Igiene, profumi e falsi miti alla corte di Luigi XIV
Episodio n. 9

Introduzione
Oggi associamo la pulizia del corpo all’acqua corrente, al sapone e al bagno quotidiano. Ci sembra talmente naturale che risulta difficile immaginare un’epoca nella quale lavarsi completamente potesse essere considerato inutile o perfino rischioso. Eppure, nella Francia di Luigi XIV, la cura della persona non era affatto assente: rispondeva semplicemente a idee mediche e consuetudini molto diverse dalle nostre.

La corte di Versailles è diventata il simbolo di questa distanza. Da secoli circolano racconti su nobili soffocati dai profumi, cortigiani intenti a espletare i propri bisogni dietro le tende e un sovrano che avrebbe fatto soltanto due o tre bagni in tutta la vita. Alcuni di questi aneddoti conservano un frammento di verità; altri sono esagerazioni o leggende nate in epoche successive. Per comprendere davvero l’igiene ai tempi del Re Sole, bisogna allora liberarsi sia della caricatura di una corte completamente sudicia sia dell’idea moderna secondo cui esisterebbe un solo modo possibile di essere puliti.
Dal culto dell’acqua alla paura del bagno
Nelle civiltà greca e romana, il bagno aveva avuto un ruolo centrale nella vita quotidiana. I Greci associavano la salute alla figura di Igea, figlia di Asclepio, mentre i Romani costruirono acquedotti e complessi termali che erano luoghi di pulizia, esercizio, incontro e socialità. L’accesso all’acqua, naturalmente, variava a seconda delle città, delle epoche e delle condizioni sociali, ma il bagno faceva parte della cultura del mondo antico.

La fine dell’Impero romano d’Occidente non cancellò improvvisamente queste abitudini. Nel Medioevo europeo le persone continuarono a lavarsi e, soprattutto nei centri urbani, sopravvissero o ricomparvero bagni pubblici, spesso chiamati stufe. A partire dal XII secolo la loro diffusione fu favorita anche dai contatti con il mondo bizantino e islamico. Erano luoghi nei quali ci si immergeva nell’acqua calda, si mangiava, si conversava e talvolta si praticavano attività che alimentarono la diffidenza delle autorità religiose e civili.

Il vero cambiamento maturò progressivamente tra il tardo Medioevo e l’età moderna. Le grandi epidemie, la paura del contagio e una medicina ancora fondata sulla teoria degli umori indussero molti medici a guardare con sospetto soprattutto al bagno caldo e prolungato. Si riteneva che il calore dilatasse i pori e rendesse il corpo più vulnerabile all’aria corrotta, considerata uno dei principali veicoli delle malattie. Anche la diffusione della sifilide e la cattiva reputazione di molte stufe contribuirono alla chiusura o al declino dei bagni pubblici.
Non si smise quindi di curare il corpo; cambiò il significato attribuito alla pulizia. Tra Cinquecento e Seicento si affermò quella che gli storici hanno definito “toilette asciutta”: il bagno completo divenne meno frequente, mentre acquistarono importanza il cambio della biancheria, la pulizia delle parti visibili con panni umidi, la pettinatura, le ciprie e le sostanze profumate. Una camicia candida, sostituita spesso da chi poteva permetterselo, non era soltanto un segno di ricchezza. Si credeva che il lino assorbisse il sudore e le impurità del corpo, svolgendo una funzione che oggi affidiamo soprattutto all’acqua e al sapone.

