“Lissa 1866: la ferita navale del Risorgimento”

La disfatta che mise a nudo le fragilità dell’Italia unita.

Episodio n. 24

Una scena della battaglia in un’opera di Josef Carl Berthold Püttner.

Una vittoria da conquistare

Nel luglio del 1866 il Regno d’Italia aveva bisogno di una vittoria. Nato appena cinque anni prima, era entrato in guerra contro l’Austria per ottenere il Veneto e proseguire l’unificazione, ma il primo grande confronto terrestre si era concluso con la sconfitta di Custoza, il 24 giugno. Restava la Marina, sulla quale erano state investite risorse considerevoli: una flotta dotata di moderne corazzate, numericamente superiore a quella avversaria e chiamata a dimostrare che il giovane Stato fosse capace di imporsi anche sul mare. Nelle acque di Lissa, invece, quella fiducia sarebbe stata duramente smentita.

La fanteria italiana respinge un attacco della cavalleria austriaca durante la battaglia di Custoza

La terza guerra d’indipendenza si inseriva nel conflitto tra Prussia e Austria per la supremazia nel mondo tedesco. L’alleanza con il governo di Otto von Bismarck offriva all’Italia l’occasione di attaccare l’Impero asburgico mentre questo era impegnato su due fronti. Il 3 luglio, a Sadowa, i prussiani inflissero agli austriaci una sconfitta decisiva: un passaggio fondamentale verso l’unificazione tedesca, che sarebbe però giunta a compimento soltanto nel 1871. Per l’Italia si apriva una prospettiva favorevole sul piano diplomatico, ma rimaneva il problema del prestigio militare. Il governo voleva contribuire al successo dell’alleanza con un risultato concreto, prima che la pace rendesse inutile qualsiasi iniziativa.

L’Italia prima della terza guerra di Indipendenza: in azzurro il Regno d’Italia, in viola lo Stato Pontificio, in verde il Veneto austriaco, in blu le regioni passate alla Francia nel 1860.

L’obiettivo prescelto fu Lissa, l’attuale Vis, al largo della costa dalmata. L’isola, fortificata e sotto controllo austriaco, rappresentava un punto d’appoggio importante nell’Adriatico. Occuparla avrebbe significato sottrarre una posizione al nemico e avrebbe potuto indurre la sua flotta a uscire dalle basi per affrontare quella italiana. La pressione politica per agire, tuttavia, si scontrava con uno strumento militare meno solido di quanto suggerisse il numero delle navi.

Due flotte, due modi di comandare

L’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, comandante della flotta italiana a Lissa.

Alla guida della flotta italiana si trovava l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. Ai suoi ordini operavano, fra gli altri, il viceammiraglio Giovan Battista Albini e il contrammiraglio Giovanni Vacca, con i quali i rapporti erano segnati da diffidenze e contrasti. La Regia Marina aveva riunito uomini, mezzi e tradizioni provenienti dalle marine degli Stati preunitari, soprattutto da quella sarda e da quella delle Due Sicilie. L’unificazione amministrativa non aveva però prodotto automaticamente uniformità nell’addestramento, nelle procedure e nello spirito di corpo.

Le dodici unità corazzate disponibili per la spedizione, contando l’Affondatore giunto alla vigilia dello scontro, costituivano un vantaggio considerevole sulle sette austriache. Ma una flotta non combatte sulla carta: alcune navi avevano equipaggi poco affiatati, altre presentavano problemi tecnici, e non tutte avrebbero partecipato alla battaglia. L’Affondatore, costruito in Inghilterra e dotato di cannoni in torri corazzate, incarnava bene questa contraddizione: un mezzo moderno, appena arrivato, sul quale si riponevano aspettative enormi senza aver avuto il tempo di integrarlo pienamente nelle operazioni.

Il comandante della flotta austriaca a Lissa, Wilhelm von Tegetthoff.

