Episodio n. 4

Contesto storico
Nel dopoguerra, l’Istria era un territorio sospeso tra due mondi. La città di Pola, oggi in Croazia ma allora provincia italiana della Venezia Giulia, aveva vissuto anni turbolenti: prima l’occupazione tedesca (1943-1945), poi l’arrivo delle truppe partigiane jugoslave di Tito.
Nel giugno 1945, con la definizione della Linea Morgan, la regione fu divisa: la Zona A, sotto controllo angloamericano, comprendeva anche Pola; la Zona B, invece, era affidata all’amministrazione jugoslava. Ma si trattava di una soluzione temporanea: i confini definitivi sarebbero arrivati solo con il Trattato di Parigi del 1947, che assegnò l’Istria alla Jugoslavia.

In quegli anni, la popolazione – a maggioranza italiana lungo le coste – viveva nell’incertezza. Per molti c’era ancora la speranza che il principio di autodeterminazione dei popoli riportasse Pola all’Italia.

L’evento: 18 agosto 1946, la strage
Quel giorno, la società di canottaggio “Pietas Julia” organizzò sulla spiaggia di Vergarolla una tradizionale gara di nuoto, la Coppa Scarioni, manifestazione che si teneva in tutta Italia. Fu un momento di festa, di normalità in un territorio ancora sospeso.

Nel pomeriggio, però, la tragedia.
Sulla spiaggia erano state accatastate 28 mine di profondità, disinnescate e dichiarate sicure da artificieri della Marina di Venezia. Improvvisamente, esplosero con una potenza devastante. Il bilancio ufficiale parlò di 65 morti, ma secondo molte testimonianze le vittime furono oltre 100, tra cui moltissimi bambini. Anche alcuni militari britannici rimasero feriti.

L’ipotesi più accreditata è che si trattò di un atto terroristico organizzato da elementi filo-jugoslavi, con lo scopo di terrorizzare la popolazione italiana e spingerla ad abbandonare la città. L’obiettivo fu raggiunto: nel giro di poco tempo, oltre il 90% dei 40.000 italiani di Pola lasciò la propria terra, dando inizio a un esodo che avrebbe cambiato per sempre la storia dell’Istria.

Il lascito: il medico e il silenzio
Tra i protagonisti di quei giorni rimane la figura del dottor Geppino Micheletti, a cui fu conferita postuma la Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica. Nonostante nello scoppio avesse perso i suoi due figli, Renzo e Carlo, di 6 e 9 anni, Micheletti lavorò per oltre 24 ore senza sosta in sala operatoria per salvare decine di vite. Due giorni dopo, il 20 agosto 1946, si svolsero i funerali delle vittime, compresi i suoi bambini.


Per decenni, la strage di Vergarolla rimase avvolta nel silenzio: la prima e più sanguinosa strage subita dalla Repubblica Italiana non trovò spazio nel racconto ufficiale, complice la Guerra Fredda e la volontà politica di non irritare la Jugoslavia. Solo dagli anni ’90, con la fine della Federazione Jugoslava, la vicenda ha iniziato a essere riconosciuta, e Pola ha assunto lo status di città bilingue.
Perché ricordarla
La strage di Vergarolla è l’emblema della crudeltà della politica sul destino dei civili: un attentato che non colpì eserciti, ma famiglie riunite in una giornata di festa.
Rappresenta l’uomo disumano che sacrifica vite innocenti per fini politici, ma anche la dignità di chi, come il dottor Micheletti, seppe reagire con umanità in mezzo all’orrore.

Fonti specifiche
- Raoul Pupo, Il lungo esodo (Rizzoli, 2005)
- Gianni Oliva, Esuli (Mondadori, 2011)
- ANVGD – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (anvgd.it)
- Enciclopedia Treccani – voce Strage di Vergarolla
- Archivio storico del Ministero della Difesa – testimonianze su Geppino Micheletti


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