“Roma sotto assedio: otto saccheggi, una città immortale”

Dai Galli di Brenno ai lanzichenecchi di Carlo V, le ferite che trasformarono il volto e il destino della Città eterna

Episodio n. 23

Contesto storico

Il saccheggio è sempre stato un evento enormemente drammatico per le popolazioni, un’esperienza traumatica sia dal punto di vista economico-sociale che psicologico. Roma, la caput mundi dell’età antica, da questo punto di vista è stata letteralmente bersagliata. Sono infatti ben 8 le volte, come si evince dal titolo, in cui la città ha subito questo tipo di umiliazione, portando con se conseguenze devastanti. Le situazioni in questione però furono tutti uguali. In alcuni casi Roma venne conquistata da eserciti stranieri; in altri fu travolta da guerre civili o saccheggiata perfino da coloro che erano giunti per liberarla. Nell’846, inoltre, la città racchiusa dalle mura non cadde, ma furono depredate le grandi basiliche sorte al di fuori della cinta difensiva.

Otto ferite, dunque, distribuite lungo quasi duemila anni. Otto momenti differenti, legati da un unico filo: ogni volta che Roma venne violata, dietro le sue mura si stava consumando una crisi molto più grande.

Sacco di Roma del 390 a.C. da parte dei Galli guidati da Brenno

Brenno e il trauma della Clades Gallica

Il primo grande saccheggio risale al IV secolo a.C. La tradizione romana lo collocava nel 390 a.C., mentre la cronologia oggi maggiormente accolta tende a datarlo al 387 o 386 a.C. A invadere il territorio romano furono i Senoni, una popolazione gallica stanziata lungo la costa adriatica dell’Italia centrale e guidata, secondo il racconto tramandato, da Brenno.

Dopo aver sconfitto i Romani presso il fiume Allia, i Galli avanzarono verso la città. Roma non era ancora la capitale di un immenso impero, ma una potenza regionale in rapida espansione. L’esercito sconfitto non riuscì a organizzare una difesa efficace e gran parte della popolazione abbandonò la città. I Galli entrarono senza incontrare una resistenza organizzata e devastarono ciò che trovarono, mentre un gruppo di difensori si rifugiò sul Campidoglio.

Brenno, generale dei Galli

Intorno a questo episodio nacquero alcuni dei racconti più celebri della memoria romana: le oche sacre a Giunone che avrebbero dato l’allarme durante un assalto notturno, il riscatto pagato per ottenere la partenza degli invasori e la frase Vae victis, “guai ai vinti”, attribuita a Brenno quando i Romani protestarono per il peso alterato della bilancia usata per misurare l’oro. Sono elementi tramandati da fonti molto posteriori ai fatti e non possono essere accolti come una cronaca precisa, ma mostrano quanto profondamente il saccheggio fosse rimasto impresso nell’immaginario collettivo.

Negli annali romani quella disfatta divenne la Clades Gallica, la “sconfitta gallica”. Il trauma non arrestò però l’espansione di Roma. Al contrario, contribuì probabilmente a rafforzarne le difese e alimentò per secoli la paura di una nuova invasione proveniente da nord. La città che era stata umiliata dai Galli avrebbe costruito la propria potenza anche sulla memoria di quella vulnerabilità.

Alarico e la fine di un’inviolabilità durata otto secoli

Dopo il saccheggio gallico, Roma non venne più conquistata da un esercito straniero per circa otto secoli. Quando accadde nuovamente, nel 410 d.C., la città non era più la capitale amministrativa dell’Impero romano d’Occidente, trasferita prima a Milano e poi a Ravenna, ma conservava intatto il proprio valore simbolico.

L’Impero attraversava una crisi profonda. I Visigoti di Alarico avevano combattuto a lungo al servizio di Roma, ma non avevano ottenuto le terre, i riconoscimenti e i compensi sperati. Le difficili trattative con l’imperatore Onorio fallirono ripetutamente e Alarico cinse Roma d’assedio più volte, trasformandola nello strumento con cui esercitare pressione sulla corte imperiale.

Sacco di Roma ad opera dei Visigoti da una miniatura francese del XV secolo

Nella notte del 24 agosto 410 i Visigoti entrarono in città. Le fonti non permettono di stabilire con certezza come furono aperte le porte: alcune parlano di un tradimento, altre di schiavi liberati o di un gesto deliberato compiuto da una nobildonna per porre fine alla fame. Per tre giorni Roma fu sottoposta a saccheggi, violenze e catture. Le basiliche di San Pietro e San Paolo furono riconosciute come luoghi di rifugio, ma sarebbe eccessivo sostenere che tutti gli edifici religiosi vennero rispettati o che la popolazione fu risparmiata. Tra i prigionieri vi fu anche Galla Placidia, sorella dell’imperatore Onorio.