Il comandante avversario, Wilhelm von Tegetthoff, conosceva l’inferiorità materiale delle proprie forze. Anche la Marina austriaca aveva limiti e carenze, ma disponeva di una direzione più risoluta e di un’intenzione tattica comprensibile ai comandanti: avvicinarsi rapidamente, spezzare lo schieramento italiano e cercare il combattimento ravvicinato, ricorrendo allo speronamento quando se ne fosse presentata l’occasione. I suoi equipaggi rispecchiavano la composizione dell’Impero: uomini delle coste dalmate e istriane, croati e italiani, insieme a personale di altre provenienze, fra cui austriaci e cechi. Una realtà composita, che sarebbe stata successivamente semplificata dalle diverse memorie nazionali.

L’attacco all’isola

PACORET DI SAINT BON Simone

Persano lasciò Ancona il 16 luglio. Il bombardamento delle difese di Lissa cominciò il 18, con le forze italiane distribuite contro diversi approdi dell’isola. L’operazione si rivelò più difficile del previsto: alcune batterie costiere erano collocate in posizioni elevate, lo sbarco non venne realizzato e il coordinamento fra le squadre risultò insufficiente. Il tentativo di interrompere le comunicazioni telegrafiche non impedì agli austriaci di ricevere l’allarme. Il 19 luglio gli attacchi proseguirono. La Formidabile, comandata da Simone Pacoret di Saint-Bon, si spinse contro le difese di Porto San Giorgio, ma riportò danni e perdite che ne compromisero la successiva partecipazione al combattimento navale. Due giorni di operazioni avevano consumato munizioni, affaticato gli uomini e disperso le unità attorno all’isola, senza ottenere il risultato sperato.

Tegetthoff, intanto, mosse dalla zona di Pola per soccorrere Lissa. La mattina del 20 luglio l’avviso italiano Esploratore segnalò l’arrivo della flotta nemica. Persano dovette sospendere i preparativi per lo sbarco e raccogliere in fretta le proprie navi: una spedizione organizzata per attaccare una posizione costiera si trovava improvvisamente a dover affrontare una battaglia fra flotte.

Il varco nello schieramento

Le corazzate italiane si disposero in linea di fila, una dietro l’altra, mentre gli austriaci avanzarono in tre gruppi a cuneo, con le unità corazzate in testa. Nel momento più delicato, Persano decise di trasferirsi dalla Re d’Italia all’Affondatore. Il passaggio rallentò la parte centrale dello schieramento e contribuì ad allargare il distacco dall’avanguardia di Vacca. Soprattutto, il cambiamento della nave ammiraglia non venne comunicato efficacemente all’intera flotta, aggravando la confusione su dove si trovasse il comando e da quale nave dovessero arrivare gli ordini. Tegetthoff sfruttò quel varco. Sotto il fuoco italiano, le navi austriache attraversarono la linea avversaria e il combattimento si trasformò in una serie di scontri ravvicinati, resi ancora più confusi dal fumo. La superiorità italiana non riuscì a tradursi in un’azione coordinata: l’avanguardia dovette manovrare per rientrare nella mischia, mentre la squadra delle navi non corazzate di Albini rimase sostanzialmente estranea allo scontro principale. Le unità impegnate combatterono così con un sostegno insufficiente.

La Re d’Italia affonda dopo essere stata speronata dalla Erzherzog Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff

Non mancarono resistenza e iniziativa. La Re di Portogallo affrontò il grande vascello austriaco in legno Kaiser, che tentò a sua volta lo speronamento e subì danni considerevoli. L’Affondatore cercò di colpire con il proprio rostro, senza ottenere il risultato atteso. Il carattere disordinato della battaglia rendeva difficile sfruttare le occasioni e distinguere un successo locale da un vantaggio capace di decidere l’intero scontro. Il momento decisivo arrivò al centro della formazione italiana. La Re d’Italia, comandata da Emilio Faà di Bruno, aveva il timone danneggiato e si trovò quasi ferma durante una manovra. Tegetthoff, a bordo della Erzherzog Ferdinand Max, colse l’occasione e la investì sul fianco con lo sperone. Lo squarcio provocato dall’urto fece affondare rapidamente la corazzata, trascinando con sé il comandante e centinaia di uomini.

