“Da una finestra all’incendio d’Europa”

La defenestrazione di Praga e il groviglio che condusse alla Guerra dei Trent’anni

Episodio n. 11

Dipinto che rappresenta la defenestrazione di Praga

Contesto storico

Il 25 settembre 1555, con la Pace di Augusta, sembrò che il Sacro Romano Impero avesse finalmente trovato una soluzione alle tensioni religiose che lo attraversavano dalla Riforma protestante.

Hans Bocksberger il Vecchio, ritratto di Ferdinando I, XVI secolo. Vienna, Kunsthistorisches Museum.

L’accordo fu concluso tra Ferdinando d’Asburgo, in rappresentanza del fratello Carlo V, e i principi luterani già riuniti nella Lega di Smalcalda. Il principio su cui si fondava era racchiuso nella formula latina cuius regio, eius religio: la religione del principe avrebbe determinato quella del territorio da lui governato. Ai sudditi che non intendevano conformarsi restava, almeno in teoria, la possibilità di emigrare. Non si trattava, dunque, di una libertà religiosa nel senso moderno del termine. La scelta non apparteneva ai singoli individui, ma ai governanti. Inoltre, l’accordo riconosceva soltanto cattolicesimo e luteranesimo, lasciando fuori il calvinismo e le altre confessioni sorte dalla Riforma.

La pace non ricompose l’unità religiosa dell’Impero: ne regolamentò la divisione. I principi luterani ottennero il riconoscimento della propria confessione e conservarono molti dei beni ecclesiastici acquisiti nei decenni precedenti. Carlo V, ormai consapevole dell’impossibilità di restaurare l’unità cattolica, abdicò poco dopo. Ma l’equilibrio raggiunto ad Augusta era fragile e poggiava su interpretazioni spesso contrastanti. Nei decenni successivi il calvinismo, escluso dagli accordi del 1555, si diffuse rapidamente in diversi territori tedeschi e tra una parte dell’aristocrazia boema. Le controversie sulla proprietà dei beni ecclesiastici, sull’autorità dei principi e sulla libertà di culto continuarono ad accumularsi.

Ritratto di Federico V, elettore palatino, come re di Boemia di Gerrit van Honthorst, 1634, Kurpfälzisches Museum

Nel 1608 alcuni principi protestanti formarono l’Unione Evangelica, guidata dal calvinista Federico V del Palatinato. L’anno seguente, Massimiliano I di Baviera promosse la costituzione della Lega Cattolica. Due schieramenti politico-confessionali si fronteggiavano ormai all’interno di un Impero che, dietro l’unità formale, restava un mosaico di principati, città libere, vescovati e territori dinastici. La religione divideva l’Europa, ma non era l’unica causa di conflitto. Agli scontri confessionali si sovrapponevano le rivalità tra i principi e l’imperatore, le ambizioni delle grandi dinastie e la competizione per il controllo del continente. Al centro di questo groviglio si trovava la Boemia.

Il fragile equilibrio della Boemia

Dal 1526 la corona boema apparteneva agli Asburgo, ma il regno conservava proprie istituzioni, una Dieta dominata dai ceti privilegiati e una tradizione religiosa particolarmente complessa. L’eredità del movimento hussita, nato nel Quattrocento, si era intrecciata con la successiva diffusione del luteranesimo e del calvinismo.

Ritratto di Rodolfo II (opera di Joseph Heintz il Vecchio conservata presso il Kunsthistorisches Museum)

Il cattolicesimo era ormai minoritario tra la popolazione e soprattutto tra la nobiltà, mentre gli Asburgo continuavano a presentarsi come difensori della Chiesa di Roma. La questione religiosa era dunque inseparabile da quella politica: difendere la propria confessione significava, per molti nobili boemi, difendere anche le autonomie del regno dall’accentramento dinastico. Sotto Rodolfo II, imperatore dal 1576 al 1612, Praga divenne una delle corti più raffinate e cosmopolite d’Europa. Vi giunsero artisti, astronomi, filosofi e studiosi, tra i quali Tycho Brahe e Giovanni Keplero. Ma dietro lo splendore culturale, il potere dell’imperatore si faceva sempre più incerto.

