Tra i fiordi della Norvegia, gli Alleati sconfissero i tedeschi. Ma dovettero lasciare loro il campo.
Episodio n. 5

Introduzione
All’inizio della Seconda guerra mondiale, mentre sul fronte occidentale francesi e britannici rimanevano attestati dietro le rispettive linee difensive, la Germania nazista aveva già mostrato la propria capacità di condurre una guerra rapida e aggressiva. Dopo l’invasione della Polonia, iniziata il 1° settembre 1939, Hitler rivolse la propria attenzione verso la Scandinavia. La Norvegia si era dichiarata neutrale, ma la sua posizione geografica e i suoi porti erano troppo importanti perché quella neutralità potesse essere rispettata a lungo.
In questo scenario, una piccola città affacciata sui fiordi del Nord assunse un valore strategico sproporzionato rispetto alle sue dimensioni: Narvik.
Il ferro svedese e la strada verso l’Atlantico
Narvik era collegata per ferrovia alle miniere svedesi di Kiruna e Gällivare, dalle quali proveniva una parte rilevante del ferro utilizzato dall’industria tedesca. Durante i mesi più freddi, quando il porto baltico di Luleå diventava difficilmente utilizzabile a causa dei ghiacci, il minerale poteva essere trasportato fino alla costa norvegese e imbarcato nel porto di Narvik, mantenuto libero dai ghiacci grazie all’influenza della Corrente del Golfo. Non tutto il ferro svedese diretto in Germania passava da Narvik, dunque, ma durante l’inverno quel porto costituiva uno snodo decisivo. Interromperne il traffico avrebbe significato mettere sotto pressione l’apparato industriale e militare del Reich.
La Norvegia aveva anche un secondo valore strategico. Il controllo della sua lunga costa avrebbe offerto alla Kriegsmarine basi navali e aeree dalle quali aggirare più facilmente il blocco britannico, raggiungere l’Atlantico settentrionale e minacciare le rotte marittime alleate. Per Londra, al contrario, impedire ai tedeschi di impossessarsi di quei porti significava proteggere le proprie comunicazioni navali e rafforzare il controllo del Mare del Nord.
La Norvegia neutrale si trovò così stretta tra due potenze che avevano entrambe interesse a utilizzare il suo territorio.

Hitler approvò il piano per l’invasione della Danimarca e della Norvegia il 1° marzo 1940. L’operazione, denominata Weserübung, prevedeva un attacco simultaneo contro i principali centri e porti norvegesi, condotto attraverso unità navali, truppe aviotrasportate e reparti dell’esercito.
Anche gli Alleati, però, stavano preparando una propria iniziativa. Il 28 marzo il Consiglio supremo di guerra anglo-francese approvò l’Operazione Wilfred, destinata a minare alcune acque territoriali norvegesi per costringere le navi che trasportavano il ferro svedese a uscire in mare aperto, dove la Royal Navy avrebbe potuto intercettarle. A questa iniziativa si affiancavano piani per lo sbarco di truppe in alcuni porti norvegesi, tra i quali Narvik, nel caso di una reazione tedesca.
La Germania, tuttavia, si mosse per prima.

La conquista tedesca di Narvik
Nelle prime ore del 9 aprile 1940, dieci cacciatorpediniere tedeschi penetrarono nell’Ofotfjord trasportando circa duemila Gebirgsjäger, i soldati da montagna della 3ª Divisione, comandati dal generale Eduard Dietl.

A difesa del porto si trovavano le vecchie corazzate costiere norvegesi Eidsvold e Norge. Il comandante dell’Eidsvold, Odd Isaachsen Willoch, tentò di opporsi all’ingresso delle unità tedesche. Dopo un breve e inutile negoziato, la nave fu colpita da siluri e affondò in pochi minuti. Poco dopo anche la Norge venne silurata e colata a picco. La guarnigione norvegese di Narvik, comandata dal colonnello Konrad Sundlo, non organizzò una resistenza efficace e la città cadde rapidamente nelle mani dei tedeschi. La prima parte dell’operazione poteva quindi considerarsi riuscita: Dietl aveva occupato il porto e controllava la ferrovia proveniente dalla Svezia.
La posizione tedesca, tuttavia, era meno solida di quanto apparisse. Le dieci navi che avevano trasportato le truppe dovevano essere rifornite prima di poter lasciare il lungo e stretto sistema di fiordi. La Royal Navy decise di approfittarne.

