“La Lega di Cambrai: quando le alleanze divorarono l’Italia” (Ep. 3 Guerre d’Italia)

Otto anni di guerre, tradimenti e alleanze capovolte per il controllo della penisola

Episodio n. 100

La battaglia di Agnadello, 14 maggio 1509

Contesto storico

All’inizio del Cinquecento Venezia era ancora una delle grandi potenze della penisola. La sua forza non si limitava al mare e ai commerci: nel corso del Quattrocento la Serenissima aveva progressivamente ampliato i propri domini sulla terraferma, costruendo uno Stato che si estendeva ben oltre la laguna. Brescia, Bergamo, Verona, Vicenza, Padova e numerosi territori della Romagna facevano ormai parte, direttamente o indirettamente, della sua sfera d’influenza. Era proprio questa espansione a renderla ricca e potente, ma anche sempre più temuta. Il problema era che quasi ogni vicino aveva qualcosa da reclamare. Papa Giulio II voleva riportare sotto il pieno controllo pontificio alcune città della Romagna; l’imperatore Massimiliano I guardava con interesse ai territori veneti; Ferdinando d’Aragona rivendicava alcuni porti pugliesi finiti nelle mani della Serenissima; Luigi XII di Francia, già padrone di Milano, vedeva nell’espansione veneziana una limitazione alla propria influenza nell’Italia settentrionale. Per una volta interessi molto diversi trovarono un punto d’incontro.

Papa Giulio II

Il 10 dicembre 1508, nella città francese di Cambrai, nacque così una delle coalizioni più impressionanti delle guerre d’Italia. Francia, Impero, Spagna e papato si accordarono contro Venezia. A prima vista poteva sembrare il trionfo della diplomazia: potenze spesso rivali avevano trovato un nemico comune. In realtà la Lega conteneva fin dall’inizio il seme della propria dissoluzione, perché ciascuno dei suoi membri combatteva per ragioni differenti e sperava di ottenere per sé la parte migliore delle spoglie veneziane. La guerra che ne seguì avrebbe dimostrato una delle caratteristiche più sorprendenti dell’intero ciclo italiano: le alleanze non erano costruite sulla fedeltà, ma sulla convenienza. E quando gli interessi cambiavano, cambiavano anche i nemici.

L’ Evento

La prima fase della guerra fu devastante per Venezia. Il 14 maggio 1509, nei pressi di Agnadello, l’esercito veneziano affrontò le forze francesi di Luigi XII. Lo scontro si trasformò in una grave disfatta per la Serenissima. Le truppe veneziane persero migliaia di uomini, uno dei loro comandanti principali, Bartolomeo d’Alviano, fu catturato e in poche settimane gran parte dei domini di terraferma sembrò sfuggire al controllo della Repubblica.

Bartolomeo d’ Alviano

Fu uno dei momenti più drammatici della storia veneziana. Città che fino a poco tempo prima sembravano saldamente inserite nello Stato da Terra caddero o cambiarono schieramento, mentre Francia, Impero, Spagna e papato cominciavano a raccogliere i frutti della vittoria. Per qualche settimana sembrò possibile che Venezia venisse ridimensionata definitivamente come grande potenza italiana. Ma la Serenissima non crollò. Padova tornò rapidamente sotto il controllo veneziano e la resistenza si riorganizzò. Soprattutto, accadde qualcosa che nessun risultato militare avrebbe potuto impedire: i vincitori cominciarono ad avere paura gli uni degli altri.

Giulio II aveva aderito alla Lega per recuperare territori pontifici e fermare l’espansione veneziana. Una volta ottenuti buona parte dei risultati desiderati, però, il pontefice cominciò a guardare con crescente preoccupazione alla presenza francese nell’Italia settentrionale. Se Venezia fosse stata completamente distrutta, Luigi XII avrebbe potuto trasformare la vittoria di Agnadello in un predominio francese ancora più pericoloso per gli equilibri della penisola. Fu così che l’alleanza contro Venezia iniziò a sgretolarsi. Nel 1510 Giulio II si riconciliò con la Serenissima. Nel giro di pochi mesi, quella Venezia che il papa aveva contribuito ad attaccare divenne una possibile alleata contro la Francia. È uno dei passaggi che meglio rappresentano l’intera stagione delle guerre d’Italia: il nemico di ieri diventava l’alleato di oggi perché era cambiato il pericolo da contenere.

Morte di Gaston de Foix nella battaglia di Ravenna del 1512,

Nel 1511 nacque una nuova coalizione, la Lega Santa, questa volta orientata contro la Francia. Accanto al papato e a Venezia entrarono la Spagna e altre potenze europee. Giulio II passava così dall’alleanza con Luigi XII alla volontà di espellere i francesi dalla penisola. La guerra cambiò nuovamente direzione. L’11 aprile 1512, presso Ravenna, l’esercito francese ottenne una grande vittoria contro le forze della Lega Santa. Fu una battaglia sanguinosissima, nella quale i francesi dimostrarono ancora una volta la propria superiorità militare sul campo. Eppure il successo si trasformò quasi immediatamente in un paradosso: il giovane e brillante comandante francese Gaston de Foix morì durante lo scontro e, nonostante la vittoria, la posizione politica della Francia in Italia si indebolì rapidamente.