Nel 1609, indebolito dallo scontro con il fratello Mattia e bisognoso del sostegno dei ceti boemi, Rodolfo emanò la celebre Lettera di Maestà. Il documento riconosceva ampie garanzie religiose ai sudditi non cattolici e affidava a un collegio di «Difensori della fede» il compito di vigilare sul rispetto degli accordi. Era una concessione fondamentale, ma non risolveva ogni ambiguità. In particolare, restava controverso se il diritto di costruire luoghi di culto protestanti sui possedimenti reali si estendesse anche alle terre appartenenti agli enti ecclesiastici.

Ritratto in armatura dell’imperatore Ferdinando II d’Asburgo

Alla morte di Rodolfo II, nel 1612, gli succedette Mattia d’Asburgo. Privo di eredi, Mattia favorì l’ascesa del cugino Ferdinando di Stiria, eletto e incoronato re di Boemia nel 1617. Ferdinando era un cattolico intransigente, educato dai gesuiti e deciso a rafforzare l’autorità dinastica e la Controriforma nei territori sottoposti al suo dominio. La sua elezione suscitò profonda inquietudine tra i nobili protestanti, convinti che le libertà concesse dalla Lettera di Maestà fossero in pericolo.

La contesa esplose intorno a due luoghi di culto protestanti: uno a Broumov, costruito su terre dell’abbazia benedettina, e l’altro a Hrob, su possedimenti dell’arcivescovo di Praga. Le autorità cattoliche disposero la chiusura del primo e la demolizione del secondo. Per la corona, quei terreni appartenevano alla Chiesa e non rientravano nelle concessioni del 1609. Per i protestanti, invece, i possedimenti ecclesiastici dipendevano dalla corona boema e dovevano essere considerati terre reali. Dietro la controversia giuridica si nascondeva una domanda molto più ampia: chi aveva il diritto di interpretare le libertà del regno? La tensione non riguardava più soltanto due chiese. Riguardava il rapporto tra la corona, la Dieta boema e l’intero sistema di autonomie su cui si reggeva il regno.

L’evento

Il 23 maggio 1618 un gruppo di nobili protestanti, guidato dal conte Enrico Matteo von Thurn, salì al Castello di Praga per affrontare i rappresentanti del governo regio. Nei giorni precedenti si erano svolte riunioni e proteste. I nobili ritenevano che le autorità imperiali avessero impedito loro di discutere liberamente le violazioni della Lettera di Maestà. La delegazione entrò quindi nella Cancelleria boema del castello di Hradčany con l’intenzione di individuare i responsabili dei provvedimenti contro i luoghi di culto protestanti.

Situato nel quartiere Hradcany di Praga, il Castello di Praga è quello che una volta era la casa dei re di Boemia, mentre oggi è utilizzato come residenza ufficiale del presidente della Repubblica Ceca a Praga

Nella sala si trovavano quattro governatori cattolici. Dopo un acceso interrogatorio, due di loro furono lasciati andare perché ritenuti estranei alle decisioni contestate. Gli altri due, Jaroslav Bořita von Martinic e Vilém Slavata, furono invece accusati di avere sostenuto la politica repressiva degli Asburgo. Quello che doveva essere un confronto politico assunse rapidamente la forma di un processo improvvisato. Martinic e Slavata furono dichiarati nemici della libertà religiosa boema. I ribelli li afferrarono e li trascinarono verso una delle finestre della cancelleria. Poco dopo, entrambi vennero gettati nel vuoto. Alla stessa sorte fu condannato il segretario Filip Fabricius.

La caduta, da un’altezza generalmente stimata tra i quindici e i venti metri, avrebbe dovuto ucciderli. Eppure tutti e tre sopravvissero. Il modo in cui riuscirono a salvarsi divenne immediatamente oggetto di narrazioni contrapposte. I cattolici parlarono dell’intervento della Vergine Maria o degli angeli. La tradizione protestante diffuse invece la storia di un mucchio di letame che avrebbe attutito la caduta. Quest’ultima versione, divenuta celeberrima, non trova però conferma nelle testimonianze più vicine ai fatti e sembra essersi affermata successivamente come risposta polemica alla spiegazione miracolosa.