La prima battaglia navale
All’alba del 10 aprile, cinque cacciatorpediniere britannici della 2ª Flottiglia, guidati dal capitano Bernard Warburton-Lee a bordo della HMS Hardy, avanzarono nell’Ofotfjord approfittando della neve e della scarsa visibilità. L’attacco colse di sorpresa le unità tedesche ancorate nel porto. I britannici affondarono i cacciatorpediniere Wilhelm Heidkamp e Anton Schmitt, danneggiarono altre navi da guerra e colpirono numerosi mercantili. Tra i caduti tedeschi vi fu il commodoro Friedrich Bonte, comandante della squadra navale.
Warburton-Lee, però, non disponeva di informazioni complete sulla posizione delle altre unità nemiche. Mentre le navi britanniche si ritiravano, furono intercettate dai cacciatorpediniere tedeschi provenienti dai fiordi laterali. Nello scontro la Hardy venne gravemente colpita e fu costretta ad arenarsi; anche la HMS Hunter venne affondata, mentre la HMS Hotspur subì danni rilevanti.

Lo stesso Warburton-Lee rimase mortalmente ferito e fu successivamente insignito della Victoria Cross. La prima battaglia navale si era conclusa con perdite da entrambe le parti, ma aveva lasciato le navi tedesche intrappolate nei fiordi, con munizioni e carburante insufficienti.
La seconda battaglia navale
Tre giorni dopo, il 13 aprile, la Royal Navy tornò con una forza molto più potente. Il viceammiraglio William Whitworth entrò nell’Ofotfjord con la corazzata HMS Warspite e nove cacciatorpediniere.
Far avanzare una grande nave da battaglia nelle acque strette e insidiose di un fiordo rappresentava una scelta rischiosa. La Warspite, tuttavia, disponeva di una potenza di fuoco alla quale i cacciatorpediniere tedeschi non potevano opporsi. Uno dei suoi ricognitori imbarcati individuò inoltre il sommergibile tedesco U-64, che venne attaccato e affondato: fu uno dei primi casi in cui un sommergibile venne distrutto da un aereo decollato da una nave da battaglia. Le unità tedesche superstiti opposero resistenza, ma non avevano carburante e munizioni sufficienti per sostenere a lungo lo scontro. Alcune furono affondate dal fuoco britannico, altre vennero arenate e distrutte dagli stessi equipaggi per impedirne la cattura.

Al termine della giornata, tutti e dieci i cacciatorpediniere tedeschi impiegati nell’operazione contro Narvik erano stati affondati o resi definitivamente inutilizzabili. Si trattava di una perdita gravissima: quelle unità rappresentavano circa la metà dei cacciatorpediniere di cui la Kriegsmarine disponeva all’inizio della campagna norvegese.
La battaglia per Narvik, però, non era ancora finita.
La guerra tra le montagne
I marinai sopravvissuti agli affondamenti vennero incorporati nelle forze di Dietl e impiegati come fanteria. Il comandante tedesco si ritrovò così a difendere Narvik e le montagne circostanti con i suoi Gebirgsjäger, alcune migliaia di marinai e i rinforzi che riuscivano ad arrivare per via aerea o attraverso la Svezia, ufficialmente neutrale.
Contro di lui si schierò una forza composita formata dalla 6ª Divisione norvegese del generale Carl Gustav Fleischer, da reparti britannici, dalla Legione straniera e dai cacciatori alpini francesi, nonché dalla Brigata autonoma dei fucilieri del Podhale, costituita da soldati polacchi riparati in Occidente dopo l’invasione della loro patria.

Il terreno, il clima e la neve resero le operazioni estremamente difficili. Le truppe alleate non erano abituate a combattere insieme e soffrivano per problemi di coordinamento, equipaggiamento e comando. I norvegesi, invece, conoscevano meglio l’ambiente e riuscirono progressivamente a mettere sotto pressione le posizioni tedesche.
Nella notte tra il 12 e il 13 maggio, i reparti della Legione straniera sbarcarono a Bjerkvik sotto la protezione del fuoco navale britannico. Fu il primo assalto anfibio alleato della Seconda guerra mondiale condotto contro una costa difesa. La conquista della località permise di minacciare più direttamente lo schieramento di Dietl.

L’offensiva decisiva arrivò il 28 maggio. Truppe norvegesi, francesi e polacche attaccarono le posizioni tedesche e riconquistarono Narvik. I soldati di Dietl furono costretti a ripiegare verso l’interno, sempre più vicini al confine svedese. Per la prima volta dall’inizio della guerra, una città occupata dai tedeschi era stata liberata da un’azione terrestre alleata. La vittoria sembrava ormai possibile. Ma quanto stava accadendo nel resto d’Europa cambiò completamente il significato della battaglia.
Una vittoria diventata inutile
Per i Il 10 maggio 1940, mentre a Narvik si combatteva ancora, la Germania aveva invaso i Paesi Bassi, il Belgio e la Francia. Le armate tedesche sfondarono attraverso le Ardenne, raggiunsero la Manica e accerchiarono le forze alleate. La situazione sul fronte occidentale divenne così grave che Londra e Parigi decisero di evacuare le truppe dalla Norvegia. La decisione venne mantenuta segreta anche nei confronti di alcuni comandanti norvegesi, per evitare che i tedeschi comprendessero le intenzioni alleate. Prima di abbandonare Narvik furono distrutti gli impianti portuali e le infrastrutture utilizzate per il traffico del minerale di ferro.

