Il lungo groviglio di eventi che pose fine all’Impero romano d’Occidente
Episodio n. 12

Contesto storico
Il 476 d.C. è tradizionalmente ricordato come l’anno della caduta dell’Impero romano d’Occidente e, nei manuali scolastici, come il confine tra l’Età antica e il Medioevo. È una data comoda, facile da memorizzare, legata a un avvenimento preciso: la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente, Romolo Augustolo, per mano di Odoacre.
La storia, però, raramente obbedisce alla nettezza delle date.
Nel 476 non ci fu una battaglia decisiva, Roma non venne conquistata e nessuno, probabilmente, ebbe la percezione di assistere alla fine di un’epoca. L’Impero d’Occidente non cadde in un giorno: si disgregò lentamente, mentre guerre civili, crisi economiche, migrazioni, invasioni e lotte per il potere si intrecciavano fino a rendere l’autorità imperiale poco più di un titolo.
Per trovare il bandolo di questa matassa bisogna quindi risalire indietro nel tempo e seguire, uno dopo l’altro, i fili che condussero al 476.

Un impero troppo vasto per un solo centro
Già nel II secolo d.C., sotto Marco Aurelio, Roma dovette affrontare lungo il Danubio la pressione di Marcomanni, Quadi e altre popolazioni germaniche. Non era ancora l’inizio inevitabile della fine: l’Impero possedeva risorse militari, economiche e amministrative sufficienti per reagire. Quelle guerre mostrarono, tuttavia, quanto potesse essere costosa la difesa di frontiere smisurate.