La finestra protagonista della “defenestrazione di Praga” che inaugurò la guerra dei trent’anni

La presenza di un pendio sotto le finestre e altri elementi del terreno possono aver contribuito alla sopravvivenza, ma le fonti non consentono di stabilire con certezza quale sia stata la causa decisiva. Fabricius riuscì ad allontanarsi e a raggiungere Vienna, dove informò la corte dell’accaduto. In seguito venne nobilitato con il titolo di von Hohenfall, espressione traducibile come «dell’alta caduta». Quella mattina nessuno era morto. Eppure, politicamente, era ormai accaduto qualcosa di irreparabile.

La “defenestrazione di Praga” avvenuta il 23 maggio 1618

Dalla rivolta al trono boemo

La defenestrazione non fu un gesto isolato né un semplice scoppio d’ira. I ribelli sapevano che, eliminando simbolicamente l’autorità dei governatori imperiali, stavano sfidando direttamente gli Asburgo. Nel giro di poco tempo occuparono gli edifici pubblici, istituirono un governo provvisorio affidato a trenta direttori e iniziarono a organizzare un esercito. Inizialmente sostennero di non voler rovesciare la dinastia, ma soltanto difendere la Lettera di Maestà e le libertà del regno dalle presunte macchinazioni dei gesuiti e dei funzionari cattolici.

Ritratto ufficiale dei re Giacomo VI e I, opera di Daniel Mytens

Era però difficile fermare una ribellione dopo averne messo in moto gli ingranaggi. Alla morte dell’imperatore Mattia, nel marzo 1619, Ferdinando divenne il principale candidato alla corona imperiale. Nell’agosto dello stesso anno i ceti boemi lo deposero formalmente e offrirono il trono a Federico V del Palatinato, capo dell’Unione Evangelica e genero del re d’Inghilterra Giacomo I.

La scelta trasformava la rivolta boema in una questione europea. Federico era calvinista, elettore del Sacro Romano Impero e membro di una rete dinastica che sembrava poter garantire importanti sostegni internazionali. Ma quelle aspettative si rivelarono illusorie. Giacomo I d’Inghilterra non volle trascinare il proprio regno in una guerra continentale per difendere la corona boema del genero. L’Unione Evangelica rimase divisa. Giovanni Giorgio I di Sassonia, pur essendo luterano, guardava con diffidenza al calvinista Federico e preferì accordarsi con l’imperatore, ottenendo in cambio la possibilità di occupare la Lusazia.

Statua in bronzo rappresentante il Conte di Tilly – Monaco, Feldherrnhalle

Sul fronte opposto Ferdinando poté contare sulla Spagna asburgica, sulla Lega Cattolica di Massimiliano di Baviera e sull’esercito guidato da Giovanni Tserclaes, conte di Tilly. Il groviglio era ormai completo: protestanti contro protestanti, cattolici alleati per interessi dinastici, principi preoccupati più dell’equilibrio politico che della solidarietà religiosa. La fede continuava a essere una forza potentissima, ma non spiegava da sola la disposizione degli schieramenti.

La Montagna Bianca

L’8 novembre 1620 gli eserciti imperiali e della Lega Cattolica affrontarono le forze boeme sulla Montagna Bianca, alle porte di Praga. Lo scontro durò poche ore. L’esercito ribelle, demoralizzato, male coordinato e inferiore per organizzazione, cedette rapidamente. Federico V abbandonò Praga e il suo brevissimo regno gli valse il soprannome di «re d’inverno».

La battaglia della Montagna Bianca, combattuta nel 1620 tra cattolici e protestanti. Primo importante scontro della guerra

La repressione asburgica fu durissima.

