“L’eccidio di Kos”

Episodio n. 17

Contesto storico

L’avventura italiana nel Dodecaneso nasce nel 1911, durante la guerra italo-turca. L’Italia mirava al Nord Africa, ma occupò anche le isole del Mar Egeo, formalmente annesse soltanto nel 1923 con il trattato di Losanna. Kos, l’antica Coo, insieme alle altre isole divenne così il Possedimento Italiano delle Isole dell’Egeo: un presidio coloniale che si reggeva su un equilibrio artificiale.

Durante il ventennio fascista quell’equilibrio si spezzò.
L’“italianizzazione” forzata portò all’abolizione delle autonomie locali, al divieto della lingua greca, all’imposizione del fascismo come unica identità possibile. Le leggi razziali vennero applicate anche qui, colpendo soprattutto la piccola ma storica comunità ebraica dell’isola.

Con l’armistizio di Cassibile del Settembre 1943, Kos si militarizzò all’istante.
Sull’isola erano presenti circa 4.000 uomini del 10° Reggimento di fanteria della Divisione “Regina”, al comando del colonnello Felice Leggio. I pochi tedeschi presenti vennero disarmati; nella notte tra l’8 e il 9 settembre, volantini alleati invitavano i soldati italiani a resistere ai tedeschi. Era l’inizio del caos totale nel Dodecaneso.

Il Colonnello Felice Leggio

Il 13 settembre iniziarono gli sbarchi britannici guidati dal colonnello Kenyon, con un ordine chiaro: cooperare con gli italiani per mantenere Kos agli Alleati. Il motivo era strategico: l’aeroporto di Antimachia consentiva agli Alleati di aprire un varco verso l’Egeo orientale. Churchill lo considerava un obiettivo prioritario da mesi. La Germania di Hitler, invece, vedeva l’Egeo come il quarto tassello da riconquistare dopo Cefalonia, Corfù e Spalato. Kos, in quel gioco di potenze, era un’isola troppo piccola per difendersi, ma troppo importante per essere ignorata.

La battaglia: l’arrivo del “macellaio di Creta”

l 3 ottobre 1943 i tedeschi sbarcarono all’alba. Erano circa un migliaio, guidati dal generale Friedrich-Wilhelm Müller, già noto come “il macellaio di Creta” per le violenze compiute durante l’occupazione dell’isola. Gli italiani e i britannici furono colti di sorpresa. La resistenza, mal coordinata, cedette rapidamente. Alcuni reparti si arresero, altri tentarono di fuggire sui monti o verso la Turchia.
I tedeschi, che persero appena 15 uomini, catturarono 4.533 prigionieri, di cui 3.145 italiani e 1.388 britannici. La resa britannica fu rispettata secondo le convenzioni internazionali. La resa italiana, invece, venne considerata un tradimento.

Il Generale Müller, detto “il macellaio di Creta”

L’ombra di Cefalonia era ovunque: pochi giorni prima, migliaia di soldati italiani erano stati massacrati per aver resistito. Un volantino tedesco lanciato su Kos recitava: ITALIANI, la resistenza che i vostri camerati, per la sconsigliatezza dei loro Comandanti, hanno fatto a Cefalonia e Corfù, contro i soldati tedeschi, è stata infranta decisamente e con perdite sanguinosissime da parte italiana. Anche a Coo, come a Cefalonia e Corfù, le truppe hanno dovuto pagare col sangue la loro vana, inconsulta resistenza”.

Il processo farsa e la logica dell’eccidio

 Tra il 4 e il 6 ottobre, i 148 ufficiali italiani catturati vennero sottoposti a un processo sommario diretto personalmente da Müller.
Era una messa in scena: la sentenza era già scritta. 7 ufficiali scelsero di collaborare con i tedeschi, 28 riuscirono a fuggire in Turchia, 10 furono ricoverati e poi deportati in Germania ma 103 ufficiali vennero condannati alla fucilazione tra il 4 e il 7 ottobre. (Secondo altre fonti furono 96.) La brutalità dell’esecuzione fu accentuata dalla consapevolezza che la Wehrmacht non stava punendo un atto militare, ma compiendo un’azione simbolica: dimostrare al mondo che l’Italia, traditrice di Hitler, doveva pagare in sangue.

