Quando la guerra raggiunse Nonantola, un intero paese scelse di non voltarsi dall’altra parte
Episodio n. 22

Introduzione
La guerra moderna non si limita allo scontro tra eserciti. Invade le città, altera l’economia, spezza le famiglie e stabilisce chi possa continuare a vivere nella propria casa e chi, invece, debba fuggire. La Seconda guerra mondiale portò questa logica alle conseguenze più estreme: intere popolazioni furono classificate, perseguitate e condannate sulla base della loro origine.
È dentro questo scenario che bisogna collocare la storia di Villa Emma. Una vicenda iniziata lungo le strade di un’Europa in guerra e approdata a Nonantola, nella campagna modenese, dove settantatré giovani ebrei trovarono per alcuni mesi una fragile normalità. Quando anche quel rifugio divenne pericoloso, una parte consistente della popolazione locale decise di proteggerli, assumendosi un rischio concreto.
L’Europa della persecuzione
Nel 1942 la Germania nazista controllava direttamente o indirettamente gran parte dell’Europa continentale. La cosiddetta “soluzione finale” era ormai in corso: gli ebrei venivano isolati, privati dei propri beni, rinchiusi nei ghetti, deportati e assassinati nei campi di sterminio. Anche l’Italia fascista aveva avviato dal 1938 una persecuzione sistematica sul piano giuridico e sociale. Le leggi razziali avevano allontanato gli ebrei dalle scuole, dagli impieghi pubblici, dalle forze armate e da numerosi settori della vita civile. Nel periodo precedente all’occupazione tedesca, tuttavia, l’Italia non aveva ancora partecipato alla deportazione generalizzata degli ebrei verso i centri di sterminio con le modalità adottate dal Reich.

La situazione precipitò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’esercito tedesco occupò rapidamente l’Italia centro-settentrionale, mentre la Repubblica Sociale Italiana divenne un alleato subordinato della Germania nazista. Con l’ordinanza di polizia del 30 novembre 1943, le autorità repubblicane disposero l’arresto degli ebrei e il sequestro dei loro beni. Da quel momento, nazisti e fascisti collaborarono nelle retate, negli arresti e nel trasferimento dei prigionieri verso i campi di transito e di sterminio.
Ma la storia dei ragazzi di Villa Emma era cominciata molto prima, lungo una via di fuga che aveva già attraversato diversi confini.
Una fuga attraverso l’Europa
Molti dei giovani del primo gruppo provenivano dalla Germania e dall’Austria. Alcuni avevano perduto i genitori, altri erano stati separati dalle proprie famiglie o avevano visto i loro congiunti arrestati e deportati. Il loro viaggio verso la Palestina era stato organizzato nell’ambito dell’Aliyah giovanile, il movimento che cercava di sottrarre ragazzi ebrei alla persecuzione e di prepararli a una nuova vita.

L’invasione della Jugoslavia da parte delle potenze dell’Asse, nell’aprile 1941, li sorprese a Zagabria. Sotto la guida del giovane sionista croato Josef Indig, riuscirono a lasciare la città e a raggiungere la parte della Slovenia occupata dall’Italia, stabilendosi per circa un anno nel castello di Lesno Brdo, vicino Lubiana. L’intensificarsi della guerra partigiana rese però insicuro anche quel rifugio. La DELASEM, la Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei, riuscì allora a ottenere dalle autorità italiane il permesso di trasferire il gruppo in Italia. A Nonantola fu individuata una grande villa disabitata, circondata da terreni agricoli: Villa Emma.

