“La strage di Vergarolla: il terrore che svuotò Pola”

Il 18 agosto 1946 una giornata di festa si trasformò nella più sanguinosa strage dell’Italia appena diventata Repubblica

Episodio n. 4

L’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola

Una città sospesa tra due Stati

Nell’estate del 1946 Pola era una città sospesa. Formalmente apparteneva ancora all’Italia, ma il suo destino veniva discusso dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Istria era stata occupata dalle forze tedesche e inserita nella Zona d’operazioni del Litorale adriatico. Alla fine della guerra, nel maggio 1945, le truppe partigiane jugoslave guidate da Tito avevano preso il controllo della regione, rivendicandone l’annessione alla nuova Jugoslavia socialista. La presenza contemporanea dell’esercito jugoslavo e delle forze angloamericane aveva però aperto una crisi internazionale. Gli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945 portarono alla definizione della cosiddetta Linea Morgan, una demarcazione esclusivamente militare che divise provvisoriamente la Venezia Giulia in due aree. La Zona A venne affidata all’amministrazione militare alleata, mentre la Zona B rimase sotto il controllo jugoslavo.

La Linea Morgan costituisce un accordo esclusivamente militare, che stabilisce un limite certo tra gli eserciti jugoslavo e alleato, la risoluzione di Parigi del 10 febbraio 1947, pose fine a questa suddivisione geopolitica.

Pola costituiva un’enclave della Zona A all’interno di un’Istria quasi interamente amministrata dalla Jugoslavia. La città era presidiata dalle truppe britanniche, ma intorno a essa aumentavano l’incertezza, la tensione politica e il timore per il futuro. Lungo la costa istriana la presenza italiana era ancora consistente e a Pola rappresentava la netta maggioranza della popolazione urbana. Molti abitanti speravano che la città potesse rimanere all’Italia, appellandosi alla propria identità nazionale e al principio di autodeterminazione. Altri guardavano invece con favore alla Jugoslavia socialista. Le due comunità politiche vivevano ormai contrapposte, mentre a Parigi si preparava una decisione destinata a cambiare per sempre la geografia dell’Adriatico orientale.

La festa della Pietas Julia

Domenica 18 agosto 1946 la società nautica Pietas Julia organizzò sulla spiaggia di Vergarolla le gare natatorie per la Coppa Scarioni. La manifestazione faceva parte di un circuito sportivo italiano ed era stata presentata dal quotidiano L’Arena di Pola anche come un’occasione per riaffermare pubblicamente il legame della città con l’Italia.

Mappa di Pola. La spiaggia di Vergarolla è indicata dalla freccia

Per molte famiglie, tuttavia, quella domenica rappresentava soprattutto un ritorno alla normalità dopo anni di guerra, occupazioni e violenze. Sulla spiaggia si raccolsero centinaia di persone. C’erano atleti, spettatori, bagnanti e moltissimi bambini. Ai margini dell’arenile si trovava un grande quantitativo di materiale bellico recuperato dal mare e accatastato in attesa di essere rimosso.

La sede della “Pietas Julia”

Quegli ordigni erano stati ispezionati più volte ed erano considerati privi di detonatori e quindi incapaci di esplodere autonomamente. Proprio per questo non erano stati isolati né sottoposti a una sorveglianza continua. La loro presenza era diventata quasi parte del paesaggio della spiaggia e non impediva alle persone di avvicinarsi. Poco dopo le due del pomeriggio, mentre la manifestazione era in corso, una prima detonazione fu seguita da un’esplosione spaventosa.

L’esplosione

La deflagrazione investì la spiaggia con una violenza devastante. Corpi, imbarcazioni e strutture furono dilaniati o scagliati a grande distanza. Alcune vittime scomparvero senza lasciare resti identificabili. I soccorritori si trovarono davanti a una scena resa ancora più terribile dalla presenza di intere famiglie e di numerosi bambini. Il numero esatto dei morti non è mai stato stabilito con certezza. Sessantaquattro vittime furono identificate e ricordate per nome, mentre alcune ricostruzioni fanno salire il bilancio complessivo a ottanta, cento o persino più persone. Le condizioni dei resti e la confusione delle prime ore impedirono una conta definitiva. Anche il numero dei feriti varia nelle fonti, ma furono certamente decine e probabilmente più di cento

