“Cristiano X: il Re che non fuggì”

La dignità di una corona nella Danimarca occupata

Episodio n. 29

Cristiano X di Danimarca

Un sovrano prima del simbolo

Nella Copenaghen occupata dai tedeschi, un anziano sovrano continuava a percorrere le strade a cavallo. Non poteva restituire l’indipendenza al proprio Paese, ma la sua presenza offriva ai cittadini un’immagine nella quale riconoscersi: la Danimarca era stata invasa, eppure conservava un volto, una storia e un senso di appartenenza. Cristiano X sarebbe rimasto nella memoria soprattutto per quelle cavalcate. Per comprendere il significato che assunsero, però, bisogna conoscere anche l’uomo che le compiva, con la sua formazione, le sue rigidità e gli errori che avevano preceduto la popolarità.

Cristiano X e Alessandrina nel 1912.

Nato il 26 settembre 1870, Cristiano crebbe in un ambiente nel quale la monarchia e la disciplina militare erano strettamente legate. Prestò a lungo servizio nella Guardia reale e conservò anche sul trono l’impostazione dell’ufficiale: severo, legato al dovere e poco incline a vedere contestata la propria autorità. Nel 1898 sposò Alessandrina di Meclemburgo-Schwerin, dalla quale ebbe due figli, Federico e Knud; nel 1912 succedette al padre Federico VIII. Il suo regno avrebbe attraversato entrambe le guerre mondiali, ma la prima grande prova del suo rapporto con i danesi arrivò da uno scontro politico interno.

Il re che dovette fare un passo indietro

Nel 1920, mentre si definiva il nuovo confine con la Germania dopo la Prima guerra mondiale, Cristiano X entrò in conflitto con il governo di Carl Theodor Zahle. Al centro della disputa vi erano lo Schleswig e il destino di Flensburgo, che una parte dell’opinione pubblica danese desiderava ricondurre entro i confini nazionali nonostante l’esito sfavorevole del plebiscito nella zona interessata. Il 29 marzo il sovrano destituì il governo, aprendo quella che sarebbe stata ricordata come la “crisi di Pasqua”. La decisione provocò proteste e mise in discussione la monarchia stessa. Il re fu costretto a cedere e ad accettare una soluzione concordata con le forze politiche. La vicenda mostrò quanto gli fosse ancora difficile riconoscere pienamente il funzionamento del sistema parlamentare, ma segnò anche una svolta: negli anni successivi Cristiano ridimensionò il proprio intervento politico e consolidò il ruolo di rappresentante della comunità nazionale. Il rapporto con il primo ministro socialdemocratico Thorvald Stauning e i discorsi radiofonici contribuirono ad avvicinarlo alla popolazione. L’uomo che nel 1920 aveva diviso il Paese imparò progressivamente a rappresentarlo.

La scelta del 9 aprile 1940

All’alba del 9 aprile 1940, la Germania nazista invase la Danimarca nell’ambito dell’operazione Weserübung, diretta anche contro la Norvegia. La neutralità danese e il patto di non aggressione sottoscritto con Berlino non impedirono l’attacco. Dopo brevi combattimenti, davanti a una superiorità militare schiacciante e al rischio di bombardamenti su Copenaghen, il re e il governo decisero di interrompere la resistenza. Fu una scelta compiuta in condizioni drammatiche, volta a limitare le perdite e a preservare quanto possibile delle istituzioni. Non cancellava il sacrificio dei soldati che avevano combattuto, né rendeva indolore ciò che sarebbe seguito. Cristiano rimase nel Paese, mentre il governo continuò inizialmente a esercitare le proprie funzioni sotto occupazione, la sua permanenza sarebbe diventata un potente riferimento collettivo.

Soldati danesi accanto ad un cannone antiaereo, 1940. Tutti indossano il caratteristico elmetto danese.

L’assetto danese garantì per alcuni anni margini di autonomia interna, pagati attraverso una politica di cooperazione con gli occupanti. Censura e concessioni politiche ed economiche accompagnarono il tentativo di proteggere la popolazione e mantenere in vita lo Stato. Anche Cristiano sostenne la linea ufficiale: non fu il comandante della resistenza clandestina, né un oppositore che respinse ogni compromesso. Proprio questa posizione rende la sua figura più complessa, sospesa fra responsabilità istituzionale e valore simbolico.