Tra il XVI e il XVII secolo nacque un modo di intendere la pulizia che prescindeva quasi totalmente dall’uso dell’acqua. Come scrisse Louis Savot nel 1624: «L’uso della biancheria ci permette oggi di tenere pulito il nostro corpo più comodamente di quanto facessero gli antichi con i bagni». Non si trattava, dunque, di una rinuncia consapevole all’igiene, ma di un diverso sistema di pulizia, costruito su conoscenze mediche errate e su un’idea della pelle molto lontana dalla nostra.
Essere puliti alla corte del Re Sole
Luigi XIV nacque nel 1638 e regnò per settantadue anni, dal 1643 al 1715. La sua giornata era regolata da una rigida cerimonia pubblica: il risveglio, la vestizione, i pasti e il riposo del sovrano erano momenti politici, ai quali i cortigiani potevano essere ammessi secondo il proprio rango. Anche la cura del corpo rientrava in questo rituale. Il re veniva lavato nelle parti esposte, asciugato e profumato; cambiava la camicia di lino e dedicava grande attenzione alle mani, al volto, ai capelli e all’abbigliamento. Il bagno per immersione non apparteneva alla quotidianità e poteva essere praticato anche per ragioni terapeutiche, secondo le indicazioni dei medici. Da qui nasce la leggenda secondo cui Luigi XIV si sarebbe immerso nell’acqua una sola volta, o appena due o tre volte, durante tutta la vita. Le fonti non consentono di sostenere un numero tanto preciso. Sappiamo invece che il sovrano disponeva di ambienti destinati al bagno e che a Versailles fece realizzare un sontuoso appartamento con vasche di marmo. Il bagno completo era raro rispetto alle nostre abitudini, ma non inesistente.

Lo stesso vale per la reggia. Dire che Versailles fosse un palazzo “senza bagni” è fuorviante. Vi erano vasche, latrine, sedie comode e vasi da notte; mancava, naturalmente, un sistema di servizi igienici paragonabile a quello moderno. Le sedie comode, dette anche chaises percées, nascondevano un recipiente sotto la seduta e potevano essere spostate nelle stanze. Esistevano inoltre addetti incaricati di svuotare i contenitori e luoghi di servizio destinati alle necessità corporali. Tutto questo non significa che Versailles fosse pulita secondo i nostri criteri. Il palazzo ospitava la famiglia reale, i cortigiani, i funzionari, le guardie, la servitù e un flusso continuo di visitatori. In un complesso tanto vasto e affollato, privo di fognature moderne, lo smaltimento dei rifiuti era difficile e gli odori potevano diventare intensi. Sono documentati comportamenti incivili e usi impropri di corridoi, cortili e giardini, ma trasformarli nella regola assoluta o immaginare migliaia di persone costantemente accovacciate dietro le tende significa sostituire la storia con la caricatura.
Profumi, ciprie e apparenza
In questo mondo la pulizia era anche una rappresentazione sociale. La pelle visibile, la biancheria candida, l’abito impeccabile e il profumo comunicavano rango, disciplina e rispetto delle buone maniere. I nobili disponevano di molte camicie e potevano sostituirle più volte, mentre per i ceti popolari era più difficile la cura quotidiana del corpo.

I profumi non nacquero a Versailles e non servivano esclusivamente a coprire la sporcizia. La tradizione profumiera europea aveva radici più antiche, ma nel Seicento la corte francese contribuì in modo decisivo alla crescita di questo settore. Essenze, acque odorose, guanti profumati, ventagli, sacchetti aromatici e ciprie entrarono nel linguaggio della distinzione aristocratica. Il profumo mascherava certamente gli odori, ma aveva anche funzioni estetiche, sociali e perfino mediche: si riteneva che gli aromi gradevoli potessero proteggere dall’aria malsana e dai miasmi.

La ricerca dell’eleganza conviveva, però, con problemi molto concreti. Abiti elaborati, parrucche e tessuti difficili da lavare favorivano polvere e parassiti; pulci e pidocchi non risparmiavano né i poveri né i palazzi. Pettini fitti, cambi di biancheria e pratiche di spidocchiamento facevano parte della vita quotidiana. La celebre Donna che si spulcia di Georges de La Tour, dipinta nella prima metà del Seicento, restituisce con forza una dimensione domestica che i grandi ritratti ufficiali tendevano a nascondere.
Le leggende che profumano di falso
Proprio perché il tema suscita stupore, intorno all’igiene del passato sono nate spiegazioni tanto memorabili quanto infondate. Si racconta, per esempio, che le persone facessero il loro unico bagno annuale a maggio e che per questo i matrimoni si celebrassero in giugno; il bouquet della sposa sarebbe servito a coprire il cattivo odore. Non esistono prove storiche solide che colleghino in questo modo il calendario matrimoniale e il mazzo di fiori alla frequenza dei bagni.