Il pomeriggio del 17 luglio 1942 arrivarono alla stazione di Nonantola quaranta giovani ebrei, accompagnati da nove adulti. Il 10 aprile 1943 furono raggiunti da altri trentatré ragazzi provenienti da Spalato, fuggiti dalle persecuzioni naziste e ustascia in Bosnia e Croazia e accompagnati da Jakov Maestro. I nuovi arrivati erano mediamente più piccoli e parlavano lingue diverse; l’incontro tra i due gruppi non fu quindi privo di difficoltà. Complessivamente Villa Emma accolse 73 giovani: 39 maschi e 34 femmine, con età comprese tra i 6 e i 21 anni. Non erano tutti bambini e non erano tutti orfani, ma ognuno portava con sé le conseguenze della persecuzione, della separazione e della fuga.
Una parentesi di normalità
Nonantola contava allora poco più di diecimila abitanti, in gran parte impegnati nell’agricoltura e distribuiti tra il centro e le frazioni. Per quei ragazzi cresciuti in città come Berlino, Vienna, Francoforte, Amburgo o Lipsia, il paese rappresentava un mondo completamente diverso per lingua, abitudini e condizioni materiali. Villa Emma offriva un rifugio, ma non una vita agiata. Il razionamento rendeva difficile procurare cibo per un gruppo così numeroso e, nonostante gli aiuti della DELASEM e della popolazione, non mancavano i momenti di privazione. La collocazione in un territorio agricolo consentiva tuttavia di reperire più facilmente alcuni generi alimentari e di coinvolgere i giovani nella coltivazione dei terreni.

Nella villa furono organizzate quattro classi scolastiche, suddivise per fasce d’età. Si studiavano italiano, musica, letteratura, storia, filosofia, ebraismo ed ebraico moderno. Una biblioteca, composta soprattutto da libri in lingua tedesca portati da Lesno Brdo o procurati dalla DELASEM, accompagnava le lezioni. Accanto allo studio trovavano spazio i lavori agricoli e l’apprendimento di mestieri come la falegnameria e il cucito, considerati utili per la futura vita in Palestina.

I contatti con gli abitanti erano sottoposti ai controlli delle autorità, e i ragazzi potevano recarsi in paese soltanto rispettando determinate limitazioni. La diffidenza iniziale, alimentata soprattutto dalle differenze linguistiche e culturali, lasciò comunque spazio alla curiosità, alle amicizie e a una progressiva vicinanza. Particolarmente importanti furono i rapporti costruiti con Giuseppe Moreali, medico condotto di Nonantola, e con Don Arrigo Beccari, giovane sacerdote ed economo del seminario abbaziale. Nei mesi trascorsi a Villa Emma, entrambi conobbero i ragazzi e i loro accompagnatori. Quel legame si sarebbe rivelato decisivo quando la guerra raggiunse il paese.
L’8 settembre e l’arrivo dei tedeschi
La caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, aveva fatto sperare in una rapida conclusione del conflitto. La guerra, invece, continuò. Nel mese di agosto i responsabili di Villa Emma, intuendo il pericolo, ottennero dal Comune nuove carte d’identità per i ragazzi, senza l’indicazione della loro appartenenza ebraica. L’annuncio dell’armistizio, la sera dell’8 settembre, provocò il crollo delle strutture militari e amministrative italiane. Le truppe tedesche occuparono rapidamente il territorio e la mattina seguente entrarono a Nonantola. Villa Emma, isolata e facilmente individuabile, non poteva più offrire alcuna protezione.

I responsabili del gruppo si rivolsero immediatamente a Giuseppe Moreali. Il medico coinvolse don Arrigo Beccari, che, con il consenso del rettore monsignor Ottaviano Pelati, mise a disposizione alcuni ambienti del seminario adiacente all’abbazia. In pochissimo tempo la villa fu evacuata: molti giovani vennero nascosti nel seminario, mentre altri furono accolti da famiglie di contadini, artigiani e commercianti. Non si trattò di un gesto privo di conseguenze. Nascondere degli ebrei sotto l’occupazione tedesca significava esporsi all’arresto, alla deportazione e alle rappresaglie. Eppure la rete funzionò. Il numero delle persone coinvolte rese il segreto fragile, ma allo stesso tempo trasformò il salvataggio in un’assunzione collettiva di responsabilità.
Quei nascondigli non potevano però garantire una sicurezza duratura. Il pericolo di una perquisizione o di una denuncia aumentava ogni giorno. Tramontata l’ipotesi di raggiungere il Mezzogiorno già controllato dagli Alleati, la Svizzera rimase l’unica destinazione possibile.
La strada verso la Svizzera
Furono predisposti documenti falsi e stabiliti contatti con le organizzazioni ebraiche attive oltre il confine. Alcuni primi tentativi si conclusero con il respingimento da parte delle autorità elvetiche, ma l’intervento delle associazioni ebraiche presenti in Svizzera contribuì a superare gli ostacoli .Tra il 6 e il 16 ottobre 1943, i ragazzi e i loro accompagnatori lasciarono Nonantola divisi in gruppi. Viaggiarono in treno verso la frontiera, superando i controlli della polizia italiana e della Feldgendarmerie tedesca grazie ai nuovi documenti. Giunti nei pressi del confine, attraversarono di notte il fiume Tresa e riuscirono finalmente a entrare in Svizzera.

