Episodio n. 14

Contesto storico
Tra le grandi città italiane, Venezia fu l’unica a conservare per secoli la propria costituzione repubblicana, governata da mercanti, armatori e senatori che fecero della Serenissima una potenza economica e militare di livello mondiale.
Nel Trecento e Quattrocento, la Repubblica viveva il suo apogeo politico e commerciale, proiettata verso Oriente e pronta a contendersi le rotte del Mediterraneo con la sua eterna rivale: Genova.
Le due repubbliche marinare si scontrarono più volte: a Famagosta nel 1373, dove Genova occupò Cipro; poi a Chioggia nel 1379, quando i genovesi arrivarono fin dentro la laguna veneziana, prima di essere respinti e sconfitti l’anno seguente. La Pace di Torino del 1381, mediata da Amedeo VI di Savoia, impose a Venezia dure condizioni: la cessione di Treviso al Duca d’Austria e della Dalmazia al Re d’Ungheria, oltre al divieto di commerciare nel Mar Nero. Ma la Serenissima ottenne in cambio il monopolio della navigazione nell’Alto Adriatico, rafforzando così la sua egemonia sul mare.

Quando la minaccia genovese si affievolì, la politica veneziana si spostò verso la terraferma. Qui la Serenissima si trovò a fronteggiare un nuovo e potente rivale: il ducato di Milano. Il duca Gian Galeazzo Visconti mirava a estendere il suo dominio fino al mare, minacciando direttamente i territori veneti.
Anche Francesco da Carrara, signore di Padova, tentava di espandersi acquistando territori dal duca d’Austria. Venezia, timorosa di un accerchiamento, si oppose e, dopo una serie di alleanze e tradimenti, nel 1405 conquistò Padova, ponendo fine al dominio carrarese e unificando di fatto tutto il Veneto sotto la propria autorità.

Durante il dogato di Tommaso Mocenigo (1414-1423), Venezia visse un periodo di prosperità e ordine economico. Ma il suo successore, Francesco Foscari, volle costruire un forte Stato di terraferma, alleandosi con Firenze contro Filippo Maria Visconti. Dopo decenni di campagne militari, la pace di Cremona del 1441 sancì la massima espansione veneziana: i suoi confini raggiunsero il fiume Adda.

Tuttavia, le guerre avevano prosciugato le casse dello Stato. Nel 1454, Venezia dovette emanare leggi straordinarie: sospensione dei salari pubblici, aumento delle tasse e destinazione di tutte le entrate alla guerra in Lombardia.
Era in questo scenario, tra ricchezze immense e fragili equilibri economici, che viveva una delle famiglie più influenti della Serenissima: i Querini.
L’Evento
In questo contesto molto dinamico della Venezia della prima metà del XV secolo, vivono i Querini, una famiglia nobile veneziana, facoltosa e potente. Siedono nel Maggior Consiglio della Serenissima, il principale organo politico della Repubblica, cui spetta, tra le altre cose, la nomina del doge. Possiedono palazzi e ingenti ricchezze in patria, ma anche oltremare, per esempio sull’isola di Creta (che all’epoca si chiama Candia), feudi tappezzati di vigneti che danno una pregiata uva malvasia.

Nel 1431, Pietro Querini, armatore e patrizio veneziano, decise di intraprendere un ambizioso viaggio commerciale verso il Nord Europa. A bordo della nave Querina, salpò da Creta con un equipaggio di sessantotto uomini e un carico di centinaia di barili di malvasia e spezie pregiate.
La rotta, dalle acque del Mediterraneo orientale, puntava a ovest verso le Colonne d’Ercole, per poi risalire l’Atlantico fino ai porti fiamminghi. Il viaggio, tuttavia, si trasformò presto in un incubo.
Un primo incidente nella baia di Cadice costrinse la nave a una lunga sosta di 41 giorni per riparazioni. Ripartiti, i marinai furono spinti dai venti contrari fino alle isole Canarie, per poi risalire con fatica verso nord. A Lisbona, nuovi danni e nuovi ritardi.
Querini, uomo di profonda fede, decise di fermarsi in Galizia per un pellegrinaggio a Santiago de Compostela, affidando la sua spedizione alla protezione dell’apostolo. Ma il 5 novembre 1431, mentre la nave superava il golfo di Biscaglia, una violentissima tempesta la travolse: l’albero maestro si spezzò, il timone fu strappato via e la Querina rimase senza governo, alla deriva nell’Atlantico del Nord.

