Un bambino non sceglie dove nascere, da chi nascere, né quale nome portare. Il nazismo arrivò a pretendere di scegliere anche questo.
Episodio n. 13

Contesto storico
Nel novembre del 1923 Adolf Hiltler tentò di conquistare il potere attraverso il fallimentare Putsch di Monaco. Arrestato e condannato, trascorse alcuni mesi nella prigione di Landsberg, dove dettò gran parte del Mein Kampf, il testo nel quale trovarono spazio molti degli elementi destinati a caratterizzare il futuro regime: antisemitismo, nazionalismo esasperato, conquista dello Lebensraum, lo “spazio vitale” verso Oriente, e soprattutto l’idea dell’esistenza di una comunità nazionale fondata sul sangue e sulla razza.

Dieci anni dopo il fallito colpo di Stato, Hitler arrivò al potere attraverso quelle stesse istituzioni che avrebbe poi rapidamente distrutto. Dopo la sua nomina a cancelliere iniziò infatti la trasformazione della Germania in una dittatura: vennero eliminate le libertà politiche, perseguitati gli oppositori, controllata l’informazione e progressivamente subordinata ogni struttura dello Stato all’ideologia nazionalsocialista. Ma il nazismo pretendeva qualcosa di più del semplice controllo politico. Voleva trasformare biologicamente la società tedesca.

La popolazione venne così divisa tra individui considerati degni di appartenere alla futura comunità nazionale e uomini e donne ritenuti invece biologicamente o razzialmente “inferiori”. Medicina, genetica, demografia e assistenza sociale furono progressivamente piegate a questa visione pseudoscientifica. Da una parte vennero sterilizzate, perseguitate ed eliminate le persone considerate portatrici di caratteristiche indesiderabili; dall’altra si cercò di favorire la nascita di coloro che, secondo i criteri nazisti, possedevano invece il sangue giusto. Ed è proprio all’interno di questa seconda faccia della politica razziale del Terzo Reich che nacque Lebensborn.
L’Evento
La parola tedesca Lebensborn può essere tradotta come “sorgente di vita”. Un nome quasi rassicurante per un’organizzazione che rappresentava, invece, una delle manifestazioni più profonde della concezione nazista dell’essere umano. Il 12 dicembre 1935, per iniziativa del Reichsführer-SS Heinrich Himmler, venne costituito il Lebensborn e.V., un’associazione strettamente legata alle SS. Himmler era ossessionato dal problema demografico: considerava gli uomini delle SS una sorta di élite biologica della Germania e riteneva necessario aumentare rapidamente il numero dei bambini appartenenti a quello che il regime definiva “buon sangue”. Per questo incoraggiava i membri delle SS a sposarsi giovani e ad avere famiglie numerose.

Lebensborn doveva contribuire a questo progetto. Furono create case di maternità nelle quali donne incinte ritenute “razzialmente preziose” potevano ricevere assistenza durante la gravidanza e il parto. Una particolare attenzione era riservata alle madri non sposate, che nella società dell’epoca avrebbero potuto essere spinte ad abortire oppure ad abbandonare il bambino per timore dello scandalo. Ma l’assistenza aveva un prezzo. Per essere ammesse, le donne dovevano dimostrare di possedere i requisiti razziali e genealogici richiesti dal regime. Venivano esaminati la loro salute, quella delle rispettive famiglie e, quando possibile, anche l’origine del padre del bambino. La maternità cessava così di essere soltanto un fatto privato: diventava una questione di Stato.

Non tutte le madri appartenevano alle SS e non tutti i bambini erano figli di uomini delle SS, ma il principio rimaneva identico: il regime stabiliva quali nascite fossero desiderabili e meritassero di essere favorite. È importante però distinguere la realtà storica da una delle immagini più diffuse nel dopoguerra. Le case Lebensborn non furono “allevamenti” nei quali giovani donne venivano sistematicamente fatte accoppiare con ufficiali delle SS per produrre bambini ariani. Non esistono prove di un programma organizzato in questo modo. La realtà fu meno cinematografica, ma non per questo meno inquietante: il nazismo non aveva bisogno di organizzare incontri sessuali programmati; gli bastava trasformare la maternità in uno strumento della propria politica razziale, premiando alcune nascite e disprezzandone altre.
Bambini selezionati prima ancora di conoscere il mondo
Nelle strutture Lebensborn tutto ruotava attorno al concetto di appartenenza razziale. Le madri potevano partorire in condizioni di riservatezza e ricevere assistenza medica. In alcuni casi tornavano successivamente a vivere con il proprio bambino; in altri il neonato poteva essere affidato alle strutture dell’organizzazione o essere adottato da famiglie tedesche considerate politicamente e razzialmente affidabili.