Müller ordinò personalmente le fucilazioni, confermando la sua reputazione: un uomo che trasformava la guerra in un laboratorio di crudeltà.

Durante la battaglia si verificarono anche episodi di tradimento e collaborazionismo, come nel caso della 22ª batteria capitanata da Camillo Nasca. Questi sventolò davanti ai tedeschi la bandiera nazista e ordinò al personale della batteria di aprire il fuoco contro i propri commilitoni italiani e gli alleati inglesi. Ricevuto un rifiuto a eseguire l’ordine, egli insieme al sottotenente Perrymond eseguì personalmente il puntamento e aprì il fuoco sui propri connazionali. Questo episodio personalmente rappresenta un abisso morale ancora più disturbante delle violenze tedesche: l’uomo che spara sulla propria comunità non perché costretto, ma perché convinto.

Durante l’occupazione tedesca, che seguì la battaglia, Kos conobbe il periodo più oscuro della sua storia moderna.
La piccola comunità ebraica, una delle più antiche del Dodecaneso, venne interamente deportata nei campi di sterminio. Nessuno fece ritorno. In una guerra di soldati, furono i civili a pagare il prezzo più alto.

Un bellissimo panorama dell’isola di Coo

Solo circa un anno e mezzo dopo, nel febbraio 1945, i corpi di 66 ufficiali vennero ritrovati in otto fosse comuni grazie a un collaborazionista, il tenente Aiello. Il generale Müller, che nel frattempo era stato catturato, a causa di tale ritrovamento (e di ulteriori atrocità commesse a Creta pochi mesi prima di sbarcare a Coo) fu accusato di crimini di guerra da un tribunale militare greco. Condannato a morte, venne fucilato ad Atene nel maggio del 1947. Il capitano Nasca nel 1947 fu processato per tradimento in Italia e fu condannato a 16 anni di carcere. Un anno dopo, in seguito al riesame del processo, fu rilasciato in libertà vigilata. Nello stesso processo il sottotenente Perrymond fu assolto da subito e decise volontariamente di ritirarsi dalla vita militare.

In primo piano, di profilo, il gen. Müller della Wehrmacht. E’ il responsabile dell’eccidio di Linopoti a Coo

Una giustizia incompleta, come spesso accadde nel dopoguerra. Nel 1958 il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferì alle vittime dell’eccidio la Croce al merito di guerra.

La lezione di Kos

Kos non è solo un episodio militare. È un caso di studio sulla disumanità normalizzata. Non quella istintiva o impulsiva, ma quella burocratica, ordinata, “razionale”. Quella che nasce quando la persona smette di pensarsi come individuo morale e accetta di essere un ingranaggio. Kos ci ricorda che la crudeltà più pericolosa non è quella istintiva, ma quella che si organizza, firma, protocolla ed esegue.

Il sacrario militare di Bari

Fonti specifiche

  • Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (USSME), Fondo “Dodecaneso”, Ministero della Difesa, Roma.
  • Archivio Centrale dello Stato (ACS), Sezione Ministero delle Colonie e RSI, Roma.
  • Ministero della Difesa, Elenco ufficiale dei caduti e dispersi italiani nella Seconda guerra mondiale, Roma, 1950-1954.
  • Cervi, Mario, Storia della guerra di Grecia, Milano, Mondadori.
  • Aga Rossi, Elena, L’Italia nella sconfitta. Crisi e crollo del regime fascista, Bologna, Il Mulino.
  • Oliva, Gianni, Soldati senza onore? I militari italiani nella Seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori.
  • Francini, Marcello, Cefalonia, Corfù, Kos. Le isole della tragedia, Milano, Mursia.
  • Moustakis, Giorgos, Kos 1943. La strage degli ufficiali italiani, Roma, Edizioni Enne.
  • Tintori, Michele, “L’Armistizio e il dramma dell’Egeo”, in Rivista Italiana di Studi Militari.
  • Studi Storici, numeri dedicati all’Egeo 1943 e all’occupazione tedesca in Grecia.


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