Episodio n. 35

Contesto storico
Il 1848 è passato alla storia come l’anno delle rivoluzioni. Fu un anno inquieto, acceso, attraversato da speranze immense e da delusioni altrettanto profonde. In gran parte d’Europa, popoli, borghesie liberali, studenti, operai e patrioti iniziarono a mettere in discussione l’ordine nato dopo il Congresso di Vienna, quell’equilibrio restauratore che aveva cercato di riportare il continente sotto il controllo delle monarchie tradizionali.
Le cause erano molteplici. Da un lato pesavano le difficoltà economiche, le crisi agricole, la fame e il peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari. Dall’altro cresceva il desiderio di libertà politica, di costituzioni, di rappresentanza, di indipendenza nazionale. In Italia e in Germania, ancora divise in molti Stati, l’aspirazione nazionale si intrecciava con il sogno di unità. Nell’Impero asburgico, invece, le diverse nazionalità chiedevano maggiore autonomia e riconoscimento. In Francia, il malcontento contro la monarchia di Luigi Filippo portò alla rivoluzione di febbraio e alla nascita della Seconda Repubblica.

I moti non scoppiarono tutti nello stesso modo e non ebbero ovunque gli stessi obiettivi. In Francia pesarono molto le rivendicazioni sociali e politiche. Nei territori italiani, il 1848 fu segnato dalla richiesta di costituzioni e dalla spinta contro il dominio austriaco, con episodi destinati a rimanere nella memoria nazionale, come le Cinque Giornate di Milano, la rivolta di Venezia e l’avvio della Prima guerra d’indipendenza. Nell’Impero asburgico si sollevarono Vienna, l’Ungheria, la Boemia e altre aree dell’impero. In Germania, l’Assemblea di Francoforte provò a immaginare una nuova architettura politica per il mondo tedesco, ma quel progetto non riuscì a imporsi.

Per questo il 1848 venne chiamato anche “Primavera dei popoli”: una definizione suggestiva, nata per indicare quell’ondata di moti rivoluzionari che attraversò l’Europa tra il gennaio del 1848 e la primavera del 1849. Fu una primavera carica di entusiasmo, ma anche fragile. Molte conquiste furono infatti temporanee. Le rivoluzioni, nella maggior parte dei casi, vennero represse e i vecchi poteri riuscirono a riprendere il controllo. Eppure nulla tornò davvero come prima.

Il Quarantotto lasciò dietro di sé un’eredità profonda. Anche quando fallì, mise in circolazione idee che avrebbero continuato a lavorare nel tempo: costituzioni, diritti politici, libertà civili, indipendenza nazionale, partecipazione popolare. Fu una sconfitta nell’immediato, ma una scossa decisiva nella lunga trasformazione dell’Europa ottocentesca.
Il Detto
Ma da dove deriva concretamente l’espressione “è successo un quarantotto!” ?
Non è possibile attribuire con certezza l’origine dell’espressione a una persona specifica. Si tratta di un detto che si è diffuso nell’uso popolare nel corso del tempo, probabilmente come riflesso dei tumulti e del caos associati agli eventi rivoluzionari del 1848. La frase nacque verosimilmente nel linguaggio comune per descrivere situazioni particolarmente disordinate e caotiche, evocando indirettamente la memoria collettiva delle rivolte e dei disordini che caratterizzarono quell’anno.

Il punto interessante è proprio questo: il numero quarantotto, nel linguaggio comune, ha smesso di essere soltanto un numero. È diventato una memoria abbreviata. Dire “il Quarantotto” significava richiamare immediatamente il 1848, l’anno delle barricate, delle rivolte, delle costituzioni concesse e ritirate, delle speranze nazionali e delle repressioni. Con il tempo, quel riferimento storico si è staccato dal suo contesto originario ed è entrato nella lingua di tutti i giorni.
La Treccani registra infatti “il quarantotto” come riferimento all’anno 1848 e, da lì, come espressione figurata per indicare “grande subbuglio e sconvolgimento, confusione e disordine”, nelle formule “succede un quarantotto”, “è successo un quarantotto” e “fare un quarantotto”. Il Dizionario dei modi di dire Hoepli conferma lo stesso significato: “essere un quarantotto” vuol dire trovarsi davanti a una situazione caotica, disordinata, di grande scompiglio; le varianti principali sono “fare un quarantotto” e “succedere un quarantotto”.

La forza del detto sta nella sua semplicità. Un intero periodo storico, complesso e drammatico, viene racchiuso in una sola parola. “Quarantotto” non indica soltanto il caos, ma un caos che nasce da una spaccatura rispetto all’ordine precedente. Per questo l’espressione conserva una sfumatura particolare: non descrive una confusione leggera, ma un disordine improvviso, rumoroso, quasi rivoluzionario.

Con il passare del tempo, naturalmente, il detto ha perso gran parte della sua carica politica. Oggi può essere usato in modo familiare, perfino scherzoso: per una stanza messa sottosopra, una riunione finita male, una discussione accesa, una festa troppo movimentata. Eppure, dietro quella leggerezza apparente, resta nascosta una traccia della grande storia europea.
Fonti specifiche
- Treccani, “Quarantotto”, Vocabolario online.
- Treccani, Luigi Matt, “È un quarantotto e altre quarantottate”, rubrica Per modo di dire.
- Treccani, “Rivoluzioni del 1848”, Dizionario di Storia.
- Treccani, “Primavera dei popoli”, Vocabolario / Neologismi.
- Monica Quartu, Elena Rossi, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, 2012.
- Corriere della Sera / Hoepli, Dizionario dei Modi di Dire: quarantotto.
- Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Laterza.
- Lucy Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli.
- Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano, Laterza.


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