Dietro ogni pratica si muoveva un apparato burocratico fatto di certificati genealogici, visite mediche, valutazioni razziali e documenti. È forse proprio questo uno degli aspetti più inquietanti dell’intera vicenda: non occorrevano camere di tortura. Bastavano una scrivania, un medico e un modulo nel quale stabilire che un essere umano fosse oppure non fosse abbastanza degno di appartenere alla comunità immaginata dal regime.
Tra il 1936 e il 1945 nelle strutture Lebensborn tedesche nacquero circa 7.000-8.000 bambini. Ma con lo scoppio della Seconda guerra mondiale il progetto assunse una dimensione internazionale.
La Norvegia: il grande laboratorio del Nord
Quando le truppe tedesche occuparono la Norvegia nell’aprile del 1940, gli ideologi nazisti guardarono alla popolazione scandinava con particolare interesse. Secondo la loro delirante concezione razziale, i norvegesi possedevano molte delle caratteristiche fisiche associate al modello “nordico”: pelle chiara, capelli biondi, occhi azzurri. I rapporti tra soldati tedeschi e donne norvegesi furono numerosi e, dal 1941, Lebensborn organizzò nel paese una propria struttura. Durante l’occupazione nacquero in Norvegia tra 10.000 e 12.000 bambini da madri norvegesi e padri tedeschi. Non tutti appartenevano formalmente al programma Lebensborn: circa 8.000 risultarono registrati negli archivi dell’organizzazione.

Erano i cosiddetti Krigsbarn, i “figli della guerra”. Per il regime nazista potevano rappresentare una risorsa demografica; per una parte della società norvegese del dopoguerra, invece, diventarono il simbolo vivente dell’occupazione. E pagarono colpe che non avevano. Molte delle loro madri, spesso indicate con il termine dispregiativo tyskertøser, “ragazze dei tedeschi”, vennero umiliate, emarginate o arrestate dopo la liberazione. Anche i bambini furono colpiti dalla vendetta: insultati, discriminati, allontanati dalle famiglie e, in alcuni casi, affidati a istituti o strutture psichiatriche, crebbero portando addosso uno stigma assurdo, quello di essere figli del nemico.
La guerra era finita, ma per loro la condanna era appena cominciata.
Il salto nell’abisso: rubare i bambini
Durante la guerra il progetto razziale nazista compì un passo ulteriore. Non era più sufficiente favorire la nascita dei bambini ritenuti “ariani”: bisognava cercarli ovunque si trovassero.
Nei territori dell’Europa orientale occupati dalle truppe tedesche, soprattutto in Polonia, le autorità naziste iniziarono a selezionare bambini che presentavano caratteristiche fisiche considerate compatibili con il modello razziale germanico. Capelli, colore degli occhi, forma del cranio, proporzioni del corpo: dietro quelle misurazioni si nascondeva una domanda mostruosamente semplice: questo bambino può diventare tedesco?

Se la risposta era positiva, poteva iniziare il processo di germanizzazione. I bambini venivano sottratti alle loro famiglie, trasferiti, esaminati e privati progressivamente della propria identità. Potevano ricevere un nuovo nome, imparare una nuova lingua ed essere affidati a istituzioni o famiglie tedesche. Il loro passato doveva scomparire.
In un memorandum del 1940 riguardante la popolazione dei territori orientali, Himmler spiegava esplicitamente che i bambini ritenuti di “buon sangue” avrebbero dovuto essere separati dall’ambiente polacco e cresciuti nel Reich. La logica era terribile: secondo l’ideologia nazista, perfino all’interno di un popolo considerato inferiore potevano nascondersi elementi biologicamente “preziosi”. In quel caso, anziché eliminarli, occorreva sottrarli al loro popolo e trasformarli in tedeschi. Non sappiamo con assoluta precisione quanti bambini furono vittime di queste politiche. Le autorità polacche del dopoguerra parlarono di circa 200.000 minori sottratti alla Polonia durante l’occupazione tedesca, una cifra che comprende differenti forme di deportazione e trasferimento e che non può essere attribuita interamente al Lebensborn. Questa è una distinzione fondamentale. Lebensborn fu coinvolto nella gestione e nella germanizzazione di alcuni bambini sottratti nei territori occupati, ma il gigantesco sistema di rapimenti nazisti coinvolse molteplici organismi delle SS e dell’amministrazione del Reich. Ridurre tutto al solo Lebensborn significherebbe rendere la storia più semplice, e quindi meno vera.

