Episodio n. 22

Contesto storico
Il 1943 è l’anno della svolta della seconda guerra mondiale. Sul fronte orientale inizia la controffensiva dell’Armata Rossa, che vince la lunga e difficile battaglia di Stalingrado (31.1.-2.2.1943). Nello scacchiere meridionale si ha, nel maggio di quell’anno, la capitolazione definitiva delle truppe italo-tedesche in Africa. Immediatamente dopo, gli Alleati sbarcano in Sicilia, iniziando così lo sfondamento della “fortezza Europa”. In Italia, gli scioperi del marzo 1943, il bombardamento di Roma del luglio ‘43 e la caduta, nello stesso mese (25.7.1943), del fascismo, fanno precipitare la situazione. Il paese è al tracollo, la guerra è persa su ogni fronte e l’Italia si arrende: il 3 settembre viene stipulato l’armistizio con gli Alleati. Verrà divulgato il successivo 8 settembre.

Nonostante i tentativi del regime di coprire la realtà dei fatti attraverso la propaganda, con il protrarsi della guerra il solco creatosi tra gli italiani e il fascismo diventa molto profondo e l’inverno 1942-43, in concomitanza con l’acutizzarsi dei bombardamenti e l’aggravarsi della situazione militare, segna il crollo del consenso. Già nel corso del 1941 e poi del 1942 si sono registrate manifestazioni di protesta, soprattutto di donne, contro la guerra e il carovita; sul finire del 1942, persa ogni speranza nella vittoria, cresce l’insoddisfazione e aumentano le critiche dei civili e dei militari verso il regime e anche verso Mussolini, finché nel marzo e nell’aprile 1943 si verifica in Italia una serie di scioperi operai importanti, come ad esempio quelli di Torino e Milano.

Non si tratta ancora di manifestazioni di opposizione politica, ma la grande maggioranza degli italiani desidera la pace e si distacca nettamente dal fascismo e dal suo Duce che hanno voluto la guerra, tanto da vedere nel 25 luglio 1943 e nella destituzione di Mussolini, la fine del conflitto da accogliere con sollievo e euforia. Come nel giugno del 1940, anche il quel caso però l’Italia è di fronte a una illusione, infatti di lì a pochi giorni, il Fascismo si riproporrà in una nuova veste alla guida della Repubblica Sociale Italiana, al cui vertice sarà lo stesso Benito Mussolini.
L’Evento
73 ragazzi ebrei in fuga attraverso l’Europa sconvolta dalla guerra arrivano a Nonantola, in provincia di Modena, tra l’estate del 1942 e la primavera del 1943. A Villa Emma, dove vengono ospitati, vivranno un breve periodo di tranquillità.

Il pomeriggio del 17 luglio 1942 arriva alla stazione di Nonantola un gruppo di quaranta giovanissimi esuli ebrei, provenienti da Germania e Austria, insieme a nove accompagnatori adulti. Diretti in Palestina, sono rimasti bloccati a Zagabria dall’invasione tedesca del 6 aprile 1941. Da lì, sotto la guida di Josef Indig e con un’autorizzazione straordinaria del Ministero dell’Interno italiano, sono passati in Slovenia. Raggiunti dai combattimenti a Lesno Brdo, dove hanno soggiornato per un anno, sono costretti ad un ulteriore trasferimento. È allora che la Delasem (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei) individua a Nonantola Villa Emma, da tempo disabitata, come luogo ideale dove ospitare i ragazzi.

Il 10 aprile 1943, si uniscono al gruppo altri trentatré ragazzi fuggiti dalla Bosnia e dalla Croazia. Arrivano da Spalato accompagnati da Jakov Maestro, anche loro con un’autorizzazione ufficiale. Sono in media più piccoli di quelli che già si trovano a Villa Emma. Ciò, insieme alla differenza linguistica, rende un po’ complicata la relazione tra i due gruppi. Purtroppo capita spesso che i ragazzi soffrano la fame, siamo infatti in un periodo di forte razionamento alimentare, e l’approvvigionamento per così tante persone risulta molto difficile e costoso. Nonantola è un comune di circa 10.000 anime, quasi tutte dedite all’agricoltura e questa caratteristica riesce a mitigare i problemi per procurare beni alimentari e di prima necessità.