Più ancora delle distruzioni materiali, fu la notizia della caduta di Roma a sconvolgere il mondo mediterraneo. La città che per secoli aveva rappresentato l’ordine universale era stata espugnata. Il sacco alimentò un vasto dibattito religioso e politico: i pagani accusarono il cristianesimo di aver indebolito l’antica potenza, mentre Agostino d’Ippona rispose a quelle polemiche elaborando la riflessione che avrebbe dato origine al De civitate Dei.

Genserico e i quattordici giorni dei Vandali

Solo quarantacinque anni dopo, Roma tornò a essere minacciata. Il regno dei Vandali, insediato nell’Africa settentrionale e guidato da Genserico, era ormai una delle principali potenze del Mediterraneo occidentale. La morte dell’imperatore Valentiniano III e l’ascesa di Petronio Massimo fecero precipitare una situazione già instabile. Genserico sfruttò la crisi e salpò verso l’Italia.

Quando la flotta vandala giunse alla foce del Tevere, Petronio Massimo tentò la fuga, ma venne ucciso dalla folla. Roma rimase priva di una guida e di una difesa adeguata. Papa Leone I incontrò Genserico alle porte della città. La tradizione attribuisce al pontefice il merito di aver ottenuto che Roma non fosse incendiata e che gli abitanti non venissero massacrati indiscriminatamente. Non è possibile ricostruire con esattezza i termini dell’accordo, ma il saccheggio fu metodico e durò circa due settimane. Palazzi, edifici pubblici e residenze aristocratiche furono spogliati. Numerosi oggetti preziosi vennero trasportati sulle navi vandale insieme a migliaia di prigionieri destinati alla deportazione in Africa. Anche l’imperatrice Licinia Eudossia e le sue figlie furono condotte a Cartagine.

I Vandali saccheggiano Roma; raffigurata anche la Menorah, forse trafugata in Africa in quella occasione

Dal nome di questo popolo sarebbe derivata molti secoli dopo la parola “vandalismo”, introdotta durante la Rivoluzione francese per indicare la distruzione delle opere d’arte. Il collegamento, però, ha contribuito a creare un’immagine semplicistica dei Vandali: il loro saccheggio fu certamente durissimo, ma non una furia cieca e priva di scopo. Genserico agì secondo una precisa strategia politica ed economica, portando via ricchezze, ostaggi e simboli del potere imperiale.

Il sacco dimenticato del 472

Meno conosciuto, ma non meno significativo, è l’assalto del 472. Questa volta Roma non fu attaccata da un popolo invasore, bensì travolta da una guerra civile combattuta ai vertici dello stesso Impero romano d’Occidente. L’imperatore Antemio era stato inviato in Italia dalla corte di Costantinopoli con l’obiettivo di ristabilire l’autorità imperiale. Il suo potere dipendeva però anche dall’appoggio di Ricimero, il generale di origine germanica che da anni condizionava la nomina e la caduta degli imperatori occidentali. I due avevano cercato di rafforzare la propria alleanza attraverso un matrimonio: Ricimero aveva sposato Alipia, figlia di Antemio. Il legame familiare non bastò a superare le rivalità politiche e militari.

La rottura divenne definitiva nel 472. Ricimero proclamò imperatore Anicio Olibrio e pose Roma sotto assedio. Per mesi la città rimase divisa: Antemio controllava parte dell’abitato, mentre le forze del suo avversario stringevano progressivamente la morsa. Peste, fame e combattimenti aggravarono le sofferenze della popolazione. Nel luglio del 472 le truppe di Ricimero entrarono in città. Antemio cercò rifugio, ma venne catturato e ucciso. Seguì il saccheggio delle zone rimaste fedeli all’imperatore sconfitto. Era un segnale evidente della dissoluzione del potere occidentale: Roma non veniva più aggredita soltanto dall’esterno, ma divorata dalle lotte tra gli uomini che avrebbero dovuto difenderla. Quattro anni dopo, nel 476, la deposizione di Romolo Augustolo sarebbe diventata la data convenzionale della fine dell’Impero romano d’Occidente.

Totila, Belisario e la guerra che svuotò Roma

Nel VI secolo Roma si trovò al centro della guerra greco-gotica, il lungo conflitto combattuto tra gli Ostrogoti e l’Impero romano d’Oriente. L’imperatore Giustiniano voleva riconquistare i territori occidentali un tempo appartenuti a Roma e affidò la campagna italiana al generale Belisario. Quella guerra, iniziata nel 535, si trasformò però in una lotta estenuante che devastò la penisola. Nel dicembre del 546 il re ostrogoto Totila riuscì a entrare a Roma attraverso Porta Asinaria, aiutato dal tradimento di alcuni soldati della guarnigione. La città, già provata dagli assedi, dalla fame e dal progressivo spopolamento, era ormai l’ombra della metropoli imperiale.