Un nome nuovo per cancellare quello precedente
Provate per un momento a immaginare cosa significasse. Un bambino viene separato dalla propria madre, non comprende la lingua delle persone che lo circondano, gli viene detto che il suo nome non è più quello che conosce. La sua famiglia scompare, la lingua che parlava diventa qualcosa che deve dimenticare e gli viene insegnato che appartiene a un altro popolo. Non serviva uccidere quel bambino per distruggere una parte di lui. Bastava cancellarne l’identità. Ed è forse questa una delle forme più sottili della disumanità nazista: considerare un essere umano come materiale biologico da trasferire da un popolo all’altro. Non importava chi fosse. Importava ciò che, secondo un medico delle SS, sarebbe dovuto diventare.
Dopo la guerra
Con il crollo del Terzo Reich molte carte dell’organizzazione vennero distrutte e ricostruire il destino dei bambini divenne estremamente difficile. Alcuni riuscirono a ritrovare le proprie famiglie, altri rimasero in Germania, altri ancora trascorsero buona parte della propria vita senza conoscere le vere origini. Lebensborn finì anche sotto la lente della giustizia alleata durante il processo RuSHA, uno dei procedimenti successivi al grande Processo di Norimberga. Il risultato giudiziario fu più complesso di quanto si possa immaginare. I giudici riconobbero l’esistenza della politica criminale di rapimento e germanizzazione attuata dal sistema delle SS, ma non considerarono provato che gli imputati appartenenti al Lebensborn fossero personalmente responsabili dei rapimenti contestati dall’accusa. La vicenda dimostra quanto sia importante separare responsabilità politiche, strutture amministrative e responsabilità penali individuali. Ma nessuna sentenza poteva cancellare ciò che era ormai accaduto.
I figli della guerra chiedono giustizia
Le conseguenze del Lebensborn continuarono molto oltre il 1945, soprattutto in Norvegia. Per decenni molti dei bambini nati durante l’occupazione raccontarono di aver subito discriminazioni, maltrattamenti e umiliazioni. Nel 2000, il primo ministro norvegese Kjell Magne Bondevik arrivò a porgere pubblicamente le scuse dello Stato per le ingiustizie subite dai war children nel dopoguerra. La ferita, tuttavia, non si era chiusa. Un gruppo di oltre 150 persone portò successivamente la propria vicenda davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che lo Stato norvegese non avesse adeguatamente protetto e risarcito i bambini vittime delle discriminazioni del dopoguerra. Nel 2007, nel caso Thiermann and Others v. Norway, la Corte dichiarò il ricorso inammissibile per ragioni procedurali. Una decisione giudiziaria poteva chiudere un procedimento ma comunque non poteva restituire un’infanzia.

L’eredità della disumanità
Quando pensiamo alla barbarie nazista immaginiamo inevitabilmente campi di concentramento, deportazioni, fucilazioni, camere a gas. Lebensborn ci costringe invece a osservare un’altra dimensione dello stesso sistema: quella nella quale la violenza poteva presentarsi sotto le sembianze dell’assistenza. Una clinica pulita, una culla, un’infermiera, una madre che partorisce, un bambino apparentemente protetto. E dietro tutto questo un potere che pretende di stabilire quale vita meriti di moltiplicarsi e quale no.

Il progetto Lebensborn non fu una fantasiosa fabbrica di bambini creata da uomini folli. Fu qualcosa di storicamente più inquietante: un’organizzazione inserita in uno Stato moderno, amministrata attraverso medici, funzionari, registri, certificati e procedure, costruita sull’idea che il valore di un essere umano potesse essere stabilito dal suo sangue.
Il nazismo tentò di dividere gli esseri umani tra vite da impedire e vite da favorire, tra bambini da eliminare e bambini da trasformare, tra uomini degni e uomini indegni. E nel tentativo di creare l’“uomo nuovo” finì per negare il principio più elementare che dovrebbe appartenere a ogni civiltà: un essere umano non è il suo sangue, non è la sua razza e non è il progetto che qualcun altro ha immaginato per lui.

Fonti specifiche
- Georg Lilienthal, Der “Lebensborn e.V.”: Ein Instrument nationalsozialistischer Rassenpolitik, Fischer Taschenbuch Verlag.
- Bundesarchiv, documentazione storica e archivistica sul Lebensborn e.V., compresi lo statuto del 12 dicembre 1935, fotografie e documenti delle SS.
- United States Holocaust Memorial Museum – Holocaust Encyclopedia, Lebensborn Program.
- Trials of War Criminals before the Nuernberg Military Tribunals, United States v. Ulrich Greifelt et al. – RuSHA Case.
- Corte europea dei diritti dell’uomo, Thiermann and Others v. Norway, Application no. 18712/03, decisione del 2007.
- Lynn H. Nicholas, Cruel World: The Children of Europe in the Nazi Web, Alfred A. Knopf.
- Isabel Heinemann, Rasse, Siedlung, deutsches Blut. Das Rasse- und Siedlungshauptamt der SS und die rassenpolitische Neuordnung Europas, Wallstein Verlag.


Lascia un commento