Episodio n. 9

Contesto storico
L’importanza dell’igiene personale ha conosciuto nei secoli fasi alterne: esaltata in alcuni periodi, trascurata in altri. I Greci dedicarono persino una dea, Igea, alla salute e ai comportamenti virtuosi. I Romani costruirono acquedotti, bagni pubblici e terme, garantendo ad ogni cittadino di Roma, nei momenti di massimo splendore, una disponibilità di circa 1000 litri di acqua al giorno.

Con il crollo dell’Impero e i primi secoli del Medioevo, la cura del corpo cedette il passo a quella dell’anima. L’igiene tornò in auge dopo il XII secolo, grazie anche all’influenza araba, con la diffusione delle “stufe”, bagni pubblici frequentati non solo per motivi sanitari ma anche sociali e, talvolta, sessuali.

Dal 1500 la situazione cambiò drasticamente: la Peste Nera del XIV secolo e le ricorrenti epidemie convinsero molti che l’acqua e i bagni aprissero i pori del corpo, facilitando l’ingresso dell’aria infetta. Allo stesso tempo, la scoperta dell’America portò in Europa nuove malattie come la sifilide, che contribuì ad abbandonare del tutto i bagni pubblici. Da allora, per secoli, il concetto di igiene si ridusse all’uso di biancheria pulita, spugnature profumate e ciprie odorose, mentre l’acqua fu vista come un pericolo.
L’evento: l’igiene (o la sua assenza) a Versailles
Tra il XVI e il XVII secolo nacque un modo di intendere la pulizia che prescindeva quasi totalmente dall’uso dell’acqua. Come scrisse Louis Savot nel 1624: «L’uso della biancheria ci permette oggi di tenere pulito il nostro corpo più comodamente di quanto facessero gli antichi con i bagni». Alla corte di Luigi XIV, il Re Sole, l’igiene era un optional. Per paura delle malattie, lo stesso sovrano si lavava raramente, preferendo cospargersi di profumi e ciprie. Si racconta che proprio da questa necessità nacque la grande tradizione profumiera francese. Solo le prostitute, per ovvie ragioni, avevano l’abitudine di lavarsi più spesso.

La Reggia di Versailles, simbolo del potere assoluto, è un sontuoso palazzo senza bagni: né le stanze private né i saloni disponevano di servizi igienici. I rifiuti venivano lasciati nei corridoi o gettati nei giardini, che durante le feste di corte fungevano da veri e propri gabinetti all’aperto. Solo nel 1715 fu decretata la raccolta settimanale delle feci nei corridoi.

La nobiltà indossava abiti pesanti e ingombranti, anche d’estate, nel tentativo di contenere gli odori. Non esistevano spazzolini da denti, deodoranti o carta igienica. Per coprire i miasmi si ricorreva a un’intensa profumazione personale. Da qui anche l’origine di usanze sociali che ancora oggi ci accompagnano: i matrimoni di giugno, ad esempio, derivano dal fatto che il primo (e spesso unico) bagno dell’anno si faceva a maggio; le spose portavano con sé un mazzo di fiori, da cui la tradizione del bouquet, per mascherare gli odori. Nei ceti popolari la situazione era ancora più critica. Una stessa vasca veniva usata da tutta la famiglia: prima il capofamiglia, poi gli uomini in ordine di età, quindi le donne e infine i bambini, quando l’acqua era ormai sporca. Da qui l’espressione inglese “don’t throw the baby out with the bathwater”.

Significato ed eredità
Le pessime condizioni igieniche dell’epoca di Luigi XIV non erano un’eccezione, ma la regola. Solo con il Secolo dei Lumi e le riforme napoleoniche si iniziò a considerare l’igiene come un bene pubblico, legato alla salute collettiva e alla qualità della vita urbana. Da allora l’igiene ha smesso di essere una semplice questione estetica o di costume per trasformarsi in una disciplina scientifica. L’Illuminismo, le scoperte mediche e le nuove strutture urbane segnarono una svolta che ci porta fino al concetto moderno di salute e igiene personale.

Fonti specifiche
- Vigarello, G., Storia della pulizia del corpo, Laterza, 1987.
- Elias, N., La civiltà delle buone maniere, Il Mulino, 1988.
- Savot, L., L’architecture françoise des bastimens particuliers, 1624.
- Archivio storico di Versailles, documenti sulla vita di corte di Luigi XIV.


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