Le autorità militari britanniche aprirono immediatamente un’inchiesta. Il comandante della 24ª Brigata di fanteria, generale M.D. Erskine, escluse che il materiale potesse essere esploso spontaneamente. Gli ordigni erano stati controllati e dichiarati inerti; inoltre, alcuni testimoni avevano udito una detonazione preliminare e visto del fumo o del fuoco prima dell’esplosione principale. La relazione conclusiva britannica sostenne pertanto che le munizioni fossero state fatte esplodere deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute. L’ipotesi dell’attentato appare dunque assai più solida di quella dell’incidente. Ciò che non fu mai chiarito fu chi avesse materialmente provocato la detonazione e da chi avesse ricevuto l’ordine.

Una strage senza colpevoli

Fin dai primi giorni, nella comunità italiana di Pola si diffuse la convinzione che l’attentato fosse stato organizzato da ambienti filojugoslavi per colpire una manifestazione considerata espressione dell’italianità cittadina. In seguito, i sospetti si concentrarono anche sull’OZNA, il servizio di sicurezza jugoslavo. Il contesto rende questa interpretazione plausibile. La manifestazione della Pietas Julia aveva un evidente significato politico e, nei mesi precedenti, la città era stata attraversata da intimidazioni, attentati e scontri tra sostenitori delle diverse appartenenze nazionali. Un’azione terroristica contro la popolazione italiana avrebbe potuto indebolirne la resistenza e accrescere la paura.

La prima pagina de “L’Arena di Pola” del 4 luglio 1946, col titolo “O l’Italia o l’esilio”.

Tuttavia, nessuna indagine riuscì a identificare gli esecutori o a documentare una catena di comando che conducesse direttamente alle autorità jugoslave. Anche i documenti emersi successivamente dagli archivi britannici e dell’intelligence occidentale hanno rafforzato il quadro dei sospetti, ma non hanno prodotto una prova conclusiva sull’identità dei responsabili. La disumanità della strage rimane comunque evidente: qualcuno trasformò consapevolmente materiale bellico inerte in un’arma destinata a esplodere nel mezzo di una spiaggia gremita di civili.

Geppino Micheletti, il medico che rimase al suo posto

Nel caos di quelle ore emerse la figura del chirurgo Geppino Micheletti.

Micheletti si trovava nell’ospedale Santorio Santorio di Pola quando cominciarono ad arrivare i feriti. Ben presto apprese che sulla spiaggia erano morti i suoi figli Carlo e Renzo, di nove e sei anni. Nella strage perse anche altri familiari. Nonostante il dolore, continuò a operare. Per molte ore, secondo diverse testimonianze fino al giorno successivo, rimase in sala operatoria occupandosi dei feriti più gravi. Non abbandonò il proprio posto neppure quando gli venne comunicata la morte dei bambini.

Il 20 agosto si celebrarono i funerali delle vittime. Pola accompagnò le bare in un’atmosfera nella quale al lutto si univano la rabbia, la paura e la sensazione che nessuno avrebbe restituito giustizia ai morti. Il Consiglio comunale conferì a Micheletti una medaglia di benemerenza pochi giorni dopo la strage. Nel 1947 lo Stato italiano gli assegnò la medaglia d’argento al valor civile. Nel 2017, molti anni dopo la sua morte, gli venne conferita alla memoria anche la medaglia d’oro al merito della sanità pubblica.

La sua condotta rappresenta il contrappunto umano alla violenza di Vergarolla: mentre qualcuno aveva scelto di colpire persone indifese, un uomo privato dei propri figli continuava a salvare quelli degli altri.

L’esodo da Pola

Vergarolla ebbe un effetto profondo sulla popolazione. L’esplosione dimostrò che neppure una spiaggia amministrata dagli Alleati poteva essere considerata sicura. Per molti polesani italiani divenne il simbolo di un futuro nel quale non si sentivano più protetti. Sarebbe però eccessivo sostenere che la strage, da sola, provocò immediatamente l’esodo. Il grande abbandono della città maturò soprattutto nei mesi successivi, quando divenne evidente che le potenze vincitrici intendevano assegnare Pola e gran parte dell’Istria alla Jugoslavia. La decisione venne formalizzata con il Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Tra la fine del 1946 e la primavera del 1947, circa 28.000 dei poco più di 30.000 abitanti della città scelsero di partire. Il piroscafo Toscana effettuò numerosi viaggi per trasportare persone, masserizie e memorie verso l’Italia.

