nell’Impero avrebbero dovuto lasciare il territorio entro quindici giorni oppure essere internate. Agli Alleati venivano inoltre riconosciuti libertà di movimento e il diritto di occupare alcuni punti strategici
Queste disposizioni non costituivano ancora una sistemazione definitiva dei confini. Erano clausole militari che stabilivano le condizioni della resa e la linea fino alla quale le forze austro-ungariche avrebbero dovuto ritirarsi. L’assetto territoriale sarebbe stato discusso soltanto durante la conferenza di pace e definito attraverso i trattati successivi. L’armistizio fu sottoscritto nel pomeriggio del 3 novembre 1918. La sospensione delle ostilità, però, non sarebbe entrata in vigore immediatamente: il cessate il fuoco venne fissato per le ore 15 del giorno seguente.
Era la clausola destinata a generare il malinteso.

Una guerra, due orologi
Prima che la firma fosse formalmente comunicata e interpretando in maniera anticipata l’imminente conclusione dell’accordo, il comando austro-ungarico aveva già trasmesso alle proprie truppe l’ordine di cessare i combattimenti. La disposizione si diffuse in modo disordinato tra reparti che, in molti casi, erano già in ritirata e avevano perso i collegamenti con i comandi. Il Comando Supremo italiano, invece, considerava vincolante l’orario concordato a Villa Giusti: fino alle ore 15 del 4 novembre, le operazioni sarebbero continuate. Non si trattò quindi di una proroga concessa all’Italia dopo la firma, ma dell’applicazione letterale dell’accordo sottoscritto dalle due delegazioni. La distanza tra l’ordine prematuro impartito dal comando austro-ungarico e l’effettiva entrata in vigore dell’armistizio creò però una situazione paradossale: mentre molti reparti asburgici avevano smesso di combattere o stavano abbandonando le proprie posizioni, le truppe italiane continuarono ad avanzare e catturarono un numero enorme di prigionieri. La questione rimase controversa.

Da parte austro-ungarica si accusarono gli italiani di aver approfittato di un esercito che aveva già deposto le armi; da parte italiana si rispose che il cessate il fuoco aveva un’ora precisa, accettata e sottoscritta anche dalla delegazione avversaria. Al di là delle interpretazioni, resta il fatto che una comunicazione affrettata e il collasso della catena di comando asburgica fecero terminare la stessa guerra in due momenti diversi.

In quelle ore l’avanzata italiana proseguì rapidamente. La cavalleria entrò a Trento nel pomeriggio del 3 novembre, mentre reparti italiani sbarcarono a Trieste nello stesso giorno, accolti da una parte della popolazione. Questi ingressi avvennero dunque prima che l’armistizio diventasse operativo, non durante un’immaginaria giornata supplementare successiva alla firma. Alle ore 15 del 4 novembre 1918 le armi tacquero ufficialmente sul fronte italiano. Il giorno seguente il Bollettino della Vittoria, firmato da Armando Diaz, annunciò che l’esercito austro-ungarico era “annientato” e che ciò che ne rimaneva risaliva “in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza”.
Dalla vittoria alla “vittoria mutilata”

La fine della guerra non risolse tutte le aspirazioni territoriali italiane. Alla conferenza di pace emersero profonde divergenze tra le richieste di Roma, gli impegni sottoscritti con il Patto di Londra e il principio di nazionalità sostenuto dal presidente statunitense Woodrow Wilson.
Con il trattato di Saint-Germain del 1919 l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste e l’Istria. La questione adriatica rimase invece aperta fino al trattato di Rapallo del 1920: gran parte della Dalmazia non passò all’Italia, che ottenne Zara e alcune isole. Fiume, non prevista dal Patto di Londra, divenne a sua volta oggetto di una durissima contesa.

Fu in questo clima che Gabriele D’Annunzio rese celebre l’espressione “vittoria mutilata”. Il poeta aveva già evocato, nell’ottobre del 1918, il pericolo che la vittoria italiana venisse privata dei suoi frutti. Negli anni successivi la formula divenne uno dei principali strumenti della propaganda nazionalista, capace di trasformare una complessa disputa diplomatica nell’immagine immediata di una nazione vincitrice, ma tradita al tavolo della pace. Il mito della vittoria mutilata non fu da solo la causa dell’ascesa del fascismo. La crisi dello Stato liberale, le tensioni sociali del dopoguerra, l’inflazione, la disoccupazione, la paura della rivoluzione, la violenza politica e l’incapacità delle classi dirigenti di governare la transizione ebbero un peso decisivo. Quella narrazione offrì però al nazionalismo e poi al fascismo un linguaggio potente con cui alimentare frustrazione e desiderio di rivalsa.
Perché ricordare il 4 novembre
Il 4 novembre divenne già nel 1919 una ricorrenza nazionale e nel 1921 fu scelto per la tumulazione del Milite Ignoto al Vittoriano. Oggi è celebrato come Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate.
Dietro quella data si nasconde però una curiosità che racconta bene la confusione degli ultimi giorni della Grande Guerra. L’armistizio fu firmato il 3 novembre, entrò in vigore il 4 e venne percepito dai due eserciti secondo tempi differenti. Per alcune migliaia di uomini il conflitto era già terminato; per altri sarebbe continuato ancora per quasi un giorno.

La guerra finì così due volte: prima negli ordini impartiti da un impero ormai dissolto, poi nell’ora stabilita su un documento firmato a Villa Giusti. Tra quei due momenti continuarono l’avanzata, le catture e, inevitabilmente, anche le morti. È forse proprio questa distanza tra la firma della pace e il silenzio effettivo delle armi a mostrare quanto sia difficile, persino quando tutto sembra deciso, porre davvero fine a una guerra.
Fonti specifiche
- Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, il Mulino, Bologna, 2008.
- Nicola Labanca, Caporetto. Storia e memoria di una disfatta, il Mulino, Bologna, 2017.
- John Gooch, The Italian Army and the First World War, Cambridge University Press, Cambridge, 2014.
- Manfried Rauchensteiner, The First World War and the End of the Habsburg Monarchy, 1914-1918, Böhlau Verlag, Vienna-Colonia-Weimar, 2014.
- Pier Paolo Cervone, Vittorio Veneto, l’ultima battaglia, Mursia, Milano, 1994.
- Paolo Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica, Feltrinelli, Milano, 1959.
- Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma, il Mulino, Bologna, 2012.
- Armistice Convention with Austria-Hungary, Villa Giusti, 3 novembre 1918, testo dell’accordo e protocollo supplementare.
- Office of the Historian – documentazione diplomatica statunitense.
- Villa Giusti dell’Armistizio – sito storico della villa.


Lascia un commento