La crisi divenne più profonda nel III secolo. Imperatori proclamati e abbattuti dagli eserciti, guerre civili, epidemie, svalutazione monetaria, contrazione dei commerci e incursioni lungo il Reno e il Danubio misero a dura prova l’intero sistema. Roma riuscì ancora una volta a sopravvivere, soprattutto grazie alle riforme di Diocleziano, che alla fine del secolo riorganizzò l’amministrazione e separò le responsabilità di governo tra più imperatori. Nel nuovo sistema tetrarchico non esisteva più una sola capitale effettiva. Le sedi imperiali furono collocate vicino alle frontiere maggiormente esposte: Diocleziano governò prevalentemente da Nicomedia, mentre Massimiano stabilì la propria corte a Milano. Roma conservava un prestigio immenso, ma non era più il centro operativo del potere.
Costantino proseguì su questa strada e nel 330 inaugurò Costantinopoli, edificata sul sito dell’antica Bisanzio. La “nuova Roma”, protetta dal mare e collocata in una posizione strategica tra Europa e Asia, sarebbe diventata il cuore politico ed economico dell’Impero d’Oriente.
Il Danubio e la svolta di Adrianopoli
Il groviglio si strinse nella seconda metà del IV secolo, quando l’avanzata degli Unni dalle steppe eurasiatiche sconvolse gli equilibri delle popolazioni stanziate oltre il Danubio. Nel 376 gruppi di Goti, in fuga dalla pressione unna, chiesero all’imperatore Valente di poter attraversare il fiume ed entrare nell’Impero. Roma accettò, nella speranza di trasformarli in contribuenti e soldati. La gestione dell’accoglienza, però, fu disastrosa: abusi, corruzione, fame e violenze provocarono una rivolta.
Il 9 agosto 378, presso Adrianopoli, l’esercito romano subì una delle più gravi sconfitte della sua storia. Valente morì sul campo e gran parte delle forze imperiali venne annientata. L’Impero non crollò, ma fu costretto a riconoscere che non poteva più controllare le migrazioni unicamente con le armi. Nel 382 Teodosio I raggiunse un accordo con i Goti, permettendo loro di stabilirsi nei territori imperiali in cambio di contingenti militari. Era una soluzione pragmatica, già sperimentata in altre forme, ma sempre più difficile da controllare: gruppi armati conservavano propri capi e una forte autonomia, pur combattendo formalmente al servizio di Roma.
I termini utilizzati dalle fonti e dagli studiosi, foederatio (l’alleanza formale con tribù straniere dietro compenso) e hospitalitas (la concessione di un terzo delle terre o delle tasse locali ai barbari, in cambio della loro fedeltà e del supporto militare) descrivono rapporti complessi e non sempre uniformi. Ciò che conta è che l’Impero, per difendersi, dipendeva in misura crescente da guerrieri che non erano più inseriti nell’antico esercito romano nello stesso modo delle generazioni precedenti.
Due imperi, due destini
Alla morte di Teodosio I, nel 395, il governo passò ai suoi figli: Arcadio ricevette l’Oriente e Onorio l’Occidente. Non si trattava, nelle intenzioni, della nascita di due Stati estranei. L’Impero continuava a essere considerato un’unica realtà governata da due corti. Con il tempo, tuttavia, gli interessi delle due parti si allontanarono. L’Oriente era più ricco, più urbanizzato e meglio difeso. L’Occidente disponeva invece di risorse inferiori e doveva proteggere frontiere vastissime. La corte di Onorio si trasferì a Ravenna nei primi anni del V secolo: circondata da paludi e collegata all’Adriatico, la città era più facilmente difendibile di Milano, ma anche più distante da molte delle regioni nelle quali si decideva il futuro dell’Impero.
Nel frattempo Alarico, a capo dei Visigoti, cercava una posizione stabile all’interno del sistema romano. Le sue richieste, le promesse non mantenute e le rivalità della corte occidentale alimentarono un conflitto durato anni. Il 24 agosto 410 i Visigoti entrarono a Roma e la saccheggiarono. La città non era più la capitale politica, ma restava il simbolo di un dominio che per secoli era apparso eterno. Il sacco ebbe quindi un’enorme risonanza psicologica. Dopo altre peregrinazioni, i Visigoti si stabilirono in Gallia sud-occidentale e ampliarono successivamente il proprio controllo sulla penisola iberica, formando uno dei principali regni sorti all’interno dei territori imperiali.
Il Reno cede e l’Africa va perduta
Nell’inverno tra il 406 e il 407 Vandali, Alani e Svevi attraversarono il Reno ed entrarono in Gallia. L’episodio non rappresentò soltanto una nuova invasione: mise in moto una serie di spostamenti, conflitti e insediamenti che Roma non riuscì più a governare completamente.
I Burgundi si stabilirono in Gallia, gli Svevi in parte della penisola iberica, mentre i Vandali attraversarono lo stretto di Gibilterra nel 429 e conquistarono progressivamente l’Africa romana. Nel 439 presero Cartagine. La perdita dell’Africa fu uno dei colpi più duri subiti dall’Occidente. Quelle province fornivano grano, merci e soprattutto ingenti entrate fiscali. Senza quelle risorse, diventava sempre più difficile pagare gli eserciti necessari per recuperare le altre regioni perdute. La debolezza militare produceva nuove perdite territoriali; le perdite riducevano le entrate; la diminuzione delle entrate indeboliva ulteriormente l’esercito. Era un circolo dal quale l’Impero non riuscì più a uscire.
Nel 455 i Vandali di Genserico arrivarono a saccheggiare Roma. Fu il secondo sacco della città in meno di mezzo secolo e un’altra dimostrazione dell’impotenza del governo occidentale.
Attila e l’ultimo equilibrio di Ezio
In quella fase l’autorità imperiale sopravviveva anche grazie all’abilità di comandanti capaci di utilizzare un popolo contro l’altro. Il più importante fu Flavio Ezio, generale romano che mantenne a lungo rapporti con gli Unni e si servì di contingenti federati per sostenere ciò che restava dell’esercito occidentale. Quando Attila invase la Gallia, Ezio costruì una coalizione comprendente anche i Visigoti. Nel 451 lo affrontò ai Campi Catalaunici, riuscendo a fermarne l’avanzata.

