Dai giornali di Boston alle campagne elettorali americane, tra storia e spiegazioni leggendarie
Episodio n. 32

Quante volte, nel corso di una giornata, pronunciamo o scriviamo «OK»? Lo usiamo per esprimere consenso, per confermare un appuntamento, per dire che abbiamo capito o semplicemente che tutto va bene. Sono soltanto due lettere, eppure riescono a farsi comprendere in gran parte del mondo. La loro familiarità è tale che raramente ci fermiamo a chiederci da dove provengano. Eppure, dietro questa piccola espressione si nasconde una storia curiosa, fatta di giochi linguistici, campagne politiche e ipotesi affascinanti. Nel tempo, infatti, sono state proposte spiegazioni molto diverse: c’è chi ha cercato l’origine di «OK» nella politica americana, chi tra gli scaricatori del porto di Odessa e chi persino sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale. Per trovare le tracce più antiche e meglio documentate dobbiamo però tornare negli Stati Uniti dell’Ottocento, tra le pagine di un giornale di Boston.
Uno scherzo tra le pagine di un giornale
Alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento, nei giornali americani prese piede una curiosa moda linguistica: abbreviare espressioni comuni usando le iniziali delle parole. A rendere il gioco ancora più particolare contribuiva l’abitudine di scrivere deliberatamente in modo scorretto alcune frasi e ricavarne poi le sigle. Così, per esempio, no use, cioè «inutile», poteva diventare scherzosamente know yuse ed essere abbreviato in KY. Allo stesso modo, all right, «tutto a posto», poteva trasformarsi in oll wright e dare origine a OW. In questo clima comparve anche OK, ricondotto alla grafia scherzosa oll korrect, una storpiatura dell’inglese all correct: «tutto corretto». La prima attestazione giornalistica individuata dagli studiosi risale al 23 marzo 1839, quando la sigla apparve sul Boston Morning Post, all’interno di un articolo ironico che faceva riferimento a un giornale concorrente. Accanto alle due lettere, il testo ne chiariva il significato con le parole all correct. È un dettaglio prezioso: suggerisce che l’espressione fosse ancora una novità e che i lettori avessero bisogno di una spiegazione per comprenderla. Non possiamo stabilire con assoluta certezza chi abbia pronunciato o scritto per primo «OK» in qualsiasi circostanza, ma quella pagina rappresenta una testimonianza antica e verificabile del suo uso.
La politica e “Old Kinderhook”
La storia avrebbe potuto finire lì. Molte delle abbreviazioni scherzose di quegli anni scomparvero insieme alla moda che le aveva prodotte. «OK», invece, trovò un’occasione per farsi conoscere ben oltre le pagine dei giornali di Boston. Nel 1840, il presidente degli Stati Uniti Martin Van Buren si candidò per ottenere un secondo mandato. Van Buren era nato a Kinderhook, nello Stato di New York, ed era associato al soprannome Old Kinderhook. Le iniziali coincidevano con quelle della sigla già in circolazione. I suoi sostenitori poterono così usare «OK» giocando sul doppio significato: da una parte il riferimento al candidato, dall’altra un’espressione di approvazione. Anche alcuni gruppi favorevoli a Van Buren adottarono quelle due lettere nel proprio nome. La campagna elettorale contribuì a dare visibilità alla sigla, sebbene non portasse alla vittoria il presidente uscente, che fu sconfitto da William Henry Harrison. Il legame con Old Kinderhook è dunque una parte importante della storia di «OK», ma non ne rappresenta la prima origine documentata: l’espressione era già comparsa sul Boston Morning Post l’anno precedente.

Da Odessa ai campi di battaglia
Tra le spiegazioni alternative ce n’è una che ci porta molto lontano dagli Stati Uniti, fino al porto di Odessa, nell’attuale Ucraina. Secondo questa versione, gli scaricatori avrebbero usato l’espressione russa ochen khorosho, «molto bene», per indicare che un carico era stato sistemato correttamente. Da lì, le iniziali si sarebbero diffuse via mare nel mondo occidentale. È un’ipotesi suggestiva, capace di evocare navi, merci e parole che viaggiano insieme ai marinai. Non disponiamo però di testimonianze sufficienti per stabilire che sia stata questa l’origine dell’«OK» entrato nell’uso comune. La somiglianza tra un’espressione e le due lettere, da sola, non basta a dimostrare un legame storico.
Un’altra spiegazione, forse ancora più evocativa, rimanda invece alla Seconda guerra mondiale. Secondo questa versione, i soldati avrebbero scritto «0 K» su una bandiera per segnalare che, durante una missione, non vi erano stati morti: lo zero avrebbe indicato l’assenza di vittime e la lettera K sarebbe stata l’iniziale di killed, «uccisi».
Confesso che questa è l’ipotesi che più mi affascina. Forse perché tendo a cercare nella Storia la spiegazione di tante cose che fanno parte della nostra vita quotidiana: quel filo che ci permette, appunto, di trovare il bandolo della matassa. In questo caso, però, la cronologia ci aiuta a distinguere il fascino della storia dalla sua attendibilità. Poiché «OK» compare già su un giornale nel 1839, non può essere nato durante o dopo la Seconda guerra mondiale. Il racconto di zero killed rimane quindi una spiegazione popolare, priva delle prove necessarie per attribuirle l’origine dell’espressione.
Il filo ritrovato
A ricostruire in modo approfondito la vicenda fu il linguista e lessicografo statunitense Allen Walker Read. Esaminando giornali e documenti dell’epoca, Read individuò l’attestazione del 1839 e raccolse numerosi esempi della moda delle abbreviazioni, mostrando il contesto nel quale «OK» era comparso e i passaggi della sua successiva diffusione. La spiegazione legata a oll korrect è quella sostenuta dalle testimonianze più solide. L’associazione con Old Kinderhook contribuì poi alla fortuna della sigla, mentre le altre ipotesi continuano a raccontarci quanto sia facile costruire storie diverse attorno a una parola che tutti conoscono. Con il tempo «OK» si è allontanato dalla sua origine scherzosa. Dalla stampa e dalla politica è entrato nella lingua quotidiana, assumendo sfumature diverse: può voler dire «va bene», «d’accordo», «ho capito», oppure indicare che qualcosa è accettabile.

Oggi lo troviamo nelle conversazioni, nei messaggi e sugli schermi dei nostri dispositivi. Chi lo usa non ha bisogno di conoscere la battuta ottocentesca da cui probabilmente nacque; eppure, ogni volta che pronunciamo quelle due lettere, portiamo con noi un piccolo frammento della sua storia. È curioso pensare che un’espressione diventata così familiare possa essere partita proprio da un errore voluto: uno scherzo tra le pagine di un giornale che, attraverso la politica e l’uso quotidiano, ha finito per fare il giro del mondo.
Fonti specifiche
- Allen Walker Read, “The First Stage in the History of O.K.”, American Speech, vol. 38, 1963, pp. 5–27.
- Allan Metcalf, OK: The Improbable Story of America’s Greatest Word, Oxford University Press, 2011.
- Treccani, “C’era una volta in America l’Ok”.
- Dennis Baron, “Happy birthday OK”, Oxford University Press Blog.


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