Con l’Operazione Alphabet, condotta nei primi giorni di giugno, furono evacuati dalla Norvegia settentrionale circa 24.500 militari alleati. L’8 giugno le ultime navi lasciarono l’area. Quello stesso giorno, durante le operazioni connesse all’evacuazione, gli incrociatori da battaglia tedeschi Scharnhorst e Gneisenau intercettarono e affondarono la portaerei britannica HMS Glorious e i cacciatorpediniere Acasta e Ardent, provocando la morte di oltre 1.500 uomini. Rimasti senza il sostegno degli Alleati e impossibilitati a continuare la guerra, i norvegesi cessarono le ostilità il 10 giugno 1940. Il re Haakon VII e il governo avevano nel frattempo raggiunto la Gran Bretagna, da dove avrebbero continuato la resistenza in esilio. Narvik, conquistata dagli Alleati il 28 maggio, tornò così sotto il controllo tedesco senza che Dietl avesse dovuto riprenderla combattendo.
Le conseguenze
Narvik fu una vittoria militare alleata trasformata dagli eventi in una sconfitta strategica. Sul mare, la Royal Navy aveva distrutto l’intera squadra di cacciatorpediniere inviata contro il porto. Sulla terra, norvegesi, francesi e polacchi avevano riconquistato la città e spinto Dietl verso il confine svedese. L’esito della campagna di Francia rese però impossibile sfruttare quei successi. La Germania ottenne il controllo della Norvegia e poté utilizzare i suoi porti e aeroporti per le operazioni nell’Atlantico settentrionale e, successivamente, contro i convogli diretti verso l’Unione Sovietica. Il traffico del ferro attraverso Narvik venne temporaneamente interrotto dai danni provocati dagli Alleati, ma poté essere progressivamente ripristinato. L’occupazione tedesca della Norvegia sarebbe durata fino alla resa del Reich, nel maggio 1945.

Il successo ebbe comunque un prezzo elevato. Le perdite subite dalla Kriegsmarine durante l’intera campagna norvegese, e in particolare la distruzione dei dieci cacciatorpediniere a Narvik, ridussero sensibilmente le sue capacità operative. Quando Hitler prese in considerazione l’invasione della Gran Bretagna, la flotta tedesca non disponeva più delle forze necessarie per garantire un adeguato sostegno navale.
Anche sul piano politico la campagna ebbe conseguenze profonde. La gestione confusa delle operazioni provocò a Londra il celebre Norway Debate, durante il quale il governo di Neville Chamberlain fu duramente attaccato anche da esponenti del Partito conservatore. Venuta meno una maggioranza politica sufficientemente solida, Chamberlain si dimise e il 10 maggio 1940 Winston Churchill divenne primo ministro.

Non fu dunque la sola battaglia di Narvik a determinare la caduta di Chamberlain, ma il fallimento complessivo della campagna norvegese, del quale Narvik rappresentò il paradosso più evidente.
Tra i fiordi della Norvegia, gli Alleati avevano dimostrato di poter sconfiggere le forze tedesche. Avevano conquistato il porto, distrutto le navi nemiche e costretto Dietl alla ritirata. Ma una battaglia non si combatte mai separatamente dalla guerra alla quale appartiene. Mentre a Narvik arrivava la vittoria, in Francia stava maturando una sconfitta ben più grande. E quella sconfitta trasformò un successo conquistato sul campo in una vittoria abbandonata.
Fonti specifiche
- T. K. Derry, The Campaign in Norway, History of the Second World War, United Kingdom Military Series, HMSO, Londra, 1952.
- S. W. Roskill, The War at Sea 1939–1945. Volume I: The Defensive, HMSO, Londra, 1954. Il volume comprende la ricostruzione ufficiale britannica delle due battaglie navali di Narvik ed è consultabile attraverso la Royal Navy.
- Geirr H. Haarr, The German Invasion of Norway: April 1940, Seaforth Publishing, Barnsley, 2009.
- Geirr H. Haarr, The Battle for Norway: April–June 1940, Seaforth Publishing, Barnsley, 2010.
- Peter Dickens, Narvik: Battles in the Fjords, Naval Institute Press, Annapolis, 1996.
- Earl F. Ziemke, The German Northern Theater of Operations 1940–1945, Department of the Army, Washington, 1959.
- François Kersaudy, Norway 1940, University of Nebraska Press, Lincoln, 1998.
- Royal Navy Historical Branch, Naval Staff War Diary, April 1940, documento operativo coevo consultabile nell’archivio della Royal Navy.
- Hans-Martin Ottmer, Weserübung. Der deutsche Angriff auf Dänemark und Norwegen im April 1940, R. Oldenbourg Verlag, Monaco di Baviera, 1994.


Lascia un commento