L’anno seguente Attila entrò in Italia, devastò diverse città e avanzò nella pianura padana. Presso il Mincio incontrò una delegazione della quale faceva parte papa Leone I. La tradizione cristiana attribuì al pontefice il merito di aver convinto il sovrano unno a ritirarsi, trasformando l’episodio in un simbolo della crescente autorità della Chiesa. L’incontro ebbe certamente un valore diplomatico, ma non fu l’unica causa della ritirata. L’esercito unno era provato, l’Italia soffriva la carestia e le epidemie, mentre forze dell’Impero d’Oriente minacciavano le retrovie di Attila. Il re degli Unni lasciò la penisola e morì nel 453; il suo dominio si disgregò rapidamente.
Roma sembrava essersi liberata del pericolo, ma perse poco dopo proprio l’uomo che aveva mantenuto in piedi il fragile equilibrio occidentale. Nel 454 l’imperatore Valentiniano III uccise personalmente Ezio, temendone il potere. L’anno successivo lo stesso Valentiniano venne assassinato.
Da quel momento la successione imperiale precipitò nel caos.
Imperatori senza potere
Negli ultimi vent’anni dell’Impero d’Occidente si avvicendarono rapidamente numerosi imperatori, spesso scelti e deposti da generali che detenevano il potere reale. Tra questi emerse Ricimero, comandante di origine germanica che governò dietro il trono senza assumere direttamente il titolo imperiale.
Maggioriano tentò di ricostruire l’autorità romana e di recuperare l’Africa, ma la sua flotta venne distrutta prima della partenza e nel 461 egli fu deposto e ucciso per ordine di Ricimero. Un’altra gigantesca spedizione contro i Vandali, organizzata congiuntamente dall’Oriente e dall’Occidente nel 468, si concluse in un disastro. Le enormi risorse impiegate andarono perdute e Cartagine rimase nelle mani di Genserico. Intanto l’Impero occidentale si restringeva. La Britannia era stata abbandonata da tempo, la Gallia e la Spagna erano in gran parte controllate da nuovi regni, l’Africa era perduta. Alla metà degli anni Settanta del V secolo, il governo di Ravenna esercitava un’autorità effettiva quasi soltanto sull’Italia e su pochi territori residui.

Nel 475 il generale Oreste scacciò l’imperatore Giulio Nepote, riconosciuto da Costantinopoli, e pose sul trono il proprio giovane figlio Romolo. Per la sua età, e forse con intenzione sprezzante, il ragazzo venne chiamato “Augustolo”, il piccolo Augusto. Il suo stesso nome sembrava racchiudere tutta la storia di Roma: Romolo come il leggendario fondatore della città, Augusto come il primo imperatore. Ma quel giovane sovrano non possedeva alcun potere reale. A governare era suo padre.
Il nodo del 476
Le truppe che difendevano l’Italia erano composte in larga parte da soldati di diversa origine barbarica. Chiesero a Oreste terre o risorse che garantissero il loro insediamento nella penisola, secondo forme già adottate in altre province. Oreste rifiutò. I soldati si ribellarono e scelsero come capo Odoacre, un ufficiale militare la cui precisa origine resta discussa dalle fonti. Il 28 agosto 476 Oreste venne catturato e ucciso a Piacenza. Pochi giorni dopo, il 4 settembre, Odoacre conquistò Ravenna e depose Romolo Augustolo. Il ragazzo fu risparmiato, probabilmente per la sua giovane età, e trasferito nel Castrum Lucullanum, in Campania, con una rendita. Dopo di allora le sue tracce si fanno incerte.

La deposizione di Romolo non fu, di per sé, un avvenimento eccezionale: nel V secolo molti imperatori erano stati eliminati o sostituiti con la forza. La vera novità fu che Odoacre non ne nominò un altro. Il Senato romano inviò a Costantinopoli le insegne imperiali, sostenendo che un solo imperatore fosse sufficiente per governare il mondo romano. Odoacre chiese a Zenone di essere riconosciuto come patrizio e governò l’Italia come re delle proprie truppe, mantenendo allo stesso tempo molte strutture amministrative romane. Formalmente la questione era ancora più intricata. Giulio Nepote, rifugiato in Dalmazia, continuò a essere riconosciuto dall’Impero d’Oriente come legittimo sovrano dell’Occidente fino alla sua morte, avvenuta nel 480. Anche per questo alcuni storici considerano il 480, e non il 476, l’ultimo atto della dignità imperiale occidentale.
Roma cadde davvero?
Per chi viveva in quegli anni, il 476 non segnò probabilmente la fine dell’Impero romano nel senso in cui la intendiamo oggi. L’Impero continuava a esistere a Oriente e i suoi abitanti continuarono a definirsi Romani per quasi un altro millennio. La parola “bizantino”, con la quale oggi indichiamo quell’esperienza storica, è una definizione elaborata molti secoli dopo. Neppure in Italia tutto cambiò improvvisamente. Il Senato continuò a riunirsi, gli amministratori romani conservarono molte delle proprie funzioni e Odoacre governò servendosi delle istituzioni esistenti. Quando nel 493 Teodorico, re degli Ostrogoti, sconfisse e uccise Odoacre, mantenne a sua volta gran parte dell’apparato amministrativo romano. Ciò non significa, tuttavia, che la caduta sia stata soltanto un cambio di nome o una trasformazione pacifica. In molte regioni dell’Occidente la disgregazione politica fu accompagnata da guerre, distruzioni, contrazione dei commerci, diminuzione delle entrate pubbliche e perdita di capacità amministrative e infrastrutturali. Continuità e rottura convivevano: Roma non scomparve, ma il sistema politico ed economico che aveva unito l’Occidente non esisteva più.

