“Bari 1943: la Pearl Harbor del Mediterraneo”

Il raid tedesco che devastò il porto alleato e trasformò un carico segreto di iprite in una catastrofe nella catastrofe.

Episodio n. 10

Il porto di Bari visto da una postazione antiaerea dopo l’attacco

Un porto decisivo nella guerra d’Italia

Quando, l’8 settembre 1943, venne annunciato l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, l’Italia si trovò improvvisamente spezzata in due. Il Regno d’Italia abbandonò l’alleanza con la Germania e, il 13 ottobre, dichiarò guerra al suo ex alleato; nel frattempo le truppe tedesche occupavano gran parte della penisola e Mussolini, liberato dalla prigionia, dava vita nel Nord alla Repubblica Sociale Italiana. Per gli Alleati iniziava così una lunga e difficile risalita della penisola. In questo nuovo scenario Bari assunse rapidamente un’importanza strategica enorme.

Il generale italiano Castellano stringe la mano al generale statunitense Eisenhower dopo la firma dell’armistizio.

Le truppe britanniche erano entrate nella città l’11 settembre senza incontrare una significativa resistenza e il suo grande porto sull’Adriatico era diventato uno dei principali nodi logistici dello schieramento alleato in Italia. Da lì transitavano munizioni, carburante, mezzi e rifornimenti destinati soprattutto all’8ª Armata britannica, mentre poco più a nord, nell’area di Foggia, gli Alleati stavano sviluppando una vasta rete di aeroporti destinata alla nuova Fifteenth Air Force statunitense. Alla fine di novembre il porto lavorava praticamente senza sosta. Le banchine erano congestionate, le navi attendevano per giorni il proprio turno per scaricare e la necessità di far arrivare rapidamente i rifornimenti al fronte aveva finito per prevalere sulle precauzioni.

Bari sembrava lontana dalla guerra aerea. Fu un errore.

A Roma di festeggia la caduta di Mussolini e la formazione del governo Badoglio

La notte del 2 dicembre

La mattina del 2 dicembre 1943 una ricognizione tedesca individuò nel porto una concentrazione eccezionale di naviglio alleato. Per la Luftwaffe si presentava un’occasione difficilmente ripetibile. Quella sera, poco dopo le 19:20, più di cento bombardieri Junkers Ju 88 tedeschi raggiunsero Bari. Trovarono un porto illuminato e affollato. L’attacco colse quasi completamente di sorpresa le difese alleate. I tedeschi utilizzarono anche strisce metalliche disperse nell’aria per disturbare i radar e in pochi minuti iniziarono a cadere bombe esplosive e incendiarie.

Uno Junkers Ju 88, il bombardiere impiegato dalla Luftwaffe durante il raid su Bari

Il cielo sopra Bari diventò rosso. Una delle navi cariche di munizioni esplose con una violenza tale da mandare in frantumi vetri a chilometri di distanza. Una conduttura di carburante venne spezzata; benzina e petrolio cominciarono a riversarsi nel bacino portuale e presero fuoco. Navi che erano sopravvissute alle bombe si trovarono improvvisamente circondate dalle fiamme. Il raid durò appena una ventina di minuti. Fu sufficiente.

Le fonti non concordano perfettamente sul numero delle navi perdute, alcune ne indicano sedici, altre diciassette, ma il risultato militare fu devastante: numerosi mercantili vennero distrutti, altri gravemente danneggiati e decine di migliaia di tonnellate di materiale andarono perdute. Per settimane la capacità operativa del porto risultò fortemente compromessa.

Non dai tempi dell’attacco giapponese a Pearl Harbor gli Alleati avevano subito in un’unica incursione una perdita di naviglio di quelle proporzioni. Proprio da questo confronto sarebbe nato il soprannome destinato ad accompagnare per decenni la tragedia di Bari: la “Pearl Harbor del Mediterraneo”. Ma quella notte stava accadendo qualcosa di ancora più grave e quasi nessuno lo sapeva.