Il piroscafo Toscana che nel 1947 imbarca i profughi a Pola

Non partirono soltanto funzionari, proprietari o persone compromesse con il fascismo, come per lungo tempo sostenne una lettura riduttiva dell’esodo. Abbandonarono Pola operai, artigiani, pescatori, impiegati e intere famiglie. Le ragioni furono diverse: il timore della repressione, il rifiuto del sistema jugoslavo, la difesa dell’identità italiana, l’incertezza economica e la paura di nuove violenze. Vergarolla non fu dunque l’unica causa dell’esodo, ma ne costituì uno dei traumi decisivi. Dopo quella domenica, la speranza di poter continuare a vivere serenamente nella propria città risultò, per molti, definitivamente compromessa.

La memoria e il silenzio

Per decenni la strage rimase ai margini della memoria nazionale italiana. La Guerra fredda, la rottura tra Tito e Stalin e il successivo interesse occidentale a mantenere buoni rapporti con la Jugoslavia contribuirono a rendere politicamente scomoda la questione del confine orientale. Anche la mancanza di colpevoli e l’uso ideologico delle vicende istriane impedirono una ricostruzione condivisa. Vergarolla sopravvisse soprattutto nella memoria degli esuli e dei familiari delle vittime, mentre nel resto d’Italia rimase quasi sconosciuta.

Trieste: Monumento del 2011 alle vittime di Vergarolla posto accanto alla Cattedrale di San Giusto

Negli ultimi decenni, l’apertura degli archivi, le ricerche storiche e le commemorazioni congiunte hanno restituito maggiore visibilità alla tragedia. Nel 2017 rappresentanti dei governi italiano e croato deposero insieme una corona davanti al cippo di Pola: un gesto significativo, perché riconoscere le vittime non significa trasformare la storia in un’arma contro un altro popolo.

Cippo a fianco della Cattedrale dell’Assunzione di Maria Vergine a Pola; a fianco la foto del dottor Geppino Michieletti

Vergarolla può essere considerata contemporaneamente l’ultimo grande eccidio della lunga stagione di violenza che sconvolse l’Adriatico orientale durante la guerra e la prima strage dell’Italia repubblicana. Pola, il 18 agosto 1946, era infatti ancora territorio italiano. Rimane una strage senza colpevoli giudiziari, ma non priva di significato. Quel giorno qualcuno scelse di servirsi della paura e della morte dei civili per intervenire nella lotta politica e nazionale. Di fronte a quella disumanità, la figura di Geppino Micheletti ricorda che persino nel momento più oscuro resta possibile compiere una scelta opposta: non aggiungere altro dolore, ma salvare quanto ancora può essere salvato.

Fonti specifiche

  • Gaetano Dato, Vergarolla, 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e Guerra Fredda, LEG Edizioni, Gorizia, 2014.
  • Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano, 2005.
  • Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, Laterza, Roma-Bari, 2021.
  • Raoul Pupo, “Stagione delle fiamme e stagione delle stragi: una considerazione di lungo periodo”, in Dall’Impero austro-ungarico alle foibe, 2021. Testo consultabile.
  • Paolo Radivo, La strage di Vergarolla (18 agosto 1946) secondo i giornali giuliani dell’epoca e le acquisizioni successive, Libero Comune di Pola in Esilio – L’Arena di Pola, Trieste, 2015.
  • Guido Miglia, Dentro l’Istria. Diario 1945-1947, Trieste, 1973.
  • Gianni Oliva, Esuli. Dalle foibe ai campi profughi: la tragedia degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, Mondadori, Milano, 2011.
  • Franco Stener, “Vergarolla 1946: una strage preannunciata”, in Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, 2022. Articolo accademico.
  • Relazioni della Corte militare d’inchiesta britannica sulla detonazione di Vergarolla, 1946-1947, documentazione analizzata e riprodotta in Gaetano Dato, Vergarolla, 18 agosto 1946.


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