Il 21 giugno 1621, nella piazza della Città Vecchia di Praga, ventisette esponenti della rivolta furono giustiziati: alcuni decapitati, altri impiccati. Le loro proprietà vennero confiscate e redistribuite a nobili fedeli alla corona. Numerosi pastori protestanti furono espulsi, mentre a molti sudditi venne imposto di convertirsi o lasciare il paese. Nel 1627 Ferdinando promulgò un nuovo ordinamento che rese ereditaria la corona boema nella casa d’Asburgo, ridusse il potere politico della Dieta e riconobbe il cattolicesimo come unica confessione ammessa. La ricattolicizzazione cambiò profondamente la struttura religiosa, politica e sociale del regno.

La Boemia non scomparve dalla carta d’Europa, ma perse gran parte delle autonomie politiche che i suoi ceti avevano cercato di difendere. Sarebbe rimasta all’interno dei domini asburgici fino al crollo dell’Impero austro-ungarico e alla nascita della Cecoslovacchia nel 1918.

Un groviglio di eventi

La defenestrazione di Praga viene tradizionalmente indicata come la scintilla della Guerra dei Trent’anni. L’immagine è efficace, purché non faccia dimenticare che la materia infiammabile si era accumulata da decenni.

La Pace di Augusta aveva regolato soltanto una parte delle divisioni confessionali. L’espansione del calvinismo aveva reso ancora più instabile l’equilibrio religioso. Gli Asburgo cercavano di rafforzare il proprio potere, mentre i ceti boemi difendevano privilegi, autonomie e libertà di culto. Intorno a loro, le potenze europee osservavano la crisi pensando ai propri interessi. La rivolta boema fu sconfitta nel 1620, ma la guerra non terminò. Al contrario, il conflitto si allargò progressivamente al Palatinato e al resto dell’Impero. Intervennero la Danimarca, la Svezia, la Spagna e infine la Francia di Richelieu, che, pur essendo cattolica, combatté contro gli Asburgo per impedire che la loro potenza diventasse dominante in Europa.

Quello che era cominciato come uno scontro tra la corona asburgica e i ceti protestanti boemi divenne una lunga successione di guerre politiche, dinastiche e confessionali. Alleanze e obiettivi cambiarono più volte, mentre gli eserciti attraversavano e devastavano soprattutto i territori tedeschi. Il conflitto si concluse nel 1648 con il complesso di accordi conosciuto come Pace di Vestfalia. I trattati riconobbero nuovi equilibri tra l’imperatore e gli Stati dell’Impero, estesero ai calvinisti il riconoscimento già accordato a cattolici e luterani e rafforzarono la capacità dei principi tedeschi di condurre una propria politica estera, purché non diretta contro l’Impero.

Il momento della ratifica della pace di Vestfalia

Vestfalia non cancellò la religione dalla politica europea e non inventò improvvisamente lo Stato sovrano moderno. Segnò però un passaggio decisivo: dopo trent’anni di guerra, divenne più evidente che nessuna potenza poteva imporre da sola un’unica fede e un unico ordine all’intero continente. Tutto era cominciato in una sala del Castello di Praga, davanti a una finestra spalancata.

Da quella finestra non caddero soltanto tre funzionari imperiali. Precipitò il fragile equilibrio costruito nel secolo precedente e venne alla luce un groviglio di tensioni che l’Europa avrebbe impiegato trent’anni a sciogliere.

Fonti specifiche

  • Geoffrey Parker, La guerra dei Trent’anni, Vita e Pensiero, Milano, 2012.
  • Peter H. Wilson, La guerra dei Trent’anni. Una tragedia europea, Il Saggiatore, Milano, 2017.
  • Geoff Mortimer, The Origins of the Thirty Years War and the Revolt in Bohemia, 1618, Palgrave Macmillan, Basingstoke, 2015.
  • Robert Bireley, Ferdinand II, Counter-Reformation Emperor, 1578–1637, Cambridge University Press, Cambridge, 2014.
  • Cicely Veronica Wedgwood, The Thirty Years War, New York Review Books, New York, 2005.
  • Treccani – Defenestrazione di Praga
  • Treccani – La Guerra dei Trent’anni
  • Cambridge University Press – The Bohemian Rebellion, 1618–1621


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