“La storia della vite e l’Enodotto di Sibari”

Episodio n. 8

Mosaico armeno a Gerusalemme raffigurante tralci di vite

Secondo diverse fonti la Vitis Vitifera, la specie di vite con cui si fa la maggior parte del vino moderno, si sia sviluppata intorno al 7500 a.C. nella regione transcaucasica che oggi corrisponde all’Armenia e alla Georgia. Da allora fino all’era classica, la cultura della vite si diffuse in quasi tutti i paesi del mediterraneo e giunse fino al medio oriente. Si pensa che Muscat e Syrah siano i vitigni più antichi del mondo, come indica la stessa etimologia dei loro nomi. I reperti archeologici fanno risalire i primi esperimenti di vinificazione nel periodo neolitico, in Turchia e Giordania infatti sono stati rinvenuti enormi depositi di vinaccioli che suggeriscono che le uve venissero spremute. A parte le leggende, sicuramente gli Ebrei dell’Antico Testamento, consideravano la vite uno dei beni più preziosi dell’uomo. Nella Genesi (9,20-27), la Bibbia attribuendo la scoperta del processo di lavorazione del vino a Noè, discendente di Adamo ed Eva da solo 10 generazioni, descrive come, successivamente al Diluvio Universale, Noè avesse piantato una vigna per poi produrre del vino che bevve fino ad ubriacarsi.

Noè ubriaco e denudato, opera di Simone Brentana (1656-1742)

Le prime attestazioni dell’attività vinicola sono degli antichi Egizi e giungono a noi in un affresco tombale conservato a Tebe, che riproduce in dettaglio ogni fase del processo di vinificazione, della vendemmia, delle uve sino al trasporto sulle imbarcazioni lungo il Nilo. I vini erano in gran parte rossi, dato che le uve raffigurate sono solo uve nere tipiche dei climi temperati. Il vino veniva conservato in anfore dal collo stretto, solitamente a due manici, chiuse da un tappo d’argilla. Chi faceva vino apponeva anche un sigillo con l’anno della vendemmia; prima prova di una rudimentale pratica di invecchiamento. Infatti, alcuni geroglifici egiziani risalenti al 2500 a.C. descrivono già vari tipi di vino. Nell’antico Egitto, quindi, la pratica della vinificazione era talmente consolidata che nel corredo funebre di Tutankamon (1339 a.C.) erano incluse delle anfore contenenti vino con riportata la zona di provenienza, l’annata e il produttore; qualcuna conteneva del vino invecchiato da parecchi anni. 

Viticoltura e vinificazione nell’Antico Egitto (1.500 a.C. circa)

Con l’emergere di altre civiltà, la viticoltura e la vinificazione si affermarono più a nord, lungo le coste del Mediterraneo. Creta e Micene dominarono il mondo culturale ed entrambe erano civiltà commerciali che riconobbero il grande valore del vino. I Greci dedicarono al vino una divinità: Dionisio, Dio della convivialità. Nel mondo greco il vino era ritenuto un dono degli dei e tutti i miti sono concordi nell’attribuire a Dioniso, il più giovane figlio immortale di Zeus, l’introduzione della coltura della vite tra gli uomini, tanto che Dioniso, il dio del vino, fu oggetto di culto non solo presso i Greci, ma anche in Etruria, dove era identificato con la divinità agreste Fufluns, e quindi nel mondo romano, dove era conosciuto come Bacco e ricollegato a Liber, antica divinità latina della fertilità. Gradualmente, lungo il corso dei secoli, migrarono verso l’Italia, che chiamarono Enotria, la terra della vite, poiché qui le viti prosperavano.

Il vino, infatti, era già comparso in Sicilia intorno al 2000 anni a.C. ad opera inizialmente dei Fenici che portarono nuove qualità di Vitis Vinifera e nuove tecnologie di coltivazione. In tutto il territorio, poi colonizzato dai Greci, vi fu una vera e propria fioritura della civiltà del vino: in Calabria, vicino a Sibari, venne costruito un vero e proprio enodotto, cioè un condotto di argilla che convogliava il vino dalle zone interne di produzione alla zona portuale dove veniva raccolto in anfore e quindi imbarcato.

Presso gli antichi Romani la vinificazione assunse notevole importanza solo dopo la conquista della Grecia. L’iniziale distacco si tramutò in grande amore a tal punto da inserire Bacco nel novero degli Dei e da farsi promotori della diffusione della viticoltura in tutte le province dell’impero. Dal canto suo il vino ha contribuito alla nascita dell’impero romano: i Romani infatti erano a conoscenza delle proprietà battericida del vino e come consuetudine lo portavano nelle loro campagne come bevanda dei legionari. Plutarco racconta che Cesare distribuì vino ai suoi soldati per debellare una malattia che stava decimando l’esercito. 