I ragazzi di Villa Emma appaiono ben distribuiti per età e per sesso (34 femmine e 39 maschi): tredici bambini e bambine tra i 6 e i 12 anni, quarantadue adolescenti tra i 13 e i 17 anni, diciotto giovani tra i 18 e i 21 anni. Scartata subito l’idea di mandarli alla scuola ebraica di Modena, verso la metà di ottobre del ‘42 si organizzano, presso la Villa, quattro classi per diverse fasce d’età. Vi si insegnano musica, letteratura, storia, filosofia, antropologia, giudaismo, sionismo ed ebraico moderno; in più si studia l’italiano. Viene inoltre istituito l’obbligo di tenere un registro di classe; la partecipazione alle lezioni è obbligatoria, mentre gli esami sono facoltativi. A fianco dei corsi scolastici, l’addestramento ai lavori agricoli e artigianali, in cui sono coinvolti contadini e persone di Nonantola. Seppur non sia in discussione l’accoglienza dei Nonantolani, le differenze di lingua, mentalità e stile di vita si fanno sentire e si avverte una certa curiosità da parte della popolazione locale. L’impressione chiara è che in queste zone il fascismo ha i suoi aderenti solo per ragioni opportunistiche e non ideologiche, tanto più che il regime, in zona, ha di fatto assunto il volto burocratico e piccolo borghese dell’avvocato Carlo Zanni, podestà dal 1930 al 1943.
Fino all’estate del 1943, ai ragazzi di Villa Emma la guerra sembra lontana. Il 25 luglio, a Nonantola, come in altri luoghi, si festeggia la caduta di Mussolini, nonostante il Maresciallo Badoglio, nuovo capo del governo, dichiari: “La guerra continua”. Come misura precauzionale, nel mese di agosto, i responsabili di Villa Emma provvedono a richiedere in municipio nuove carte di identità, che vengono rilasciate senza l’annotazione “appartenente alla razza ebraica”.

Tutto cambia l’8 settembre, all’annuncio dell’armistizio con gli angloamericani. I responsabili del gruppo chiedono immediatamente aiuto a Giuseppe Moreali, medico condotto del paese, che nei mesi precedenti aveva intrecciato significativi rapporti con la comunità di Villa Emma. Capiscono che la situazione sta diventando pericolosa e occorre procurare nascondigli ai ragazzi, poiché la residenza non offre più un rifugio sicuro. Il medico pensa che la soluzione migliore sia rivolgersi a don Arrigo Beccari, economo del seminario adiacente all’abbazia: con il consenso del rettore, mons. Ottaviano Pelati, ospiterà per alcune notti un numero consistente di ragazzi nelle stanze dei seminaristi.
Quando, la mattina del 9 settembre, le truppe tedesche entrano a Nonantola, Villa Emma viene rapidamente abbandonata. La maggior parte del gruppo si nasconde nel seminario; gli altri sono ospitati da numerose famiglie del luogo. I ragazzi, però, non possono rimanere a lungo nascosti a Nonantola poiché la possibilità di un rastrellamento nazista è sempre più concreta. Hanno nuove carte d’identità, che permetteranno loro di passare indenni i controlli della Feldgendarmerie tedesca e della polizia italiana. Tramontata rapidamente l’idea iniziale di portare il gruppo a sud, incontro agli Alleati (dove solo alcuni tra i ragazzi più grandi si dirigono), l’unica alternativa rimane la Svizzera. Dopo i primi tentativi finiti col respingimento alla frontiera, riescono a mettersi in contatto con le organizzazioni ebraiche presenti in territorio elvetico, che intercedono presso le autorità.

Lasciano così Nonantola divisi in tre gruppi, tra il 6 e il 16 ottobre 1943, e raggiungono in modo avventuroso la Svizzera, dove troveranno finalmente asilo. Dopo un periodo trascorso in vari campi di raccolta, il gruppo si ricostituisce a Villa des Bains, presso Bex. Finita la guerra, partiranno quasi tutti alla volta della Palestina, che raggiungeranno via nave da Barcellona, il 29 maggio 1945.

Tutti salvi, eccetto Salomon Papo e Gofferdo Pacifici. Il primo, quindicenne, giunge a Nonantola con il gruppo di Spalato; malato di tubercolosi, viene presto ricoverato nel sanatorio di Gaiato di Pavullo, non può quindi seguire gli altri in Svizzera. Arrestato nel marzo 1944, il suo nome compare nella lista di deportati da Fossoli ad Auschwitz con il convoglio del 5 aprile 1944. Il secondo, funzionario della Delasem, aveva soggiornato a Villa Emma e seguito il gruppo nella fuga verso la Svizzera. Sulla frontiera decide però di fermarsi, per aiutare altri ebrei a passare dall’altra parte. Verrà arrestato con suo fratello da militi fascisti e deportato ad Auschwitz.



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