Emilio Faà di Bruno

Un’altra tragedia maturava sulla Palestro, comandata da Alfredo Cappellini. Colpita durante il combattimento, la nave era stata avvolta da un incendio che l’equipaggio tentò a lungo di controllare. Allontanatasi dalla mischia, esplose nel primo pomeriggio, causando la morte del comandante e di gran parte degli uomini rimasti a bordo. Non era stata semplicemente una nave accorsa a salvare la Re d’Italia, come talvolta viene raccontato: la sua perdita fu l’esito di una distinta vicenda di combattimento e di una lotta contro il fuoco.

Una sconfitta che la diplomazia non cancellò

La flotta italiana conservava ancora numerose unità, ma non riuscì a riprendere un’offensiva coordinata. La dispersione delle forze, le avarie, la stanchezza degli equipaggi e l’incertezza del comando pesarono sulla decisione di rinunciare all’operazione e rientrare ad Ancona. Tegetthoff aveva raggiunto il proprio obiettivo: impedire la conquista dell’isola. Lissa rimase austriaca. L’Italia aveva perduto due corazzate e oltre seicento uomini; gli austriaci non avevano perso alcuna nave e contarono trentotto morti, oltre ai feriti. Il divario rese ancora più doloroso il confronto con le aspettative della vigilia. La sconfitta non dimostrava una mancanza generalizzata di coraggio: mostrava quanto il valore dei singoli potesse essere vanificato dall’assenza di una condotta comune.

Tommaso De Simone, La Principe Umberto soccorre i naufraghi della Re d’Italia, circa 1866.

Persano divenne il principale imputato del disastro. Essendo senatore, fu giudicato dal Senato costituito in Alta Corte di giustizia: il 15 aprile 1867 venne condannato per negligenza, imperizia e disobbedienza, con la perdita del grado e l’espulsione dalla Marina. Anche Albini e Vacca furono successivamente collocati a riposo. Le responsabilità dell’ammiraglio erano gravi, ma ridurre tutto alla sua persona avrebbe lasciato in ombra le carenze dell’organizzazione, i comportamenti dei subordinati e le contraddizioni della direzione politica.

La guerra, nel frattempo, aveva prodotto un risultato territoriale favorevole all’Italia grazie alla vittoria dell’alleato prussiano. La pace di Vienna del 3 ottobre 1866 regolò il passaggio del Veneto, di Mantova e del Friuli occidentale, attraverso la mediazione francese; i plebisciti del 21 e 22 ottobre sancirono l’annessione. Firenze, capitale del Regno dal 1865, otteneva così un ampliamento importante, mentre Trentino e Trieste restavano asburgici. Il coinvolgimento di Napoleone III nella cessione derivava da una trattativa diplomatica già avviata prima di Lissa: non fu una conseguenza improvvisata della sconfitta navale.

Garibaldi a Bezzecca riorganizza le truppe presso il colle di Santa Lucia

Custoza e Lissa non furono nemmeno gli ultimi combattimenti del Risorgimento. Il 21 luglio, il giorno dopo la battaglia sul mare, Garibaldi vinse a Bezzecca; il percorso dell’unificazione sarebbe proseguito fino alla presa di Roma nel 1870. L’acquisizione del Veneto, comunque, non cancellò il trauma della campagna del 1866.

La lunga memoria di Lissa

Lissa ebbe un’eco che superò i confini italiani. Una grande battaglia fra flotte dotate di corazzate era stata decisa anche da un’arma antichissima, lo sperone, resa nuovamente praticabile dalla propulsione a vapore. L’affondamento della Re d’Italia rafforzò nelle marine la fiducia nello speronamento, influenzando progetti e concezioni tattiche per decenni. Era però una lezione da interpretare con cautela: quel successo era stato favorito dall’immobilità della nave colpita, mentre molti altri tentativi erano falliti. Trasformare un episodio riuscito in una regola generale rischiava di nascondere le reali difficoltà della manovra.