Iniziazione bacchica in un affresco nella Villa dei misteri a Pompei antica

Con la caduta dell’Impero Romano, il disastro politico e le incursioni barbariche, la cultura viticola fu abbandonata. Le campagne devastate e saccheggiate venivano abbandonate dai contadini che cercavano sicurezza presso chi poteva proteggerli. Chi seppe riempire questo vuoto di potere fu la Chiesa Cristiana che offrì proprio sicurezza e protezione soprattutto attraverso i monasteri, piccole oasi di pace, protetti da alte mura di cinta, in cui si coltivavano ortaggi, ma anche la vite. Nei Vangeli il vino è elemento presente ed essenziale, dalle “Nozze di Cana” fino all’episodio dell’ultima cena

Viticoltura monastica

Alcune fonti sostengono che la nascita del Cristianesimo e il conseguente declino dell’Impero Romano, segna l’inizio di un periodo buio per il vino, accusato di portare ebbrezza e piacere effimero. A ciò si aggiunse la diffusione dell’Islamismo nel Mediterraneo tra l’800 e il 1400 d.C. con la messa al bando della viticoltura in tutti i territori occupati. Per contro furono proprio i monaci di quel periodo, assieme alle comunità ebraiche, a continuare, quasi in maniera clandestina la viticoltura e la pratica della vinificazione per produrre i vini da usare nei riti religiosi. I Benedettini, diffusi in tutta Europa, erano famosi per il loro vino e per il consumo non proprio moderato che ne facevano. L’Ordine dei Cistercensi, diede ulteriore impulso al tentativo di produrre vini di alta qualità specialmente in Borgogna, obiettivo alimentato anche dalla forte competizione tra le Abbazie. Bordeaux invece, non era dominata dal potere ecclesiastico ma da interessi commerciali con l’Inghilterra, sempre più interessata al suo claret o chiaretto.

Monaci cistercensi al lavoro nei campi (dalle scene della vita di san Bernardo)

Il 1500 fu un secolo significativo per la viticoltura: le idee e le conoscenze cominciarono a circolare con maggior facilità e sempre più zone vennero sottratte ai boschi per essere coltivate a vite. Fu nel 1600 che in Inghilterra, Re Giacomo I proibì che le vetrerie utilizzassero legno da ardere (tutela del legno boschivo che serviva per il mantenimento della flotta), i vetrai allora, impiegarono il carbone e il vetro acquistò una notevole consistenza. Così, nel XIX secolo, dopo una lunga storia, si affermò il connubio “vino-bottiglia” preceduto solo dall’esempio dello Champagne Francese.

Dom Perignon

Non esisteva il tappo perfetto come quello di sughero, ma piccoli legni avvolti da stracci imbevuti nell’olio o legati da una colata di cera ed erano le sole chiusure di cui disponevano.  Ai primi del ‘700, autorizzata la vendita dello Champagne, si aprì la conoscenza dell’introduzione forzata del tappo nel collo della bottiglia. Nella Champagne si cominciò a parlare di un monaco benedettino, Dom Perignon, famoso per il suo perfezionismo quasi maniacale e per il suo straordinario vino. Molti non sanno che l’obiettivo di Dom Perignon era quello di ottenere un vino perfettamente fermo, ma i suoi sforzi erano frustrati da un clima e da un terreno che facevano inesorabilmente rifermentare il vino nelle bottiglie rendendolo spumeggiante.

Gli ultimi secoli della nostra era sono stati testimoni di uno sviluppo straordinario delle tecniche vitivinicole. L’arrivo della cioccolata dall’America, del tè dalla Cina, del caffè dall’Arabia e la diffusione di birra e distillati nel XVII secolo, rese la vita difficile al vino, che perse il primato di unica bevanda sicura e conservabile. Questo ha spinto i produttori a cercare la migliore qualità per competere con i nuovi arrivati. L’evoluzione tecnologica nella lavorazione del vetro rese più facile la realizzazione di bottiglie adatte e la scoperta del sughero rese possibile condizioni di conservazione ideali.

Il XIX secolo ha vissuto la massima euforia vitivinicola. L’economia nazionale di molti paesi si basava sulla produzione di vino. Prima della fine del secolo, ci fù il grande flagello della filossera, un parassita che colpisce le radici della vite europea. Quasi tutti i vigneti d’Europa andarono distrutti o furono gravemente danneggiati. La soluzione , non certo indolore, fu quella di ripartire da zero innestando la vite europea sulla radice americana immune alla filossera.

Oggi il clima sta cambiando e il vino, così come in generale l’agricoltura, soffre situazioni ambientali estreme. Ma il vino resta sempre e comunque un mondo affascinante ed io personalmente ho il sogno di farne parte attraverso la realizzazione della mia cantina “Fiore di Maggio”, un angolo di paradiso nel cuore della Doc Sannio.

Fonti specifiche

  • McGovern, P. E., Ancient Wine: The Search for the Origins of Viniculture, Princeton University Press, 2003.
  • Tchernia, A., Le vin de l’Italie romaine: Essai d’histoire économique d’après les amphores, École Française de Rome, 1986.
  • Plutarco, Vite parallele.
  • Soprintendenza Archeologica della Calabria: studi sull’Enodotto di Sibari.
  • Hugh Johnson, The Story of Wine, Mitchell Beazley, 1989.



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