Dopo la permanenza in differenti centri di accoglienza, buona parte del gruppo si ricompose a Villa des Bains, presso Bex. La fuga non cancellò le perdite né restituì loro le famiglie, ma pose fine alla minaccia immediata della deportazione. Terminata la guerra, molti partirono da Barcellona il 29 maggio 1945 a bordo della nave Plus Ultra, diretti verso la Palestina. Altri scelsero strade differenti, trasferendosi negli Stati Uniti oppure tornando in Jugoslavia.
Salomon Papo e Goffredo Pacifici
La salvezza del gruppo non fu completa. Due nomi restano legati al lato più doloroso della storia di Villa Emma: Salomon Papo e Goffredo Pacifici.

Salomon Papo aveva quindici anni ed era originario di Sarajevo. Arrivato a Nonantola con il gruppo proveniente da Spalato, si ammalò di tubercolosi e fu ricoverato nel sanatorio di Gaiato, sull’Appennino modenese. Per questo non si trovava con gli altri quando venne organizzata la fuga. Arrestato nel marzo 1944, fu trasferito nel campo di Fossoli e deportato ad Auschwitz con il convoglio partito il 5 aprile. Non fece ritorno. Goffredo Pacifici, affettuosamente chiamato “Cicibù” dai ragazzi, era un collaboratore della DELASEM e uno degli accompagnatori del gruppo. Li condusse fino alla salvezza, ma scelse di non fermarsi in Svizzera. Tornò indietro per aiutare altri ebrei a superare il confine. Arrestato insieme al fratello Aldo da militi fascisti, fu deportato ad Auschwitz e ucciso.
Le loro vicende impediscono di trasformare la storia di Villa Emma in un racconto consolatorio. Il salvataggio fu straordinario proprio perché avvenne dentro una realtà in cui la persecuzione continuava a mietere vittime.
Le conseguenze: memoria e responsabilità
Dopo la guerra, Don Arrigo Beccari e Giuseppe Moreali verranno riconosciuti come “Giusti tra le Nazioni” dallo Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Gerusalemme), ma la loro azione non fu isolata, fu il risultato di una responsabilità diffusa. Villa Emma divenne simbolo internazionale di solidarietà civile. La guerra pose una comunità di fronte a una scelta concreta: considerare quei ragazzi un problema altrui oppure riconoscerli come persone da proteggere. A Nonantola molti scelsero la seconda strada.

Fonti specifiche
- Klaus Voigt, Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga, 1940-1945, La Nuova Italia, Firenze, 2002.
- Josef Indig Ithai, Anni di fuga. I ragazzi di Villa Emma a Nonantola, a cura di Klaus Voigt, Giunti, Firenze, 2004.
- Israel Gutman, Bracha Rivlin e Liliana Picciotto, I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei, 1943-1945, Mondadori, Milano, 2006.
- Liliana Picciotto, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano.
- Maria Laura Marescalchi e Anna Maria Ori, Nonantola e i salvati di Villa Emma. Luglio 1942-ottobre 1943, Fondazione Villa Emma, Nonantola, 2007.
- Ilva Vaccari, Villa Emma. Un episodio agli albori della Resistenza modenese nel quadro delle persecuzioni razziali, Istituto storico della Resistenza, Modena, 1960.
- Fondazione Villa Emma – Ricostruzione storica.
- Soprintendenza archivistica e bibliografica dell’Emilia-Romagna – La vicenda di Villa Emma.
- Museo di Nonantola – I ragazzi ebrei di Villa Emma.
- Memorial Museums – Villa Emma Foundation.


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