Il segreto della John Harvey

Tra le navi in attesa nel porto si trovava la SS John Harvey, un mercantile americano di tipo Liberty. Era arrivata a Bari il 28 novembre e non aveva ancora potuto scaricare il proprio carico perché le banchine erano congestionate. Una parte di quel carico era però diversa da tutte le altre.

Nelle stive erano custodite circa 2.000 bombe contenenti iprite, il famigerato gas mostarda utilizzato durante la Prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti le avevano inviate nel Mediterraneo come riserva da impiegare esclusivamente in rappresaglia qualora la Germania avesse fatto ricorso per prima alle armi chimiche. Era un segreto militare di altissimo livello, talmente segreto che pochissime persone nel porto conoscevano la vera natura del carico.

Immagine del molo devastato

E proprio questa segretezza si sarebbe trasformata in una condanna. Durante il bombardamento la John Harvey prese fuoco. Secondo la ricostruzione del Dipartimento della Difesa statunitense non fu necessariamente una bomba a colpirla direttamente: detriti incandescenti provenienti dalle esplosioni circostanti appiccarono l’incendio finché la nave saltò in aria. L’intero equipaggio morì nell’esplosione. Le bombe all’iprite vennero squarciate e il liquido tossico si riversò nelle acque del porto mescolandosi al petrolio e al carburante fuoriusciti dalle altre navi. Una parte evaporò tra il fumo e le fiamme; una parte rimase invece disciolta nella massa oleosa che galleggiava sull’acqua. Decine di marinai si erano gettati in mare per sfuggire agli incendi, ma quando vennero recuperati erano completamente ricoperti di quella sostanza scura. Nessuno immaginava che insieme al petrolio avessero sulla pelle anche l’iprite.

Il nemico invisibile

Gli ospedali di Bari vennero rapidamente travolti dall’arrivo dei feriti. C’erano uomini ustionati, colpiti dalle schegge o investiti dalle esplosioni. Accanto a loro arrivavano marinai apparentemente in condizioni meno gravi: erano bagnati, sporchi di petrolio e infreddoliti, ma non presentavano ferite evidenti. Proprio loro vennero spesso considerati i casi meno urgenti, infatti alcuni rimasero per ore con gli abiti contaminati addosso. Altri vennero semplicemente avvolti nelle coperte senza essere lavati.

Poche ore dopo cominciarono i primi sintomi. Bruciore agli occhi. Vesciche sulla pelle. Irritazioni delle vie respiratorie. In alcuni casi cecità temporanea. Poi le condizioni di diversi pazienti iniziarono improvvisamente a precipitare. Qualcosa non tornava. Il tenente colonnello americano Stewart F. Alexander, medico esperto di guerra chimica, venne inviato a Bari per indagare. Analizzando i sintomi e gli elementi raccolti riuscì a confermare ciò che fino a quel momento era stato soltanto un sospetto: quegli uomini erano stati esposti all’iprite.

Una relazione del Dipartimento della Difesa statunitense registra 628 casi di esposizione all’iprite tra militari e marinai mercantili, con 69 morti nelle prime due settimane. Le cifre complessive dell’attacco, soprattutto per quanto riguarda la popolazione civile, sono molto più difficili da determinare: le stime oscillano considerevolmente e la segretezza imposta alla vicenda contribuì a rendere impossibile un conteggio preciso degli esposti.

Il prezzo della segretezza

Il carico della John Harvey non avrebbe dovuto diventare di dominio pubblico. Gli Alleati temevano che la scoperta della presenza di armi chimiche in un porto italiano potesse offrire alla propaganda tedesca un’arma straordinaria e, soprattutto, volevano evitare che Berlino interpretasse quella presenza come la preparazione di un attacco chimico.