Per sei settimane i marinai lottarono contro onde e freddo. Molti morirono di stenti, finché Querini decise di calare in mare due scialuppe.
La più piccola, lo schifo, affondò subito. L’altra, con a bordo lo stesso Querini, resistette, finché, il 6 gennaio 1432, i superstiti raggiunsero un minuscolo isolotto deserto.
Era un lembo di roccia tra i ghiacci del Nord, ma la provvidenza non li abbandonò: qualche giorno dopo furono trovati da un gruppo di pescatori norvegesi che li condussero sull’isola di Røst, nell’arcipelago delle Lofoten.

Gli abitanti di Røst, circa centoventi anime, vivevano di pesca e di scambi minimi con la terraferma. Accolsero i naufraghi con straordinaria generosità.
Querini, colpito dalle loro abitudini, osservò come il pesce — merluzzi appesi su lunghi tralicci di legno — si essiccasse al vento e al gelo, diventando duro come il legno: lo “stokkfisk”, da cui deriva il nostro “stoccafisso”.
Gli uomini di Røst condividevano tutto con i veneziani: cibo, alloggio e solidarietà. Da febbraio a maggio i superstiti vissero sull’isola come membri della comunità. Quando, in primavera, si prepararono a tornare in patria passando per Bergen, la separazione fu straziante. Gli abitanti li salutarono tra le lacrime, donando loro ciò che avevano di più prezioso: il pesce essiccato.

Quando Pietro Querini rientrò a Venezia nell’ottobre 1432, portava con sé una sessantina di pezzi di stoccafisso. Quel cibo semplice e duraturo — capace di resistere per mesi senza decomporsi — divenne una risorsa strategica per la navigazione veneziana e una nuova voce nei commerci della Serenissima.
Da quel momento, lo stoccafisso entrò nelle cucine venete, trasformandosi nel simbolo di una storia di incontro, sopravvivenza e scambio culturale.
Eredità
Oggi in Norvegia, Pietro Querini è considerato un eroe: la sua vicenda è studiata nelle scuole e ricordata con un cippo commemorativo sull’isola di Sandøya, luogo del primo approdo.
Un piccolo scoglio di Røst è stato ribattezzato “Isola di Sandrigo”, in onore del comune vicentino dove ogni anno si celebra la Festa del Baccalà, mentre a Sandrigo stesso è sorto il Parco Letterario Pietro Querini, in memoria del suo diario di viaggio conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Sulle Lofoten, dove gli abitanti continuano a tramandare il racconto dei “veneziani venuti dal mare”, alcuni tratti scuri nei capelli e negli occhi dei loro discendenti testimoniano ancora oggi quell’incontro straordinario.
La storia di Querini resta uno dei più affascinanti episodi di contatto tra il Nord e il Sud d’Europa, tra la fame e la speranza, tra il mare e l’uomo.

Fonti specifiche
- P. Querini, Itinerario e naufragio (1448), manoscritto conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.
- F.C. Lane, Storia di Venezia, Einaudi, 1978.
- G. Fedalto, Venezia e l’avventura nordica di Pietro Querini, Marsilio, 1992.
- L. Zorzi, La Serenissima e i suoi navigatori, Laterza, 2010.
- Archivio Querini Stampalia, Venezia, serie “Famiglie patrizie veneziane”.
- Massimo Cannoletta, Storie d’Italia, TEA 2022


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