Porta Asinara, da cui entrarono gli Ostrogoti per devastare Roma il 17 dicembre 546

Secondo Procopio di Cesarea, Totila valutò la possibilità di distruggere Roma e demolì parte delle mura. Belisario gli inviò allora una lettera, invitandolo a non legare il proprio nome alla scomparsa di una città che rappresentava il lavoro e la memoria di tante generazioni. Il racconto va letto attraverso la costruzione letteraria di Procopio, ma Totila rinunciò effettivamente alla completa distruzione della città. Dopo aver deportato o allontanato gran parte degli abitanti, gli Ostrogoti lasciarono Roma quasi deserta. Belisario riuscì a occuparla nuovamente nel 547 e ne ripristinò in parte le difese. Totila tentò più volte di riprenderla e vi riuscì nel 549, senza però ripetere una devastazione paragonabile a quella del 546. Soltanto nel 552 le truppe imperiali ristabilirono definitivamente il controllo bizantino.

Il saccheggio compiuto dagli Ostrogoti fu soltanto uno degli episodi di una guerra molto più distruttiva. Roma passò ripetutamente di mano, perse una parte consistente della popolazione e vide deteriorarsi acquedotti, edifici e strutture urbane. La città sopravvisse, ma uscì dalla guerra profondamente trasformata.

I Saraceni e il saccheggio delle basiliche

Nel IX secolo il Mediterraneo era attraversato da nuove potenze e da frequenti incursioni. Nell’estate dell’846 una flotta musulmana, indicata dalle fonti cristiane con il termine generico di “Saraceni”, raggiunse le coste laziali. Le forze sbarcate attaccarono Porto e Ostia, quindi avanzarono verso Roma.

Le mura aureliane impedirono agli incursori di conquistare il nucleo urbano. Le grandi basiliche di San Pietro e San Paolo, però, sorgevano all’esterno della cinta difensiva e rimasero esposte. Entrambe furono saccheggiate e private di arredi, ornamenti e oggetti preziosi. Anche il sepolcro attribuito all’apostolo Pietro venne profanato. L’episodio ebbe un’enorme risonanza perché aveva colpito i luoghi più sacri della cristianità occidentale. La successiva ritirata degli incursori fu segnata da scontri con le forze locali e da gravi perdite, ma non va confusa con la battaglia navale di Ostia, combattuta tre anni più tardi, nell’849, e celebrata molti secoli dopo nell’affresco di Raffaello.

La Battaglia di Ostia, Raffaello Sanzio e allievi (1515)

La razzia dell’846 spinse papa Leone IV a proteggere l’area vaticana con una nuova fortificazione. Nacquero così le mura leonine, completate nell’852, che racchiusero San Pietro e il quartiere circostante. Anche in questo caso il saccheggio modificò concretamente il volto della città.

Gregorio VII e i liberatori trasformati in saccheggiatori

Prima di poter dire basta, Roma ha subito un ultimo assalto durante il periodo chiamato “lotta per le investiture“. Siamo nel 1084 e questa vicenda ha come protagonisti l’imperatore Enrico IV di Franconia e Papa Gregorio VII. Ricordiamo a riguardo l’Episodio n. 2 in cui parliamo del detto “Andare a Canossa” che ha gli stessi protagonisti. Dopo l’umiliazione subita l’Imperatore Enrico IV assediò Roma con Papa Gregorio VII costretto a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo. Il Papa chiamò in suo soccorso il normanno Roberto il Guiscardo, che liberò la città, ma purtroppo le sue truppe pensarono bene di saccheggiare la città, compiendo un vero e proprio scempio. Il papa era salvo, ma il prezzo da pagare fu altissimo. Il paradosso fu terribile: Roma non era stata distrutta dall’esercito imperiale che assediava il pontefice, ma dalle forze accorse per liberarlo.

Il 21 Maggio del 1084 i Normanni di Roberto il Guiscardo entrano a Roma. Provenienti dalla via Appia riescono a superare le mura aureliane (all’altezza di San Giovanni in Laterano) e percorrendo la strada che tuttora conserva il nome di Via dei Normanni, superato il Colosseo, si dirigono verso Castel Sant’Angelo dove è rinchiuso Papa Gregorio VII.

Il 1527 e la fine di un’illusione

L’ultimo grande sacco di Roma ebbe luogo nel 1527 e fu uno degli eventi più traumatici dell’età moderna. L’Italia era da decenni il principale campo di battaglia delle potenze europee. L’imperatore Carlo V d’Asburgo e il re di Francia Francesco I si contendevano il predominio sulla penisola, mentre papa Clemente VII, timoroso dell’eccessiva potenza imperiale, aveva aderito alla Lega di Cognac insieme alla Francia, a Venezia, a Firenze e al ducato di Milano.