Per questo sulla vicenda calò rapidamente il silenzio. Il governo britannico, e in particolare Winston Churchill, fu estremamente contrario alla diffusione di informazioni sul ruolo dell’iprite nella tragedia. Anche i rapporti sanitari vennero sottoposti a forti restrizioni. Era una decisione comprensibile dal punto di vista della strategia militare, ma aveva un prezzo: se medici, infermieri e soccorritori avessero saputo immediatamente che nelle acque del porto era presente iprite, molti uomini sarebbero stati spogliati, lavati e decontaminati nelle prime ore successive all’esposizione.

Il Generale Dwight David Eisenhower insieme al primo ministro inglese Winston Churcill

Era proprio quello che non avvenne. Una successiva analisi della vicenda concluse che una parte significativa delle morti avrebbe probabilmente potuto essere evitata attraverso semplici e tempestive procedure di decontaminazione. La necessità di proteggere un segreto militare aveva così contribuito ad aggravare gli effetti della stessa arma che si voleva tenere nascosta.

È forse questo il paradosso più inquietante della notte di Bari.

Le conseguenze di una notte

L’attacco del 2 dicembre 1943 rappresentò uno dei maggiori successi della Luftwaffe contro la logistica alleata durante la campagna d’Italia.

Ma il significato storico dell’episodio va ben oltre il numero delle navi affondate. Bari mostrò quanto potesse essere fragile una macchina militare apparentemente invulnerabile: un porto sovraffollato, illuminato per accelerare le operazioni di scarico e considerato relativamente al sicuro diventò in pochi minuti un gigantesco incendio. Ma mostrò anche un’altra cosa: in guerra, una decisione presa per ridurre un rischio può crearne involontariamente un altro. Gli Alleati avevano trasportato l’iprite nel Mediterraneo per scoraggiare Hitler dall’utilizzo delle armi chimiche. Non venne mai impiegata contro il nemico, furono invece militari alleati e civili italiani a esserne accidentalmente esposti.

SS John Harvey

E quando il segreto militare divenne più importante della conoscenza necessaria a curare i feriti, le conseguenze dell’attacco continuarono anche dopo che gli ultimi bombardieri tedeschi erano scomparsi nel cielo dell’Adriatico. Per molti anni la componente chimica della tragedia rimase poco conosciuta. I documenti americani furono successivamente declassificati e nel 1967 il capitano della Marina statunitense D. M. Saunders poté raccontare pubblicamente nei Proceedings dello U.S. Naval Institute quello che definì semplicemente “The Bari Incident”.

Da allora quella notte è lentamente riemersa dall’oblio. Bari era stata bombardata per appena venti minuti, ma gli effetti di quei venti minuti sarebbero sopravvissuti molto più a lungo delle fiamme del porto, ed è forse per questo che il paragone con Pearl Harbor, al di là delle evidenti differenze storiche tra i due eventi, conserva ancora oggi una sua forza.

Anche a Bari il disastro nacque dalla sorpresa, ma qui, dentro la tragedia visibile delle bombe, se ne nascondeva un’altra: una tragedia che, per ragioni di guerra, non doveva essere raccontata.

Fonti specifiche

  • Archivio Storico della RAF – Report on Bari Chemical Incident, 1944
  • Dwight D. Eisenhower, Crusade in Europe, 1948
  • Winston Churchill, The Hinge of Fate, 1951
  • “Bari, dicembre 1943: l’altra Pearl Harbor”, BBC History Magazine, 2017
  • Museo Storico della Liberazione di Roma, Sezione Puglia
  • U.S. Department of Defense / Office of the Surgeon General, Mustard Disaster at Bari.
  • D. M. Saunders, “The Bari Incident”, U.S. Naval Institute Proceedings, 1967.
  • U.S. Army Center of Military History, The Chemical Warfare Service: Chemicals in Combat.
  • Institute of Medicine / National Academies, Veterans at Risk: The Health Effects of Mustard Gas and Lewisite.


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