È altrettanto fantasiosa la storia della famiglia che si lavava nella stessa acqua secondo una rigida gerarchia, prima il padre, poi gli uomini, le donne e infine i bambini, dalla quale sarebbe nato il proverbio inglese don’t throw the baby out with the bathwater, “non gettare il bambino con l’acqua sporca”. L’espressione indica la necessità di non eliminare ciò che è prezioso insieme a ciò che si vuole scartare, ma la scena del neonato perduto nell’acqua torbida è una spiegazione popolare costruita a posteriori, non un’origine documentata.

Queste leggende funzionano perché confermano una convinzione rassicurante: noi saremmo puliti e razionali, mentre chi ci ha preceduto sarebbe stato sporco e ignorante. La realtà è più interessante. Gli uomini e le donne del Seicento cercavano la pulizia, ma la definivano attraverso le conoscenze, le paure, le possibilità materiali e le regole sociali del proprio tempo.
Dalla buona apparenza alla salute pubblica
Il ritorno dell’acqua nella cura quotidiana fu graduale. Nel Settecento il bagno acquistò nuovo favore tra le élite e si diffusero ambienti appositamente attrezzati. Tra XVIII e XIX secolo, lo sviluppo della chimica, della medicina, dell’ingegneria urbana e delle politiche di sanità pubblica modificò profondamente il rapporto fra pulizia e salute. Acquedotti, fognature e approvvigionamento idrico divennero sempre più questioni collettive, anche se la trasformazione fu lenta e diseguale.

La svolta decisiva arrivò nell’Ottocento, quando le ricerche sul contagio e sui microrganismi fornirono basi scientifiche alle pratiche igieniche. La pulizia non fu più soltanto decoro, profumo o rispetto delle convenzioni sociali: diventò uno strumento di prevenzione. Anche allora, però, l’accesso all’acqua corrente e ai servizi sanitari rimase a lungo un privilegio e raggiunse ampie fasce della popolazione europea soltanto molto più tardi.

Versailles resta dunque un potente simbolo, ma non per le ragioni suggerite dalle leggende. Dietro gli specchi, le sete e le essenze della corte del Re Sole non si nasconde semplicemente un mondo che rifiutava di lavarsi. Si nasconde una diversa idea di pulizia: visibile nella camicia bianca, affidata alla biancheria e al profumo, limitata da infrastrutture insufficienti e condizionata dalla paura dell’acqua. Comprenderla non significa giudicarla con indulgenza, ma riconoscere che anche i gesti più quotidiani hanno una storia. Persino lavarsi, in fondo, è un uso e un costume.
Fonti specifiche
- Georges Vigarello, Le propre et le sale. L’hygiène du corps depuis le Moyen Âge, Seuil, Parigi, 1985; edizione italiana: Lo sporco e il pulito. L’igiene del corpo dal Medioevo a oggi, Marsilio.
- Mathieu da Vinha, Le Versailles de Louis XIV. Le fonctionnement d’une résidence royale au XVIIe siècle, Perrin, Parigi, 2009.
- Mathieu da Vinha, La vie quotidienne à la cour de Versailles aux XVIIe et XVIIIe siècles, Hachette Littératures, Parigi, 2005.
- Norbert Elias, La civiltà delle buone maniere, il Mulino, Bologna.
- Louis Savot, L’architecture françoise des bastimens particuliers, Parigi, 1624.
- Château de Versailles, “L’hygiène à Versailles”, dossier storico e didattico sulla vita quotidiana nella reggia.
- Fondazione AIRC, “L’igiene attraverso i secoli”, approfondimento di storia della medicina, 2024.


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