Un uomo a cavallo nella città occupata

Le consuete uscite del sovrano acquistarono, dopo l’invasione, un significato nuovo. Vederlo attraversare Copenaghen senza una scorta armata ricordava ai danesi che la corona non era scomparsa e che il Paese conservava una propria identità. Intorno a quell’immagine nacquero racconti destinati a durare più delle circostanze che li avevano prodotti.

Durante l’occupazione tedesca della Danimarca, il quotidiano giro a cavallo del re per Copenaghen diventò un simbolo della sovranità danese (1940)

Uno dei più celebri narra che un soldato tedesco, stupito dall’assenza di protezione, ne avesse chiesto ragione a un ragazzo. Questi avrebbe risposto: «Tutta la Danimarca è la sua guardia del corpo». È un aneddoto tramandato, da non confondere con una conversazione sicuramente documentata, ma esprime bene il sentimento che la memoria nazionale ha associato al re. Quelle cavalcate non continuarono per tutta l’occupazione. Nell’ottobre 1942 Cristiano cadde da cavallo e riportò conseguenze permanenti, che limitarono la sua mobilità negli ultimi anni. L’immagine del sovrano nelle strade era però ormai diventata parte della rappresentazione pubblica della Danimarca: un’autorità visibile in un Paese la cui libertà era stata profondamente ridotta.

Il telegramma che irritò Hitler

Poche settimane prima dell’incidente, un breve messaggio aveva provocato una crisi diplomatica. Il 26 settembre 1942, in occasione del settantaduesimo compleanno del re, Hitler gli inviò un telegramma di auguri. Cristiano rispose con una formula essenziale: «Esprimo i miei migliori ringraziamenti».

Hitler interpretò la brevità come un affronto. La risposta, tuttavia, seguiva una formula normalmente utilizzata dalla casa reale: attribuirle con certezza l’intenzione di umiliare il dittatore significa aggiungere ai fatti un proposito non dimostrato. La tensione aveva radici più profonde, legate all’insoddisfazione tedesca per il crescente sentimento antinazista nel Paese. Nel corso della crisi cambiarono i rappresentanti tedeschi e il governo danese di Vilhelm Buhl fu sostituito, in novembre, da quello di Erik Scavenius. L’episodio entrò nella leggenda di un re capace di sfidare Hitler con poche parole. La realtà mostra soprattutto quanto fossero fragili i rapporti con l’occupante, pronto a trasformare perfino una formula di cortesia in uno strumento di pressione.

La stella gialla: ciò che accadde davvero

Ancora più nota è la storia secondo cui Cristiano X avrebbe indossato la stella gialla per solidarietà con gli ebrei danesi, seguito dal resto della popolazione. Quel gesto non avvenne. In Danimarca l’obbligo di portare il distintivo non fu introdotto e il re non cavalcò per Copenaghen esibendolo. Il racconto circolava già durante la guerra e acquistò ulteriore diffusione attraverso il romanzo Exodus di Leon Uris e il suo adattamento cinematografico.

Esiste però un elemento documentario che rende insufficiente liquidare l’intera vicenda come un’invenzione. Nel diario del sovrano è riportata, nel 1941, l’idea che, qualora una simile imposizione fosse stata estesa alla Danimarca, tutti avrebbero potuto indossare la stella come risposta. Si trattava di una riflessione su un’eventualità, non di un ordine impartito né di un’azione effettivamente compiuta. Nello stesso anno, dopo un attentato incendiario contro la sinagoga di Copenaghen, Cristiano inviò inoltre un messaggio di solidarietà al rabbino Marcus Melchior. Sono questi gesti e queste posizioni, più della scena leggendaria, a restituire il suo atteggiamento verso i concittadini ebrei.