D’Annunzio nell’uniforme di generale della Regia Aeronautica

Sul piano politico, la battaglia divenne una riserva di simboli contrapposti. Nell’Impero asburgico Tegetthoff fu celebrato come un eroe; in Italia Lissa alimentò vergogna, polemiche e desiderio di rivincita. Il 23 maggio 1915, quasi mezzo secolo dopo, Francesco Giuseppe la richiamò nel proclama rivolto ai propri popoli all’ingresso dell’Italia nella Grande guerra. Sul fronte opposto, Gabriele D’Annunzio ne ridimensionò polemicamente il significato parlando della «gloriuzza di Lissa», espressione ripresa nel messaggio della beffa di Buccari del febbraio 1918. La battaglia continuava a essere combattuta attraverso le parole.

Anche i monumenti seguirono i mutamenti dei confini. Dopo la fine dell’Impero austro-ungarico alcuni furono rimossi o trasferiti: il monumento ai caduti austriaci eretto a Lissa venne portato all’Accademia Navale di Livorno, mentre quello a Tegetthoff di Pola fu successivamente ricollocato a Graz. Nel mondo adriatico, comprese Croazia e Slovenia, la memoria dello scontro assunse significati diversi, legati ai marinai che vi avevano partecipato, ai luoghi e alle identità nazionali. Ricordarne la composizione imperiale e plurilingue aiuta a evitare che il passato venga adattato troppo facilmente alle appartenenze successive.

Frontespizio di un’edizione de I Malavoglia

La letteratura italiana conservò un ricordo di tutt’altro genere. Nei Malavoglia, pubblicati da Giovanni Verga nel 1881, Luca muore a Lissa. Dopo il naufragio che ha portato via Bastianazzo e il carico di lupini, la notizia aggiunge un nuovo lutto alle difficoltà della famiglia. La guerra entra così nella vita di Aci Trezza attraverso un’assenza: dietro il nome della battaglia non ci sono soltanto ammiragli, corazzate e responsabilità politiche, ma un figlio che non tornerà.

Lissa fu cruciale per ciò che rivelò e per ciò che lasciò. Compromise il prestigio della Regia Marina, rese evidenti le fragilità della sua organizzazione e contribuì a orientare il dibattito internazionale sulla guerra navale. L’Italia aveva costruito una flotta moderna più rapidamente di quanto fosse riuscita a darle coesione. Il 20 luglio 1866, davanti a un’isola dell’Adriatico, quella distanza divenne una sconfitta.

Fonti specifiche

  • Wilhelm von Tegetthoff, Relazione ufficiale sulla battaglia di Lissa (1866), Archivio di Stato di Vienna.
  • Angelo Iachino, La campagna navale di Lissa, 1866, Il Saggiatore, Milano, 1966.
  • Carlo Pellion di Persano, Relazione sulla campagna navale del 1866, Atti del Senato del Regno d’Italia.
  • Atti del processo del Senato del Regno contro Persano (1867).
  • S. Eardley-Wilmot, The Development of Navies During the Last Half-Century, Seeley and Co., Londra, 1892, capitolo V.
  • Scott Richardson, Trial by Fire: The 1866 Battle of Lissa and the Implications for the Future of the Royal Australian Navy, Australian Naval Institute.
  • Giovanni Verga, I Malavoglia, 1881, capitolo IX.
  • Marco Gemignani – La battaglia di Lissa 1866, Ufficio Storico della Marina Militare.
  • Aldo A. Mola – Lissa 1866. Perché?, Bastogi Editrice.
  • Lawrence Sondhaus – The Naval Policy of Austria-Hungary, 1867–1918, Purdue University Press.
  • John Gooch – articoli sulla guerra navale ottocentesca in area adriatica.
  • Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano.
  • Indro Montanelli, L’Italia del Risorgimento.
  • Giorgio Rochat – L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini (per il contesto militare unitario).
  • Piero Pieri – Storia militare del Risorgimento.


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