La battaglia di Marignano, acquaforte di Urs Graf, mercenario svizzero.

Nei mesi successivi l’intervento degli svizzeri e la pressione delle forze antifrancesi obbligarono Luigi XII ad abbandonare Milano. Gli Sforza tornarono temporaneamente nel ducato, mentre a Firenze il crollo degli equilibri precedenti favorì il ritorno dei Medici. Ancora una volta una battaglia vinta non garantiva affatto il successo della guerra. Ma la situazione rimaneva troppo instabile perché potesse durare. Venezia, che pochi anni prima aveva combattuto la Francia ad Agnadello, tornò ad allearsi proprio con i francesi. Luigi XII tentò nuovamente di recuperare Milano nel 1513, ma le sue truppe furono sconfitte dagli svizzeri a Novara.

Nel 1515, con l’ascesa al trono di Francesco I di Francia, il progetto italiano riprese con nuova energia. Il giovane sovrano attraversò le Alpi e affrontò le forze svizzere nella grande battaglia di Marignano, combattuta il 13 e 14 settembre. Questa volta la vittoria francese fu decisiva: Milano tornò sotto il controllo della Francia e Venezia poté recuperare buona parte delle posizioni perdute.

Raffigurazione della battaglia di Marignano

Tra il 1516 e gli accordi che seguirono, il quadro europeo trovò finalmente un equilibrio provvisorio. La Francia conservava Milano, la Spagna rimaneva saldamente insediata a Napoli e Venezia aveva salvato gran parte del proprio Stato di terraferma. Otto anni di guerra, capovolgimenti diplomatici e battaglie avevano prodotto un risultato molto diverso da quello immaginato dai protagonisti riuniti a Cambrai nel 1508.

Gli effetti

La conseguenza più evidente della guerra fu la fine dell’illusione che una grande coalizione potesse stabilizzare l’Italia. La Lega di Cambrai era nata come un’alleanza quasi irresistibile contro Venezia, ma bastarono pochi mesi perché gli interessi divergenti dei suoi partecipanti la rendessero insostenibile. Nessuno voleva che il proprio alleato diventasse troppo potente. Venezia faceva paura finché era forte; una volta indebolita, a fare paura fu la Francia. E quando la Francia sembrò prevalere, persino coloro che l’avevano aiutata si schierarono contro di essa. L’Italia entrava così in una fase in cui la politica delle alleanze diventava quasi più importante delle battaglie. Non esistevano più schieramenti permanenti. Francia, Venezia, papato, Spagna, Impero e stati minori potevano trovarsi dalla stessa parte in un anno e su fronti opposti pochi mesi dopo.

Ritratto dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo di Albrecht Dürer

Un secondo effetto riguardò direttamente Venezia. Agnadello aveva dimostrato che persino una potenza considerata solidissima poteva arrivare a un passo dal collasso. La Serenissima riuscì a sopravvivere, recuperò parte dei territori perduti e rimase uno dei principali attori della penisola, ma l’esperienza del 1509 lasciò un segno profondo. Da quel momento la politica veneziana divenne ancora più prudente, consapevole che l’espansione sulla terraferma poteva provocare coalizioni troppo vaste per essere affrontate senza un sapiente gioco diplomatico. La guerra rese inoltre sempre più evidente il peso delle potenze straniere. Francesi, spagnoli, imperiali e svizzeri potevano decidere il destino di Milano, Venezia o Firenze senza che gli Stati italiani fossero davvero in grado di controllare il processo. La penisola manteneva una straordinaria vitalità politica e culturale, ma la sproporzione militare e finanziaria rispetto alle grandi monarchie europee diventava progressivamente più evidente.

Francesco I di Francia ritratto da Jean Clouet nel 1527-1530 circa, Museo del Louvre

Infine, la Lega di Cambrai lasciò una lezione che avrebbe accompagnato tutte le guerre successive: in Italia nessuna vittoria era definitiva. Venezia era stata quasi annientata ad Agnadello e pochi anni dopo combatteva nuovamente da protagonista. I francesi avevano vinto a Ravenna e poco dopo erano stati costretti ad abbandonare Milano. Erano stati sconfitti a Novara e appena due anni più tardi tornavano vincitori a Marignano.

Non era più una guerra fatta soltanto di conquiste e sconfitte. Era diventato un sistema in cui ogni successo modificava gli equilibri abbastanza da creare una nuova alleanza contro chi aveva appena vinto. Le guerre d’Italia avevano trovato ormai una delle loro regole più crudeli: non esistevano amici permanenti, ma soltanto interessi permanenti.

Fonti specifiche

  • Marco Pellegrini, Le guerre d’Italia (1494-1559), Il Mulino, Bologna, 2017.
  • Michael Mallett, Christine Shaw, The Italian Wars 1494-1559. War, State and Society in Early Modern Europe, 2ª ed., Routledge, London-New York, 2018/2019.
  • Christine Shaw, Julius II: The Warrior Pope, Blackwell, Oxford, 1993.
  • Francesco Guicciardini, Storia d’Italia, varie edizioni moderne.
  • Marino Sanudo, I Diarii, Venezia, 1879-1903.


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