Il coraggio di molti

Nell’agosto 1943, scioperi, sabotaggi e proteste portarono alla rottura dell’equilibrio sul quale si era retta la cooperazione. Il governo cessò di esercitare le proprie funzioni e i tedeschi imposero la legge marziale. La resistenza danese, cresciuta durante l’occupazione, comprendeva attività clandestine, raccolta di informazioni e azioni armate: definirla interamente non violenta significa cancellarne una parte essenziale.

Soldati danesi a Bredevad, nel sud della Danimarca, la mattina dell’attacco tedesco. Due di questi soldati furono uccisi in azione più tardi.

Quando si preparò la deportazione degli ebrei, l’allarme si diffuse grazie anche al diplomatico tedesco Georg Ferdinand Duckwitz. Il rastrellamento scattò nella notte fra il 1º e il 2 ottobre, ma molti perseguitati avevano già cercato rifugio. Famiglie ebree, amici, vicini, medici, pescatori e reti clandestine contribuirono alla fuga verso la Svezia neutrale: oltre settemila ebrei riuscirono a raggiungerla, insieme a centinaia di familiari non ebrei. Fu un risultato straordinario, favorito anche dalla vicinanza della costa svedese e dalla disponibilità all’accoglienza. Non tutti, però, si salvarono dalla cattura: circa 470 ebrei furono deportati a Theresienstadt, dove una cinquantina morirono. Le pressioni delle autorità danesi e l’assistenza ai prigionieri contribuirono alla sopravvivenza della maggioranza dei deportati. Queste vittime non possono scomparire dietro il racconto del successo del salvataggio.

Cristiano X rappresentava un riferimento morale, ma non diresse l’operazione. Ricondurre la salvezza di migliaia di persone alla volontà di un solo uomo oscurerebbe le decisioni dei perseguitati e il contributo concreto di quanti li aiutarono. Anche il riconoscimento successivo richiede precisione: Yad Vashem onorò la resistenza danese con un albero nel Viale dei Giusti.

Ciò che rimase del Re

La liberazione della maggior parte della Danimarca arrivò il 5 maggio 1945, con l’entrata in vigore della resa delle forze tedesche nell’area. Per Bornholm il percorso fu diverso: dopo i bombardamenti sovietici e l’arrivo dell’Armata Rossa nel maggio 1945, l’isola rimase sotto occupazione sovietica fino all’aprile 1946. Il ritorno alla pace non ebbe dunque ovunque gli stessi tempi.

Re Vittorio Emanuele III d’Italia e Re Cristiano X di Danimarca fotografati durante la visita di stato di Vittorio Emanuele a Copenaghen nel 1922

Cristiano X sopravvisse alla guerra e morì il 20 aprile 1947. Sulla sua bara venne deposto un bracciale della resistenza danese: un segno del posto che aveva conquistato nella memoria del Paese. Era stato un sovrano autoritario nelle convinzioni, costretto a riconoscere i limiti del proprio potere; durante l’occupazione era diventato una figura capace di raccogliere sentimenti che andavano oltre la monarchia. Siamo abituati a pensare che la storia sia fatta dai grandi gesti. Cristiano X ci insegna che può essere scritta anche dai gesti piccoli, ripetuti, coerenti. Un uomo a cavallo, ogni giorno, nella sua città occupata. Niente armi, niente proclami, solo presenza.

Fonti specifiche

  • Bo Lidegaard, Countrymen, Knopf, 2013.
  • Hans Kirchhoff, Denmark in World War II
  • Leni Yahil, The Rescue of Danish Jewry: Test of a Democracy, Jewish Publication Society of America, 1969.
  • Knud J. V. Jespersen, Rytterkongen. Et portræt af Christian 10., Gyldendal, 2007.
  • Vilhjálmur Örn Vilhjálmsson, “The King and the Star”, in Mette Bastholm Jensen e Steven L. B. Jensen, a cura di, Denmark and the Holocaust, Institute for International Studies, 2003, pp. 102–117.
  • Therkel Stræde, October 1943: Escape of the Danish Jews, edizione aggiornata 2023, pubblicata dal Ministero degli Esteri danese.
  • The Royal Danish Collection, Christian X (1870–1947).
  • United States Holocaust Memorial Museum, King Christian X of Denmark e Rescue in Denmark.
  • Yad Vashem, The Rescue of Denmark’s Jews.


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