La fine dell’Impero non può quindi essere attribuita a una sola causa. Non furono soltanto le invasioni, né esclusivamente la crisi economica, l’estensione dei territori, la divisione tra Oriente e Occidente o la presenza germanica nell’esercito. Fu l’intreccio di tutti questi elementi: guerre civili che consumavano risorse, province perdute che riducevano le entrate, eserciti sempre più difficili da finanziare, comandanti capaci di imporre imperatori e governi incapaci di ricostruire un’autorità stabile.
Una fine che divenne un inizio
Dalla disgregazione dell’Occidente nacque un mosaico di regni romano-barbarici. Visigoti, Vandali, Burgundi, Franchi e Ostrogoti non cancellarono semplicemente ciò che avevano trovato: governarono popolazioni in maggioranza romanizzate, utilizzarono leggi e funzionari romani e si confrontarono con una Chiesa ormai divenuta una delle istituzioni più solide dell’antico mondo imperiale. Non nacquero immediatamente le moderne monarchie nazionali, come talvolta si afferma. Si formarono piuttosto nuove realtà politiche, instabili e molto diverse tra loro, nelle quali elementi romani, germanici e cristiani si combinarono nel corso dei secoli.

L’Oriente continuò invece a considerarsi romano fino al 1453, quando Costantinopoli venne conquistata dagli Ottomani. Nel VI secolo Giustiniano tentò persino di ricomporre l’unità imperiale, riconquistando l’Africa vandalica, l’Italia ostrogota e parte della penisola iberica. Quella restaurazione, tuttavia, fu costosa e non duratura. Il 476 rimane dunque una data fondamentale, purché non la si trasformi in ciò che non fu. Non rappresentò il giorno in cui Roma improvvisamente cessò di esistere, ma il momento nel quale divenne evidente che in Occidente non era più necessario neppure fingere che esistesse un imperatore.
Il mondo antico non si spense in un istante. Si trasformò lentamente, provincia dopo provincia, esercito dopo esercito, decisione dopo decisione. Quando Romolo Augustolo consegnò le insegne imperiali, molti fili della matassa si erano già spezzati. Quel gesto non provocò la caduta: le diede una data.
Fonti specifiche
- Peter Heather, La caduta dell’Impero romano. Una nuova storia, Garzanti, Milano, 2008.
- Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Roma-Bari, 2010.
- Peter Brown, Il mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto, Einaudi, Torino, ed. 2017.
- Guy Halsall, Barbarian Migrations and the Roman West, 376–568, Cambridge University Press, Cambridge, 2007.
- Averil Cameron, Il tardo impero romano. 284–430 d.C., il Mulino, Bologna.
- Procopio di Cesarea, Le guerre. Guerra gotica.
- Giordane, Storia dei Goti.
- Malco di Filadelfia, frammenti storici relativi alla deposizione di Romolo Augustolo e ai rapporti tra Odoacre e Zenone.
- Treccani, “La disgregazione dell’Impero romano”.
- Treccani, “Le migrazioni barbariche e la fine dell’Impero romano d’Occidente”.
- Treccani, “Romolo Augustolo”.


Lascia un commento