L’esercito imperiale che avanzò verso Roma era composto da lanzichenecchi tedeschi, molti dei quali di fede luterana, soldati spagnoli e contingenti italiani. Da tempo senza paga e scarsamente controllate dai propri comandanti, le truppe vedevano nella ricchezza di Roma la possibilità di ottenere con la forza ciò che non avevano ricevuto. La mattina del 6 maggio 1527 l’esercito attaccò le mura. Il comandante imperiale, Carlo di Borbone, venne ucciso durante l’assalto e la sua morte fece venir meno uno degli ultimi argini alla disciplina dei soldati. Gli imperiali riuscirono a entrare nella città e diedero inizio a saccheggi, torture, uccisioni e violenze.

Lanzichenecchi in parata (circa 1530)

La Guardia svizzera cercò di proteggere Clemente VII nei pressi della basilica di San Pietro. Gran parte dei suoi uomini venne uccisa, mentre un piccolo gruppo accompagnò il pontefice lungo il Passetto di Borgo fino a Castel Sant’Angelo. Roma rimase in balìa delle truppe per mesi. Chiese, conventi, palazzi e abitazioni furono depredati; cardinali e cittadini vennero imprigionati e sottoposti a richieste di riscatto. Fame ed epidemie completarono la devastazione.

Le cifre relative alle vittime e al crollo della popolazione variano considerevolmente e devono essere trattate con prudenza. È certo, tuttavia, che il tessuto umano, economico e culturale della città subì un colpo durissimo. Clemente VII dovette arrendersi e la presenza imperiale si protrasse, con alterne fasi, fino al 1528.

Il sacco di Roma del 1527, dipinto di Johannes Lingelbach

Il sacco non pose fine al Rinascimento italiano nel suo complesso, ma spezzò la straordinaria stagione del Rinascimento romano costruita intorno alla corte pontificia. Artisti, intellettuali e artigiani abbandonarono la città, disperdendosi in altri centri della penisola. Sul piano politico, l’evento mostrò quanto limitata fosse ormai la libertà d’azione del papato di fronte alla potenza di Carlo V.

Una città, molte trasformazioni

Gli otto saccheggi non furono la ripetizione dello stesso avvenimento. Quello dei Galli colpì una Roma ancora impegnata a imporsi sul Lazio; quello di Alarico infranse il mito dell’invulnerabilità imperiale; Genserico sfruttò il vuoto di potere dell’Occidente; Ricimero trasformò la città nel campo di battaglia di una guerra civile. Totila la trovò quasi svuotata da un conflitto interminabile, i Saraceni colpirono i simboli della cristianità sorti fuori dalle mura, i Normanni devastarono la città che erano accorsi a liberare e i lanzichenecchi travolsero la Roma rinascimentale nel mezzo della lotta per l’egemonia europea.

Ogni sacco fu dunque il punto d’arrivo di un diverso groviglio di interessi, rivalità, debolezze e ambizioni. Roma non venne colpita semplicemente perché concentrava troppo potere, ma spesso perché quel potere si era diviso, indebolito o spostato altrove. Le mura cedevano quando la crisi politica era già penetrata al loro interno.

Eppure, dopo ogni devastazione, Roma riuscì a ricostruire una nuova identità. Fu città repubblicana, capitale imperiale, centro della cristianità medievale e corte del Rinascimento. Non rimase immutabile: sopravvisse proprio perché seppe trasformarsi. Le ferite lasciate dai suoi saccheggi non raccontano soltanto la caduta di una città, ma la sua sorprendente capacità di attraversare epoche, imperi e civiltà senza smettere di essere Roma.

Fonti specifiche

  • Tito Livio, Ab Urbe condita, libro V.
  • Polibio, Storie, libro II.
  • J. H. C. Williams, Beyond the Rubicon: Romans and Gauls in Republican Italy, Oxford University Press, 2001.
  • Orosio, Le storie contro i pagani, libro VII.
  • Agostino d’Ippona, La città di Dio.
  • Peter Heather, La caduta dell’Impero romano. Una nuova storia, Garzanti.
  • Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza.
  • Penny MacGeorge, Late Roman Warlords, Oxford University Press, 2002.
  • Procopio di Cesarea, Le guerre. Guerra gotica.
  • Herwig Wolfram, Storia dei Goti, Salerno Editrice.
  • Richard Krautheimer, Roma. Profilo di una città, 312-1308, Edizioni dell’Elefante.
  • Ferdinand Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medioevo.
  • H. E. J. Cowdrey, Pope Gregory VII, 1073-1085, Oxford University Press, 1998.
  • Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, libro XVIII.
  • André Chastel, Il sacco di Roma. 1527, Einaudi.
  • Judith Hook, The Sack of Rome, 1527, Palgrave Macmillan.


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