Episodio n. 10

Contesto storico
L’8 settembre 1943 è una data storica per la storia del nostro Paese. In quel giorno venne annunciato via radio la firma dell’Armistizio di Cassibile, avvenuta il 3 settembre 1943. L’accordo, in vigore dopo l’annuncio, prevede la resa incondizionata dell’Italia nei confronti delle forze alleate durante la seconda guerra mondiale.

Queste le parole di Badoglio ai microfoni dell’Eiar intorno alle 19:45 dell’8 Settembre 1943, la proclamazione avviene anche un’ora prima su radio Algeri da parte degli Alleati: “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.
L’armistizio segna uno spartiacque nella storia dell’Italia: finisce l’alleanza con la Germania nazista e contestualmente iniziano gli ultimi sedici mesi di guerra, mesi complicatissimi che portarono al 25 aprile del 1945, alla liberazione dell’Italia, alla fine del fascismo e della guerra. Il giorno stesso della firma dell’armistizio gli anglo-americani sbarcavano a Salerno iniziando a risalire verso Nord. Alla fine del 1943 l’Italia Meridionale è sostanzialmente libera e sotto il controllo del governo italiano che il 13 di ottobre dichiarò guerra alla Germania. A Nord, invece, il Partito fascista repubblicano fonda la Repubblica sociale italiana di Salò, controllata dalla Germania nazista e guidata da Mussolini, nel frattempo liberato. Questa situazione porta allo sviluppo di una guerra civile italiana, culminata poi nella ritirata delle truppe naziste e fasciste nell’aprile 1945 da Torino e Milano in seguito all’azione dei partigiani. Nel frattempo Mussolini fugge dal capoluogo lombardo alla volta della Svizzera, ma viene catturato e fucilato a Dongo.

L’Evento
Le forze britanniche occuparono il porto di Bari l’11 settembre 1943, considerando le operazioni d’invasione e liberazione dell’Italia continentale dopo appunto l’armistizio di Cassibile. L’aviazione anglo-americana aveva risparmiato dai bombardamenti il porto di Bari, considerato strategico per gli approvvigionamenti alle proprie truppe.
La sera del 2 dicembre 1943, il cielo sopra Bari si illuminò d’improvviso.
Alle ore 19:30, una formazione di 105 bombardieri Junkers Ju 88 della Luftflotte 2 tedesca piombò improvvisamente sul porto. L’attacco fu rapidissimo e devastante: le sirene d’allarme non fecero in tempo a suonare, e nel giro di pochi minuti il porto – ricolmo di navi, soldati e civili – si trasformò in un inferno di fuoco.

L’obiettivo dei tedeschi era chiaro: paralizzare i rifornimenti alleati e rendere inagibile lo scalo, vitale per la logistica delle truppe dell’8ª Armata britannica.
L’attacco fu pianificato con un’efficacia micidiale: 17 navi furono affondate, altre 8 gravemente danneggiate. I relitti, bruciando per ore, ostruirono completamente il porto per settimane, mentre fiamme e esplosioni si susseguivano fino a notte fonda.

Tra le navi colpite vi era la SS John Harvey, un mercantile statunitense che trasportava un carico segreto: 2000 bombe all’iprite, per un totale di oltre 1300 tonnellate di gas letale. Il veleno, mescolandosi all’acqua di mare e al carburante, si disperse in tutto il bacino del porto, provocando una catastrofe chimica senza precedenti nella storia contemporanea.

Le Conseguenze
Nel caos dell’attacco, centinaia di civili rimasero uccisi sotto i crolli o arsi vivi tra le esplosioni. I portuali italiani e i marinai dei mercantili giacevano lungo i moli, mentre le acque del porto ribollivano di sostanze tossiche.
Gli ospedali militari registrarono oltre 600 casi di gravi ustioni e vesciche dovute a un agente sconosciuto. Solo giorni dopo, i medici britannici capirono che si trattava di iprite, ma il comando alleato – per ragioni di sicurezza militare e di opportunità politica, insabbiò l’intera vicenda.
Un memorandum del quartier generale dell’8 dicembre ordinò che tutti i casi fossero registrati come “dermatite non identificata”. Persino Winston Churchill impose la segretazione dei documenti e fece classificare le morti per iprite come “ustioni dovute a un’azione nemica”.

Solo nel 1944 una commissione d’inchiesta segreta, voluta da Eisenhower, confermò che la causa reale delle vittime era l’esplosione del carico chimico della John Harvey. Ma la verità rimase taciuta per decenni.
La popolazione barese, ignara della reale portata dell’evento, dovette convivere a lungo con le conseguenze dell’inquinamento chimico e con la memoria di una notte che, per molti, segnò la fine di ogni illusione di sicurezza.

L’Epilogo
L’attacco di Bari fu il più grave disastro navale e chimico del fronte europeo durante la Seconda guerra mondiale, tanto da essere definito da molti storici come “la Pearl Harbor del Mediterraneo”.
Oltre 1000 soldati alleati persero la vita o risultarono dispersi, insieme a centinaia di civili italiani. Ma oltre al dolore e alla devastazione, Bari pagò un prezzo altissimo anche in termini ambientali: le acque del porto, contaminate da idrocarburi e agenti tossici, rimasero per anni impraticabili. Solo molti decenni dopo, nel dopoguerra, la verità sull’iprite venne declassificata e riconosciuta ufficialmente.
Oggi, una stele nel porto di Bari ricorda le vittime di quella notte del 2 dicembre 1943, un episodio quasi dimenticato, ma che testimonia come anche in tempo di guerra la verità possa essere la prima vittima.

Fonti storiche
- Archivio Storico della RAF – Report on Bari Chemical Incident, 1944
- Dwight D. Eisenhower, Crusade in Europe, 1948
- Winston Churchill, The Hinge of Fate, 1951
- “Bari, dicembre 1943: l’altra Pearl Harbor”, BBC History Magazine, 2017
- Museo Storico della Liberazione di Roma, Sezione Puglia


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